Malvinas Argentinas: riflessioni alla vigilia del 2 aprile 2013

di Marco Nieli

Lo scorso 1 aprile mi trovavo, di ritorno da un viaggio di piacere ad Ushuaia, nella città argentina di Río Grande, parte dell’isola Tierra del Fuego, estremo lembo meridionale del continente sudamericano. Ho potuto così partecipare a una veglia per il 2 aprile, proprio nella cittadina patagonica dove nel lontano 1993 hanno cominciato a riunirsi i veterani di guerra, in memoria del passato e in rivendicazione dei loro diritti, ingiustamente calpestati o rimossi dopo l’umiliante batosta militare dell’82. Proprio da questa cittadina dell’estremo sud continentale, del resto, partirono nell’82 la maggioranza dei convogli aerei e navali destinati a quest’improbabile impresa di riconquista manu militari del dipartimento Islas del Atlántico Sur, facente parte della Provincia Tierra del Fuego, Antártida y Islas del Atlántico Sur   Non a caso, recentemente Río Grande è stata nominata con legge del Congresso della Nazione, capitale nazionale della “vigilia”, la lunga veglia notturna intorno al faló (oggi sostituito da tendoni con mostre allestite e palchi per i discorsi ufficiali) per celebrare l’anniversario di quel fatidico 2 aprile in cui l’esercito argentino sbarcò sul territorio delle isole e ne occupò la capitale, da allora ribattezzata Puerto Argentino. Si era in piena dittatura militare e il Presidente di allora, L. Galtieri, utilizzò l’extrema ratio di un’azione patriotticamente diversiva per riportare in auge un regime ormai languente: dopo una breve guerra di circa 2 mesi, costata 649 morti agli Argentini e 380 ai Britannici, le isole ritornarono a chiamarsi Falkland e la capitale Port Stanley. L’appoggio logistico degli USA di Reagan e del Cile di Pinochet si dimostrarono determinanti nell’esito del conflitto, al di là della schiacciante superiorità dei Sea Harrier, gli ultra-moderni caccia-bombardieri inglesi.

La notte del 1 aprile scorso, intorno agli stands dimostrativi allestiti a scopo didattico dai vari corpi dell’Armata argentina, si aggiravano i veterani di guerra che ricordavano e scambiavano opinioni con i più giovani, intorno a gagliardetti con il colore bianco-azzurro e a un buon locro fumante (il piatto nazionale argentino). Leit-motiv dominante nei discorsi ufficiali, ovviamente, la rivendicazione sempre più consapevole e convinta, a 31 anni dalla sconfitta militare ad opera dell’esercito britannico, della sovranità argentina sulle Malvinas, erroneamente ritenute da qualcuno solo come degli scogli senza importanza in mezzo all’Oceano Atlantico del Sud.

L’importanza simbolica (al di là di quella economica e geo-politica che pure hanno il loro peso: per i diritti di pesca delle acque prospicienti, i comprovati giacimenti di petrolio capaci di produrre circa 500.000 barili al giorno e la posizione strategica di controllo di ben due oceani nell’emisfero australe) di questi “scogli” contesi tra una delle maggiori potenze imperialistiche al mondo (il Regno Unito) e una potenza regionale emergente come l’Argentina è però oggi tale, che nessuno può pensare di sottovalutarla, nel nuovo scenario dell’integrazione latino-americana a conduzione ALBA (dove però, non dimentichiamolo, sussistono altre aree d’integrazione come il MERCOSUR, l’UNASUR e la CELAC). Non a caso il Presidente dell’Associazione Veterani di Río Grande, che, guarda caso, risponde al nome di Hectór Horacio Chávez, faceva notare come proprio grazie all’enorme e sostanziale appoggio delle altre potenze regionali (Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, ma anche Brasile e Uruguay), l’Argentina della Presidenta Cristina Fernández de Kirchner sta riuscendo a risollevare il “caso” Malvinas nelle sedi dei consessi internazionali preposti, a partire dall’Assemblea dell’ONU. Lo stesso Chávez veterano di guerra argentino parlava di “venti di grande trasformazione in America Latina” e rendeva un grazie particolare al “grande popolo fratello della Repubblica Bolivariana del Venezuela, per essere stato il primo paese del continente a uscire fuori a difendere in tutte le sedi internazionali la causa delle Malvinas”. Citando il patriota indipendentista Manuel Belgrano, faceva notare come la “vera liberazione” dell’Argentina coincida con “la causa dei popoli liberi e della Gran Patria Latino-americana”[1], rievocando così implicitamente l’asse storico dell’intesa Bolívar-San Martín, che ha permesso la de-colonizzazione del continente negli anni ’10-’20 del secolo XIX.

È un dato di fatto che, a partire dal primo mandato di Nestor Kirchner, nel 2003, la questione Malvinas, mai sopita nell’immaginario collettivo argentino, ha conosciuto una forte significativa ripresa di centralità all’interno dell’azione e dell’attenzione di governi progressisti della regione, che hanno fatto, pur tra mille contraddizioni e ambiguità, della difesa della sovranità nazionale (in economia come in politica estera) un principio fondante. Non a caso le repubbliche hermanas dell’Uruguay e del Brasile hanno attuato provvedimenti nel corso dell’anno passato che impediscono alle navi britanniche provenienti o dirette alle Malvinas di approdare ai loro porti, in una sorta di embargo di fatto concepito come solidale ritorsione verso l’arroganza del potere imperiale. Le iniziative governative di Cristina de Krichner si sono andate ulteriormente moltiplicando in questa direzione, fino al recente colloquio privato con il papa Francesco, nel quale sappiamo che ha perorato la causa delle Malvinas argentine[2], tentando di sfruttare il credito internazionale e l’autorevolezza morale del Pontefice per ottenere una riapertura del dialogo da parte del Regno Unito, come suggerito dalle risoluzioni ONU n.  2065 del 1965, n. 3160 del 1973 e diverse altre. È da notare, inoltre, che la questione del contenzioso di sovranità riguardo le Malvinas è stata posta con forza sul tavolo del Comitato per la De-colonizzazione dell’ONU fin dagli anni ’60, senza esito fino a oggi.

La Presidenta sa bene che non è plausibile una nuova prova di forza militare, tanto più che l’area delle Malvinas (che include anche le Georgie del Sud, le Sandwich e le Orcadi del Sud) è ormai una zona altamente militarizzata, con almeno un sommergibile nucleare in pianta stabile. Gli argomenti su cui l’Argentina sta ancora una volta puntando per il riconoscimento della sovranità argentina da parte del consesso internazionale sono semmai di tipo storico, geografico e antropologico e fanno riferimento all’articolo 6 della Carta dell’ONU (concernente l’inalienabile integrità territoriale degli stati) e alla risoluzione sulla de-colonizzazione n. 1514 del 1960: le Malvinas sono e rimangono argentine perché frequentate inizialmente da indios patagonici e poi “scoperte” da navigatori al servizio della Corona di Spagna come Estebán Gómez, Simón de Alcazaba e Alonso de Camarga, nel corso del XVI secolo. Contese dalle potenze imperialistiche di Spagna, Francia (dall’esploratore de Bougainville deriverebbe il toponimo Malvinas, rievocante il porto di Saint Malo in Francia), Olanda e Gran Bretagna, nel corso del XVIII secolo, dopo gli accordi segreti di Nutka, nel 1774, le isole entrano decisamente a far parte del Vice-reame de la Plata, ossia dell’Impero spagnolo. Ed è proprio tatticamente, nell’eredità territoriale trasmessa dall’Impero spagnolo alla neo-nata Repubblica delle Province Unite del Río de la Plata (nel 1810-’16) che si può  individuare il maggiore argomento storico-giuridico nei confronti della sovranità argentina sulle isole: la successiva aggressione/invasione da parte della Gran Bretagna nel 1833, che si vorrebbe giustificare con la presa di possesso di un territorio vuoto, non regge alla prova dei fatti storici. I Britannici, con la loro schiacciante superiorità militare, appoggiata dagli alleati USA, interessati alla pesca e alla caccia alla foca in zona australe, dovettero imporre con la forza la resa a una guarnigione militare argentina (una Comandancia Politíca y militar, con a capo Luis Vernet) già consolidata nell’isola di Soledad dal 1829, per quanto esigua.

La rivolta anti-britannica del gaucho Antonio Rivero, alla testa di poche decine di peones mestizos, negli anni immediatamente successivi alla conquista, appartiene in pieno al mito di un’eroica quanto disperata resistenza, stroncata sul nascere dalla potenza del vincitore.    

Il resto è storia recente. Ossia, per 149 anni a partire da quel fatidico 1833, l’affermazione di uno status quo imperiale che solo la breve parentesi della contro-offensiva dell’82 ha potuto temporaneamente interrompere. Ma oggi, le ormai pacifiche rivendicazioni territoriali dell’Argentina sembrano avere tutt’altre prospettive, dati i mutati rapporti di forza che si registrano di fatto a livello continentale e internazionale. Se non fosse, che ancora una volta, l’ONU appare ostaggio della ragione del più forte: in questo caso, il Regno Unito con il suo alleato di sempre, gli USA.[3]

Per dare parvenza di legittimità alle pretese di consolidare le proprie proiezioni post-imperiali sotto la maschera di un’ipocrita democraticità, il premier britannico J. Cameron ha recentemente opposto agli argomenti di Cristina il principio tradizionale dell’auto-determinazione dei popoli, sancito dall’articolo 2 della Carta dell’ONU: il governo autonomo dell’ Over-Sea Territory delle Falklands ha infatti indetto un referendum tra i circa 3000 abitanti delle isole (i cosiddetti kelpers, così chiamati da un’alga che abbonda nei mari prospicienti alle isole e in gran parte provenienti dalla Scozia, dal Galles, dalla Scandinavia, da Gibilterra, dal Cile e dall’Isola di S. Elena), che a stragrande maggioranza (come  appariva scontato) si sono pronunciati per rimanere un territorio dello U.K. (in pratica una colonia britannica con larga autonomia). A nulla è valso far notare che questi coloni di lingua e cultura britannica, trapiantati nelle isole dopo l’invasione del 1833, non potevano esprimersi diversamente, data la loro iscrizione funzionale, storicamente determinata, all’interno del progetto imperialistico di appropriarsi  dell’utilissima testa di ponte geo-politica nell’emisfero sud. Il Cancelliere argentino Guido de Tella, in un’audizione del 1996 presso il Comitato di Decolonizzazione dell’ONU faceva giustamente notare, a questo proposito, che “il principio della libera determinazione viene frainteso se si pretende interpretarlo in forma tale da riconoscere questo diritto ai propri sudditi della potenza coloniale, alle spese della comunità politica che ha sofferto l’azione coloniale”.[4]

Alla luce degli ultimi sviluppi del contenzioso, non è possibile prevedere quando e in che termini le isole torneranno sotto la legittima sovranità argentina. Fatto sta, che il clima continentale e internazionale appare oggi, rispetto agli anni ’70 e ’80, profondamente mutato, grazie anche all’azione del Venezuela di Chávez e dell’ALBA. Le stesse celebrazioni  odierne da parte degli islanders o kelpers (che dir si voglia) dell’ex-Prime Minister M. Tatcher, responsabile dell’operazione Corporate del 1982 e mancata proprio in questi giorni, suona alquanto patetica e dettata semmai da ragioni di opportunismo politico e ideologico. I tentativi di legittimare in qualunque maniera le proprie proiezioni post-imperialistiche da parte di potenze ormai destinate a un lento quanto inesorabile declino possono registrare ancora temporanei e parziali risultati nello scenario attuale ma, sul lungo termine, sicuramente non hanno più prospettiva storica. In tutte le piazze principali delle città argentine campeggiano monumenti dedicati agli eroi delle Malvinas argentine e nelle scuole si insegna agli Argentini di domani che le isole fanno parte della loro integrità territoriale, della loro storia e della loro identità come popolo libero e sovrano.

Con la forza crescente del diritto internazionale e della giustizia nelle relazioni tra stati, conseguente anche all’avanzata dei principi del socialismo nel continente sudamericano, le ragioni del popolo argentino non potranno più a lungo rimanere inascoltate.


[1] “Fuerte discurso latino-americanista de los combatientes de Río Grande en la Vigilia”, in El Diario del Fin del Mundo, 3/04/2013.

[2] E. Febbro, “Un beso, un mate y las Islas Malvinas”, in Pagina/12, 19 marzo 2013.

[3] Díaz Araujo, Enrique: “Malvinas, 1982, lo  que no fue- Cuadernos de Historia no  Oficial”, Mendoza, Editorial el Testigo, 2001.

[4] In “Islas Malvinas en el marco de la ONU”, http://www.monografias.com/trabajos13/monafia/monafia.shtml.

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