La difficile costruzione del Socialismo in Venezuela

di Juan Carlos Monedero

17/04/2013

Lo scenario presentato dall’opposizione al chavismo durante la breve campagna elettorale ha raggiunto apici apocalittici: quattordici anni di Governo (con quasi due generazioni che hanno conosciuto governi chavisti), la morte del carismatico leader e la sostituzione con qualcuno che non è  Chávez (cosa d’altronde evidente), blackout elettrici e problemi di somministrazione alimentare (provocati dai sabotaggi, anche se non lo dicono), una delinquenza che ha raggiunto livelli molto alti, innalzamento dei prezzi (dove le responsabilità degli accaparratori e speculatori sono evidenti, altra aspetto che non si evidenzia), corruzione nell’amministrazione… E, senza alcun dubbio, Nicolás Maduro ha vinto le elezioni. con un risultato al quale il chavismo non è certo abituato (ottenendo sempre un vantaggio a due cifre), che però non è lontano da quello ottenuto da altri presidenti (Calderón, Bush). Maduro ha vinto le elezioni e l’opposizione, como è stato di norma dal 1998, non riconosce il risultato. La destra pensa sempre che il potere le appartiene.

Per comprendere la vittoria di Nicolás Maduro è necessario lasciare da parte le consunta scienza politica e darsi invece alla letteratura (per esempio, Los pasos perdidos, di Alejo Carpentier). Ci si renderebbe conto in questo modo, che i ritmi del mare, dei fiumi infiniti e della terra non sono quelli delle fabbriche e delle autostrade. Sarebbe di aiuto inoltre, comprendere la logica delle telenovelas — nelle quali si reinventa costantemente il mito della Cenerentola, adesso con giudici ed eredità in mezzo — o anche il perché della necessità popolare dei santi quotidiani, quelli che danno la forza a coloro che si alzano alle quattro del mattino per andare al lavoro, un lavoro che li impegnerà tutta la giornata e per il quale riceveranno un salario che sarà sufficiente per andare a Disneyworld. Aiuterebbe altresì, comprendere l’umiliazione accumulata del popolo di fronte ai mantuanos e agli stranieri e la dignità recuperata grazie a qualcuno che era dei loro (pensate ai Santi innocenti di Miguel Delibes, moltiplicatelo per dieci, aggiungeteci il razzismo storico verso i neri e gli indios, conditelo con la penetrazione imperiale nordamericana; vi avvicinerete quindi a ciò che è stata la storia dell’America Latina negli ultimi secoli). In una assemblea comunale una donna venezuelana dice ad un’altra: “¡Chica, parli come Chávez!”, e lei le risponde: “No. In verità è che Chávez parla come parliamo noi”. Non ci sono bambini denutriti nelle strade del Venezuela e nelle scuole si affidano loro libri e computers portatili. Nell’ultimo anno sono state consegnati 200.ooo alloggi. Inoltre, i Venezuelani, non hanno più vergogna di essere venezuelani. Nell’editoriale di un periodico globale e disorientato di affermava: il populista Chávez spende il denaro del petrolio in educazione, per la sanità, in pensioni, in case popolari. Ovvio, chiunque vincerebbe in questo modo le elezioni.

Perché la sinistra avanza il America latina mentre in Europa precipita? Potrebbe essere che in Europa continua a disprezzare ciò che non conosce. A nulla serve la scuola di Francoforte che mette in guardia di fronte all’orrore moderno nel momento in cui usa la razionalità in maniera totalmente strumentale — nemmeno fosse Terminator—. Non le è servito neppure il buono che c’è in Bauman  ed il suo scommettere sul liquido, sul suo ammonimento sul fatto che esiste una linea quasi retta tra il pensiero della Modernità ed i forni crematori di Auschwitz. L’Europa continua a commettere “epistemicidi”, facendo del pensiero lineare una strada che non porta da nessuna parte, misurando il mondo con il suo eurocentrico bastone di comando.

Il Venezuela bolivariano continua a darle l’impressione dei discepoli delle dottrine filosofiche troppo frivole. Un presidente che canta? Un leader che ride con il suo popolo? Un dirigente che spende il suo tempo sporcandosi di fango nelle zone più umili? E come se non fosse abbastanza adesso anche un Presidente conducente di autobus! Se intendessero l’emotività di questo processo, capirebbero che non si può  sconfiggere il sogno dei poveri con un piccolo borghese che solo ieri diceva che avrebbe cacciato i medici cubani ed oggi promette di dare loro la cittadinanza, che ieri voleva mettere in carcere o rendere ineleggibile Chávez ed oggi si dichiara un suo fervente discepolo, che ieri insultava le missioni sociali ed oggi dice che vuole potenziarle. E lo dice circondandosi di gente di plastica —  come cantava Rubén Blades— per la quale è evidente il fastidio che mostrano per tutto ciò che ha a che vedere con il  popolo. Risulta chiaro che Capriles ha ottenuto un buon risultato. Ma non certo per proprio merito, piuttosto per la somma degli errori del chavismo.

Nicolás Maduro, un conducente di autobus che ha conseguito la sua laurea ed il suo dottorato in politica (attenzione con le concezioni elitarie: quanti laureati e dottori sono responsabili di aver rovinato interi paesi?), ha acquisito l’esperienza sufficiente per portare avanti il processo rivoluzionario, non solo, ma anche per superare i colli di bottiglia nei quali si è bloccato. Come sindacalista, como deputato, como Presidente della Assemblea, como ministro degli Esteri, como Vicepresidente. Se Chávez lo ha scelto in mezzo ad un ampio ventaglio di possibilità non è stato certo per un capriccio. Il Presidente caduto ha ritardato troppo prima di cominciare a pensare a quale sarebbe stato lo scenario dopo di lui. Ma quando la malattia l’ha messo di fronte all’urgenza e alla necessità di farlo, la formazione di Maduro era già un dato di fatto. Nel suo intervento nel giorno delle elezioni dal suo collegio elettorale, Maduro ha dimostrato che era pronto. I tic dell’emulazione del suo maestro sono stati superati. Al momento opportuno si è presentato per quello che lui stesso è. Forse con ritardo, ma un Maduro completo alla fine stava lì. I suoi gesti, il suo discorso, il suo temperamento, la sua tranquillità. Lui, come la maggioranza del popolo, “ha portato a termine l’impegno preso con Chávez”. Adesso possono continuare autonomamente. La grande sfida di avvicendarsi ad un Presidente “gigante” – ci che è stato Chávez, nonostante gli errori e tutto il resto – lo ha saputo fare per bene. Senza rinunciare al suo lascito; senza apparire un semplice clone del Comandante. Ed il popolo del Venezuela è stato chiaro: accompagniamo Chávez, ma accompagniamo anche un progetto. Non si può dubitare che l’opposizione ha ottenuto il suo migliore risultato. Maduro ha ottenuto però 300.000 voti in più.

Le sfide di Maduro sono grandi. Quando nell’incontro di chiusura della campagna si è fatto accompagnare da tutto il collegio ministeriale ha lanciato un primo messaggio: siamo un gruppo. Il carisma di Chávez sarà sostituito con la politica. Il secondo messaggio non era meno contundente: dal giorno successivo alle elezioni, Maduro comincia il giro del paese per due settimane, ascoltando il popolo, le sue rimostranze, le sue necessità, i suo desideri di collaborazione. Quasi il 50% degli elettori non ha compreso la proposta di Maduro. Quindi è necessario spiegarla. E, contemporaneamente, costruendo i nuovi accordi che permettano di governare il paese.

Maduro ha ereditato da Chávez la sua indicazione como la persona incaricata di  continuare la Rivoluzione bolivariana, però con questa eredità non è incluso  l’accordo che ha intrecciato Chávez in questi 14 anni. Obbiettivo del nuovo gruppo di governo è costruire il nuovo blocco e conquistare l’egemonia grazie all’inclusione di gruppi, sensibilità, professioni, partiti, ambiti geografici, ecc. Qui è dove esiste il rischio maggiore di rottura in qualsiasi processo di cambiamento, in maniera tale che la volontà dimostrata di connettere tutte queste questioni indica sensibilità politica e buona accortezza. Il terzo messaggio è ugualmente importante: nessun compromesso con la “borghesia” (cioè con coloro che scommettono per approfittarsi del lavoro degli altri) né con l’impero (i vicini del nord cospirano sempre  per destabilizzare chi  disobbedisce, ma anche le imprese transazionali,che credono che qualsiasi territorio gli appartenga e che sia un loro mercato). Per quanto riguarda il programma, Maduro sa, in quanto membro di diversi Governi di Chávez, che ci sono tre problemi urgenti: l’insicurezza, la corruzione e la inefficienza. Tre problemi strutturali, storici, di difficile soluzione ma dove il processo si gioca la sua credibilità popolare una volta che tutte le altre conquiste saranno percepite presto come diritti acquisiti. La crisi economica mondiale avrà le sue ripercussioni anche in America Latina, e in questo scenario è essenziale che l’intesa tra il popolo ed il governo sia totale. Per questo, la trasparenza e il comportamento probo del governo sono condizioni sine qua non.

Tutto ciò si può solo conquistare con la partecipazione popolare ed una immensa apertura alla critica e all’autocritica. La scomparse fisica di una figura tanto presente come quella di Chávez, apre moti spazi per molte cose. In un mondo senza modelli, la frase di Simón Rodríguez “inventiamo o sbagliamo”continua ad essere radicalmente valida. Il vivere e l’esperire sono sempre più importanti che la pedissequa ripetizione di modelli che hanno dimostrato la propria inadeguatezza. Perciò, il processo bolivariano ha bisogno di avere molta corda per ascoltare tutti i messaggi che provengono da tutti gli angoli affini al processo. Allo stesso modo è necessario imparare a condividere, da parte dello Stato, quote di potere che dovranno essere concesse al poder comunal. In caso contrario, lo Stato si burocratizzerà sempre di più, e la critica sarà un arma consegnata nelle mani dei nemici del processo. In tal caso, la conseguenza sarà l’impossibilità di costruire una nuova egemonia.

Il Venezuela ha avuto successo, a differenza di quella che è stata la norma della sinistra latinoamericana, per cinque ragioni. La trasformazione è stata accompagnata dalla redistribuzione della rendita (grazie all’alto prezzo del petrolio e la volontà di condividerlo), è stata democratica, tanto nei termini elettorali, come per la democrazia partecipativa, si è sviluppata come un’onda regionale, ha goduto delle possibilità offerte dalle nuove forme di comunicazione e non ha generato un rifiuto estremo come è accaduto con il comunismo negli anni 20 e 30. Ma, essendo una “rivoluzione” elettorale, se la gioca sempre nell’ultimo incontro. Quest’ultimo, forse, è stato il più difficile, essendo segnato dall’assenza del fondatore della V Repubblica. Anche se è stato superato. In qualsiasi caso, l’Europa continuerà a criticare il Venezuela. Sempre più comodo che guardare alle proprie miserie.

Publicato originalmente in Público.es

[trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

Siria: Videomessaggio del Premio Nobel Mairead Maguire al Popolo italiano

di Mairead Maguire 

Damasco, 10 maggio 2013

Voglio mandare un messaggio al popolo e ai politici italiani

Siamo qui in Siria su invito del movimento Mussalaha per la pace e la riconciliazione

Abbiamo visto le terribili sofferenze della popolazione siriana

Chiediamo che siano tolte le sanzioni economiche così da alleviare queste sofferenze

Riteniamo che non ci debba essere alcun intervento esterno in Siria

Il popolo siriano è unito nell’impazienza di arrivare alla pace

I siriani hanno iniziato un dialogo fra di loro ,hanno iniziato un processo di pace!

Non dobbiamo mandare armi, o addestrare combattenti stranieri, che torturano e uccidono i siriani

La comunità internazionale ha la responsabilità di sostenere chi all’interno della Siria è coinvolto in questo processo di pace per una soluzione pacifica e interna della crisi e per la riconciliazione.

Quanto alla “Conferenza di Doha”, è un gruppo illegale che dice di parlare per la popolazione siriana ma non la rappresenta affatto: la Siria ha i suoi rappresentanti eletti e nessuno da fuori ha il diritto di dire che la Siria non merita una partecipazione internazionale

Facciamo appello alla Lega Araba affinché reinserisca la Siria negli organismi plurinazionali e agli organismi internazionali, e ai governi, che hanno ritirato gli ambasciatori: ripristinate i rapporti. Nessun governo da fuori ha il diritto di deporre un leader finché il popolo non va alle elezioni e non sceglie liberamente.

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