Monedero: «L’Europa insorgente si incontrerà con l’America Latina»

Juan Carlos Monedero en La ONUJuan Carlos Monedero: «L’Europa insorgente, L’Europa dissidente e l’esempio dell’America Latina finiranno per incontrarsi»

di Francisco Fernández

Mercoledì, 24 Aprile 2013

Intervista realizzata venerdì scorso a Juan Carlos Monedero* approfittando della sua partecipazione ad un seminario che ha avuto luogo presso l’Università di Granada.

Qual è il panorama politico che si è presentato a Maduro durante le elezioni?

Maduro ha ricevuto due colpi. Il primo è stato la morte di Chávez, il leader evidente ed assoluto del processo bolivariano a livelli financo eccessivi, cosa che ha portato a che lui si caricasse troppo con il lavoro, impedendo allo stesso tempo che, intorno a lui, sorgessero altre leadership. Il secondo colpo che riceve Maduro sono le elezioni, nelle quali non si aspettava un risultato tanto stretto. Questo secondo spavento lo ha dovuto elaborare e digerire più rapidamente ma ha avuto come conseguenza due elementi molto positivi per il processo. In primo luogo, Maduro ha inteso che la leadership deve essere collettiva, qualcosa che lo ha portato a accentuare il lavoro collegiale del governo. E, in secondo luogo, la necessità di ricostruire l’egemonia del Venezuela, che non ha ereditato da Chávez e che la può realizzare solo girando tutto il paese e parlando con gli agenti politici e sociali, cosa che ha annunciato che farà.

A parte questi due colpi ha ricevuto un regalo drammatico: l’opposizione è tornata a mostrare il suo vero volto, il volto del fascismo; ha causato otto morti, Centri Diagnostici Integrali distrutti, militanti aggrediti e malmenati, membri del CNE, Consiglio Nazionale Elettorale, minacciati… in questo modo, questa destra patetica, fascista e golpista pensava che avrebbe sconfitto il governo, senza dubbio quello che è riuscita a raccogliere è stato il rafforzamento della leadership di Maduro.

In un’altra occasione hai segnalato che Maduro appartiene al «socialismo bolivariano». Quali saranno le linee fondamentali di queste idee?

Maduro è una persona che appartiene all’ala più avanzata del movimento bolivariano. Così come ci sono altri attori politici che si sono identificati con la boli-borghesia o con le posizioni più moderate. Maduro proviene da una formazione politica, quella della Lega Socialista e da una socializzazione della lotta. Nel suo discorso, il giorno stesso delle elezioni, è stato molto chiaro nel dire che si andava verso la costituzione del socialismo e che non ci sarebbe stato alcun dialogo possibile con la borghesia; si può avere un dialogo con gli attori dell’opposizione, ma non si può produrre nessun tipo di negoziazione con coloro che vogliono vivere del lavoro altrui. Con ciò il profilo politico progressista è chiaro.

Ed è bolivariano perché inoltre in questi 14 anni è stata una persona che ha costantemente condiviso il suo tempo con il presidente Chávez e in tutti i dibattiti; dall’Assemblea (in tutta la elaborazione legislativa, con la proposta delle leggi, nel dibattito delle stesse…) persino come Cancelliere, organizzando una integrazione regionale differente, come è l’UNASUR o anche come è l’ALBA, dove c’è un investimento delle forze di progresso differente in questa integrazione che è inedita al mondo.

A differenza della costruzione della Unione Europea che si realizza sui criteri capitalistici e competitivi, con piccole frange di solidarietà, la concezione dell’ALBA si traduce, esattamente all’opposto, in un accordo di cooperazione e di aiuto. Questa stessa concezione dell’ALBA accompagna Nicolás Maduro e sarà un riferimento nella sua gestione di Governo.

Senza dubbio, i mezzi di comunicazione non riflettono precisamente questa immagine, piuttosto puntano in direzioni molto diverse…

Maduro riceve una parte delle critiche che sono solite lanciare contro il processo bolivariano, motivo per il quale è stato accusato di autoritarismo, di essere castro-comunista, di censurare i media… Critiche vuote di qualsiasi contenuto e che generalmente sono menzogne. È stato inoltre obiettivo di un’altra accusa: è un conducente di autobus. Vale a dire un lavoratore. Quindi la figura di Maduro disturba i più conservatori perché questa crede che, come direbbe il Partito Popolare, in questo modo la «marca Venezuela» risulta screditata avendo come rappresentante un conducente di autobus, un lavoratore. Come se non avessimo visto laureati e dottori portare alla rovina interi paesi.

Quindi le critiche che ha ricevuto Nicolás Maduro non sono molto differenti da quelle che ha tradizionalmente ricevuto Chávez. Lo abbiamo visto durante le elezioni: lo si è accusato di frode elettorale – e non lo si è dimostrato perché è una menzogna –, lo si accusa di violenza poliziesca utilizzando una foto delle repressioni in Egitto, lo si accusa, utilizzando come esempio un piccolo paesino, di commettere una frode avendo più elettori che votanti – al contrario del candidato Capriles, che avendo due seggi, mostra soltanto una urna. Vale a dire che le accuse che abbiamo visto durante tutti questi anni contro il Venezuela sono state solo menzogne, ciò non significa che non ci siano problemi nel paese. Certamente, se è giusto ciò che diceva Bertrand Russell di Thomas Paine: «era un uomo con difetti, come qualsiasi essere umano, ma non lo si criticava per i suoi difetti piuttosto per i suoi pregi». In generale, gli attacchi che leggiamo al processo bolivariano non sono soliti coincidere con ciò che realmente si fa male, semmai sono attacchi relativi a cose fatte bene ma che sono di pregiudizio per i privilegi di taluni.

E perché tali critiche partono dagli USA e dall’Europa? Quali sono gli interessi?

Il Venezuela è la maggior riserva di petrolio del mondo. La geostrategia politica ed economica nordamericana è vincolata alle risorse naturali. Nella mappa dell’America Latina si sovrappongono risorse naturali, conflitti sociali e basi nordamericane, è una constante. Però, il Venezuela non solo ha il petrolio, in più, ha l’Amazzonia – le terre, l’acqua, il gas – ed anche un controllo su tutta la zona. Questo lo ha capito molto bene il Brasile e per questo la alleanza di Chávez e Lula è stata assoluta, poiché hanno capito esattamente la strategia nordamericana. E Maduro farà lo stesso, cioè, la non-integrazione latinoamericana sarà una integrazione del rispetto e della sovranità.

D’altro canto in America Latina troviamo anche altri processi di emancipazione, come lo zapatismo, che presentano, allo stesso tempo, alcune similitudini e certe differenze con il socialismo bolivariano.

Sì, tra il socialismo bolivariano e lo zapatismo ci sono affinità e divergenze. Lo zapatismo, se prendiamo in considerazione la definizione di John Holloway di «cambiare il mondo senza prendere il potere», basata sullo stesso movimento, si contraddice radicalmente con il presupposto bolivariano di «prendere il potere per cambiar il mondo».

I processi di trasformazione del Venezuela, dell’Ecuador, o della Bolivia si fanno dallo Stato. E da qui sorge inoltre una discussione che Chávez ha fatto chiaramente: lo Stato può essere una base di lancio, ma se non si bilancia con il Potere Popolare si converte in un mostro. L’eredità di Chávez ha evidenziato come il meglio del socialismo bolivariano è la creazione dello «Estado comunal», e ha esortato Nicolás Maduro affinché faccia della costituzione dell’Estado comunal la sua principale opera.  Lo Stato Comunale non è altro che il contrappeso dello stato neoliberale rappresentativo; qualcosa di inedito, qualcosa che deve essere inventato, che pone in parallelo gli elementi comunitari con quelli statali rappresentativi, che considero proprio adesso il cammino corretto.

Lo zapatismo con tutta la sua dignità e tutta la sua lotta complicata contro uno Stato corrotto come quello messicano, non può andare più in là della costruzione dei caracoles, cioè, nicchie di dignità condannate ad essere isole di resistenza, mentre il progetto sviluppato da Chávez ha cambiato il continente.

È possibile che alcuni elementi della politica venezuelana possano arrivare in Europa?

La politica venezuelana approderà in Europa. La censura informativa che si è costruita sul processo di cambiamento in America Latina si va a tradurre in un interesse crescente. Molte delle rivendicazioni che osserviamo nella Unione Europea andranno ad incontrare esempi con quello che da quindici anni si è iniziato a fare in America Latina. Soprattutto, nelle strategie contro il neoliberalismo che si traducono in processi di costituzionalizzazione che, a loro volta, si trasformano in processi antimperialisti che conducono a processi anticapitalisti.

Così come il 15-M e il Movimento degli indignados hanno scoperto la politica e le lotte per la giustizia e per l’uguaglianza, l’Europa insorgente, l’Europa dissidente, finirà con incontrarsi con l’America Latina. Così come ciò che è avvenuto nel Nord Africa ha aiutato a mettere in marcia i processi di trasformazione in Europa, quando si conosceranno i processi latinoamericani credo che accadrà qualcosa di simile ma più radicalizzato. Mentre le lotte del mondo arabo avevano come primo obiettivo liberarsi dai dittatori, l’obiettivo delle lotte in America Latina consiste nel liberarsi dall’ingerenza degli USA nelle economia nazionali, cosa che ha più a che vedere con i problemi che abbiamo in Europa.

A questo dibattito dovremmo aggiungere un’altra discussione, già aperta in America latina, sulla questione dell’estrattivismo ed il rispetto della Pachamama, che è una lotta che interessa molto l’Europa e che avrà sicuramente una eco.

Sotto quale forma possono apparire in Europa questi elementi che si incontrano in Venezuela?

Del Venezuela ci devono interessare più le domande che le risposte. Qui non ci sarà un Chávez, qui non aspettiamo che i militari diano una spinta al processo di emancipazione, nonostante il fatto che bisognerà contare anche su di loro. Qui non c’è una popolazione destrutturata come quella con cui ebbe a che fare Chávez, non esiste una dissoluzione delle strutture sociali intermedie come avvenne in Venezuela, non siamo paesi rentisti, non abbiamo petrolio, abbiamo una struttura statale differente…

Quello che abbiamo in comune con il Venezuela sono i mali del modello neoliberale, la sottomissione ai padroni stranieri e le necessità di costruire una identità nazionale o plurinazionale che condivida elementi comuni.

Ma, ritornando ad un punto che abbiamo segnalato prima, gli escraches non suppongono già un sintomo di una maggiore attenzione alle strategie politiche sviluppate in America Latina contro il neoliberalismo?

Più di un anno fa scrissi un articolo dove ipotizzavo che l’escrache era l’unica soluzione che vedeva il brutale trasferimento dai poveri ai ricchi; mi sembrava intollerabile che i ricchi potessero godere con assoluta impunità questa spoliazione. Quando ipotizzai ciò già ero molto cosciente del lavoro dei figli dei desaparecidos in Argentina, coloro che hanno praticato gli escraches. Per questo, il Sud già ci ha dato chiavi di comportamento di fronte alle istituzioni che qui non avevamo considerato; nelle nuove proteste, che coincido con quelle dell’America Latina, e che sono proteste contro il neoliberalismo, incontreremo linee di attuazione simili.

Non credi che gli escreches hanno prodotto un effetto mediatico simile a quello causato dal SAT l’estate passata?

Effettivamente. Tanto gli escraches come la espropriazione di sette carrelli sono il superamento dei meccanismi della democrazia rappresentativa quando questa già non dà risposte. Espropriare sette carrelli del supermercato significa ricordare che c’è gente che ha fame, quindi che non si sta applicando la Costituzione spagnola. Gli escraches, a loro volta, ci ricordano l’assenza di rappresentatività dei nostri rappresentanti. Vale a dire, sono una impugnazione della democrazia liberale rappresentativa.

Grazie agli escraches ricordiamo che quelli che si definiscono come i “mandatari” sono in realtà i “comandati” che chi comanda è il popolo e loro ciò che hanno da fare è obbedire. Ma hanno costruito una bolla istituzionale blindata con i privilegi che provenivano dalla lotta contro la monarchia assoluta e che si convertono in anacronismi per i senza vergogna ma che sfuggono sfruttando l’immunità parlamentare per rubare o per ottenere privilegi.

L’espropriazione di sette carrelli si è convertita in una crisi di Stato, qualcosa che ha spaventato le elites perché sicuramente gli ha ricordato altri accadimenti simili; per esempio, quando i poveri assaltavano i negozi, una immagine molto latinoamericana e che, all’improvviso, ti mette in discussione tutto un regime. Dopo l’attacco dei negozi in Venezuela ci fu una risposta repressiva molto forte, e da lì nasce Chávez. Se rubare sette carrelli della spesa genera una risposta repressiva da parte dello Stato, nasce un disagio profondo nella cittadinanza e sicuramente si determinerebbe allo stesso tempo una messa in discussione radicale del regime.

E gli escraches, allo stesso modo che rubare i carrelli evidenziano la fragilità e l’illegittimità del sistema, mettono in chiaro che questi gruppi di privilegiati già non hanno il favore popolare, e che, per tanto, non si può continuare a offrire ai banchieri europei il benessere degli spagnoli, non si può continuare a negoziare con la Merkel la compressione delle nostre pensioni, non si possono svuotare istituzioni o casse di risparmio per poi andarsene al ristorante di lusso a spendersele… ciò significa che finisce l’impunità di questo gruppo.

E, allo stesso modo che si è tentato di penalizzare e sanzionare le azioni del SAT, adesso si sta producendo – soprattutto da parte del Partito Popolare – una criminalizzazione degli escraches. Qual è il senso di questa strategia?

Gli escraches attaccano la linea di galleggiamento del sistema. Mirano alla proprietà privata, alla identificazione dello Stato come garante della società privata, ai corpi di sicurezza come corpi repressivi che proteggono la proprietà privata e lasciano in evidenza che «il re è nudo» facendo esplodere l’articolo 14 della Costituzione, nel quale si dice che «gli spagnoli sono uguali di fronte alla legge», e l’art. 9 che afferma che i poteri pubblici hanno l’obiettivo di rimuovere «gli ostacoli che impediscono o rendano difficile» il libero sviluppo degli spagnoli e delle spagnole. Per tanto gli escraches si situano nella difesa degli aspetti più emancipatori della Costituzione e coloro condannano gli escreches si schierano a difesa degli aspetti più repressivi del nostro sistema costituzionale.

Una volta in più siamo di fronte ad una lotta, una contraddizione tra il diritto alla proprietà privata ed i diritti umani. La Piattaforma dei Colpiti dall’Ipoteca, che realizza gli escraches, si schiera a favore dei diritti umani. In cambio, coloro che ricevono gli escraches rinunciano ai diritti umani e si schierano a difesa della proprietà privata.

(*) Juan Carlos Monedero è professore titolare di Scienze Politiche e dell’Amministrazione nell’Università Complutense di Madrid e direttore del Dipartimento di Governo, Politiche Pubbliche e Cittadinanza nell’Istituto Complutense di Studi Internazionali.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Ciro Brescia]

Juan Carlos Monedero:
 «La Europa insurgente, la Europa disidente, va a acabar encontrándose con el ejemplo de América Latina»               
Francisco Fernández
Miércoles, 24 de Abril de 2013
 Juan Carlos Monedero en La ONUEntrevista, realizada el pasado viernes, a Juan Carlos Monedero* aprovechando su participación en un seminario que tuvo lugar en la Universidad de Granada.

¿Cuál es el panorama político que se le ha presentado a Maduro durante las elecciones?

Maduro ha recibido dos golpes. El primero ha sido la muerte de Chávez, quien ha sido líder claro y absoluto del proceso bolivariano a niveles excesivos, que llevaron a que él cargase con demasiado trabajo, impidiendo al mismo tiempo que, en su entorno, surgieran liderazgos alternativos. El segundo golpe que recibe Maduro es en las elecciones, donde no se esperaba un resultado tan ajustado. Este segundo susto lo ha tenido que procesar y digerir más rápido, pero ha tenido como consecuencia dos elementos muy positivos para el proceso. En primer lugar, Maduro ha entendido que el liderazgo tiene que ser colectivo, algo que lo ha llevado a acentuar la labor colegiada del gobierno. Y, en segundo lugar, la necesidad de reconstruir la hegemonía de Venezuela, que no ha heredado de Chávez y que solamente la puede armar recorriendo el país para hablar con todos los agentes políticos y sociales, cosa que ya ha anunciado que va a hacer.

A parte de esos dos sustos ha recibido un regalo dramático, y es que la oposición ha vuelto a sacar su verdadero rostro, que es fascista; ha generado ocho muertos, centros de diagnósticos integral devastados, militantes golpeados, miembros del Consejo Nacional Electoral amenazados… De esta forma, esa derecha patética, fascista y golpista pensaba que iba a acabar con el gobierno, sin embargo lo que ha conseguido ha sido reforzar el proceso de liderazgo de Maduro.

En otro sitio has señalado que Maduro pertenece al «socialismo bolivariano». ¿Cuáles serían las líneas fundamentales de ese ideario?

Maduro es una persona que pertenece a la izquierda del movimiento bolivariano. Así como hay otros actores políticos que se han identificado con la boliburguesía o con posturas más moderadas, Maduro viene de una formación política en la Liga Socialista y de una socialización de lucha. En su discurso, el mismo día de las elecciones, fue muy claro al decir que se iba a hacia la constitución del socialismo y que no había diálogo posible con la burguesía; podía haber diálogo con actores de la oposición, pero no se iba a producir ningún tipo de negociación con aquellos que quieren vivir del trabajo de los demás. Con lo cual el perfil de izquierda de Maduro está claro.

es bolivariana porque también durante estos catorce años él ha sido una persona que ha estado constantemente con el presidente Chávez y en todos los debates; desde la asamblea (en toda la elaboración legislativa, con el impulso de leyes, en el debate de las mismas…) hasta como canciller, armando una integración regional diferente, como es UNASUR o también como es el ALBA, donde hay un presupuesto de izquierda diferente en esa integración que es inédita en el mundo.

A diferencia de la construcción de la Unión Europea, que se hace sobre criterios capitalistas y competitivos, con pequeñas franjas de solidaridad, la concepción del ALBA se traduce, muy al contrario, en un acuerdo de cooperación y de ayuda. Esa propia concepción del ALBA acompaña a Nicolás Maduro y va a ser un referente en su gestión de gobierno.

Sin embargo, los medios de comunicación no reflejan precisamente esta imagen, más bien apuntan en direcciones bien distintas…

Maduro recibe una parte de las críticas que se suelen realizar sobre el proceso bolivariano, al que se ha acusado de autoritario, de castro-comunista, que cierra medios… Unas críticas vacías de contenido y que generalmente son mentira. Él ha incorporado una crítica nueva: es conductor de autobús. Es decir, es un trabajador. Entonces la figura de Maduro molesta a la derecha porque ésta cree que, como diría el Partido Popular, la «marca Venezuela» se ve deteriorada por tener como representante a un conductor de autobús, a un trabajador. Como si no hubiéramos visto a licenciados y doctores arruinar países.

Entonces las críticas que ha recibido y que va a recibir Nicolás Maduro no van a ser muy diferentes a las que tradicionalmente ha recibido Chávez. Lo hemos visto durante las elecciones: se le ha acusado de fraude electoral –y no se ha demostrado porque es mentira–, se le acusa de violencia policial utilizando una foto de la represión en Egipto, se le acusa, con el ejemplo de una pequeña población, de cometer un fraude habiendo más electores que votantes –sin embargo el candidato Capriles, habiendo dos mesas, solamente muestra una urna–. Es decir, las acusaciones que hemos visto durante todos estos años sobre Venezuela han sido mentira, lo cual no implica que no haya problemas en el país. Sin embargo, sí es cierto lo que decía Bertrand Russell sobre Thomas Paine: «era un hombre con defectos, como cualquier ser humano, pero no se le atacaba por sus defectos sino por sus virtudes». Por lo general, los ataques que leemos al proceso bolivariano no suelen coincidir con las cosas que realmente hacen mal, sino que son ataques que están vinculados a que se hacen cosas bien que perjudican a sectores privilegiados.

¿Y por qué esas críticas se realizan especialmente desde Estados Unidos y Europa? ¿Cuáles son los intereses?

Venezuela es la mayor reserva de petróleo del mundo. La geoestrategia política y económica norteamericana está vinculada a los recursos naturales. En el mapa de América Latina se superponen recursos naturales, conflictos sociales y bases norteamericanas, es una constante. Pero, Venezuela no sólo tiene petróleo, además, es la Amazonía –las tierras, el agua, el gas– y, también, es un control de toda la zona. Esto lo ha entendido muy bien Brasil y por eso la alianza de Chávez y Lula ha sido absoluta, porque han entendido perfectamente la estrategia norteamericana. Y Maduro va a hacer lo mismo, es decir, la no-integración latinoamericana va a ser una integración del respeto de la soberanía.

Por otra parte, en América Latina también encontramos otros procesos de emancipación, como el zapatismo, que guardan, al mismo tiempo, ciertas similitudes y ciertas diferencias con el socialismo bolivariano.

Sí, entre el socialismo bolivariano y el zapatismo hay afinidades y hay diferencias. El zapatismo, si hacemos caso a la expresión de John Holloway de «cambiar el mundo sin tomar el poder», basada en el propio movimiento, se contradice radicalmente con el presupuesto bolivariano de «tomar el poder para cambiar el mundo».

Los procesos de transformación de Venezuela, Ecuador o Bolivia se hacen desde el Estado. Y ahí también surge una discusión que Chávez tuvo muy clara: el Estado puede ser una palanca, pero si no se contrarresta con poder popular se convierte en un monstruo. La herencia que Chávez señaló como lo mejor del socialismo bolivariano es la creación del «Estado comunal», y le reclamó a Nicolás Maduro que hiciera de la constitución del Estado comunal su principal obra. Y el Estado comunal no es sino el contrapeso del Estado representativo neoliberal; algo inédito, algo que hay que inventar, pero que pone en paralelo a los elementos comunitarios con los elementos estatales representativos, que creo que ahora mismo es el camino correcto.

El zapatismo, con toda su dignidad y toda su lucha complicada contra un estado corrupto como es el mexicano, no puede ir más allá de construir caracoles, es decir, nichos de dignidad condenados a ser islas de resistencia, mientras que el proyecto desarrollado por Chávez ha cambiado el continente.

¿Y es posible que algunos elementos de la política venezolana puedan llegar a Europa?

La política venezolana va a terminar viniendo a Europa. El cierre informativo que se ha construido sobre los procesos de cambio en América Latina se va a traducir en un creciente interés. Muchas de las reivindicaciones que observamos en la Unión Europea van a encontrar ejemplos en lo que hace quince años se empezó a hacer en América Latina. Sobre todo, en estrategias contra el neoliberalismo que se traducen en procesos constitucionales que, a su vez, se transforman en procesos antiimperialistas que conducen a procesos anticapitalistas.

Igual que el 15-M y el movimiento de los indignados descubrieron la política y las luchas por la justicia y por la igualdad, la Europa insurgente, la Europa disidente, va a acabar encontrándose con el ejemplo de América Latina. Igual que lo que ocurrió en el norte de África ayudó a poner en marcha el proceso de transformación en Europa, cuando se conozcan los procesos latinoamericanos creo que va a ocurrir algo similar pero más radicalizado. Mientras que las luchas en el mundo árabe tenían como objetivo primero echar a dictadores, el objetivo de las luchas en América Latina era desterrar la injerencia de Estados Unidos en las economías nacionales, y eso tiene más que ver con los problemas que tenemos en Europa.

A este debate habría que añadir otra discusión, ya abierta en América Latina, sobre el extractivismo y el respeto a la Pachamama, que es una lucha a la que es muy sensible Europa y de la que también terminará haciéndose eco.

¿Bajo qué formas pueden aparecer en Europa estos elementos que ya se encuentran en Venezuela?

De Venezuela nos deben interesar las preguntas más que las respuestas. Aquí no va a haber un Chávez, aquí no vamos a esperar de los militares una tarea de impulso del proceso emancipador, aunque hay que contar con ellos. Aquí no hay un población desestructurada como la que se encontró Chávez, no hay una disolución de las estructuras sociales intermedias como las que había en Venezuela, no somos un país rentista, no somos un país con petróleo, tenemos una estructura estatal diferente…

Lo que compartimos con Venezuela son los males del modelo neoliberal, el sometimiento a patrones extranjeros o la necesidad de arma una identidad nacional o plurinacional pero que comparta elementos comunes.

Pero, volviendo a un punto que has señalado antes, ¿los escraches no suponen ya un síntoma de una mayor atención a las estrategias políticas desarrolladas en América Latina contra el neoliberalismo?

Hace más de un año escribí un artículo donde planteaba que el escrache era la única solución que veía a la brutal transferencia de los pobres a los ricos; me parecía intolerable que los ricos pudieran disfrutar con absoluta impunidad de ese despojo. Cuando planteé aquello ya era muy consciente de la labor de los hijos de los desaparecidos en Argentina, quienes pusieron en marchar los escraches. Por lo tanto, el Sur ya nos ha dado claves de comportamiento frente a las instituciones que aquí no habíamos considerado; en las nuevas protestas, que coinciden con las de América Latina, y que son protestas contra el neoliberalismo, vamos a encontrar líneas de actuación similares.

¿Y no crees que los escraches han producido un efecto mediático similar al causado por el SAT el verano pasado?

Efectivamente. Tanto los escraches como la expropiación de siete carritos son superaciones de los mecanismos de la democracia representativa cuando ésta ya no da respuestas. Expropiar siete carritos del supermercado es recordar que hay gente que está pasando hambre, incumpliéndose por tanto la Constitución española. Y los escraches, a su vez, son recordatorios de la ausencia de representatividad de nuestros representantes. Es decir, son una impugnación de la democracia liberal representativa.

Gracias a los escraches recordamos que los que se entienden como ‘mandatarios’ realmente son ‘mandatados’, que quien manda es el pueblo y ellos lo que tienen que hacer es obedecer. Pero habían construido una burbuja institucional blindada con privilegios que provenían de la lucha contra la monarquía absoluta y que se convierten en anacronismos para sinvergüenzas que se escudan en la inmunidad parlamentaria para robar o para obtener privilegios.

La expropiación de siete carritos se convirtió en una crisis casi de Estado, algo que asustó a las élites porque seguramente les recordó otros sucesos parecidos; por ejemplo, cuando los pobres asaltaban las tiendas, una imagen muy latinoamericana y que, de repente, te invalida todo un régimen. Después del asalto a las tiendas en Venezuela hubo una respuesta represora muy fuerte, y de ahí sale Chávez. Si robar siete carritos implicara una respuesta represora por parte del Estado, se desarrollaría un enfado profundo de la ciudadanía y seguramente se produciría al mismo tiempo un cuestionamiento radical del régimen.

Y los escraches, igual que robar carritos evidencia la fragilidad e ilegitimidad del sistema, dejan claro que ese grupo de privilegiados ya no tiene el favor popular, y que, por tanto, no puede seguir ofreciendo a los banqueros europeos el bienestar de los españoles, no puede seguir negociando con Merkel el endurecimiento de nuestros pensiones, no puede vaciar instituciones o cajas de ahorros para después irse a restaurantes caros a gastárselo… Es decir, se acaba la impunidad de ese grupo.

Y, del mismo modo que se intentó penalizar y sancionar la acción del SAT, ahora se está produciendo –sobre todo desde el Partido Popular– una criminalización de los escraches. ¿Qué explica tal estrategia?

Los escraches atacan la línea de flotación del sistema. Apuntan a la propiedad privada, a la identificación del Estado como garante de la sociedad privada, a los cuerpos de seguridad como cuerpos represivos que protegen la propiedad privada y dejan en evidencia que «el Emperador está desnudo» al dinamitar el artículo catorce de la Constitución, donde se dice que «los españoles son iguales ante la ley», y el artículo nueve, que afirmar que los poderes públicos removerán «los obstáculos que impidan o dificulten» el libre desarrollo de los españoles y españolas. Por tanto los escraches se sitúan en la defensa de lo más emancipador de la Constitución y los que persiguen a los escraches se sitúan en lo más represivo de nuestro sistema constitucional.

Una vez más tenemos una lucha entre el derecho a la propiedad privada y los derechos humanos. La Plataforma de Afectados por la Hipoteca, y quienes realizan los escraches, se sitúan a favor de los derechos humanos. En cambio, quienes reciben los escraches renuncian a los derechos humanos y apuestan por la propiedad privada.

(*) Juan Carlos Monedero es profesor titular de Ciencia Política y de la Administración en la Universidad Complutense de Madrid y director del Departamento de Gobierno, Políticas Públicas y Ciudadanía en el Instituto Complutense de Estudios Internacionales.

 

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