Talpe a Caracas ma anche a Nisida

Le mie fotodi Nicola Nardella

 

La prima volta che entrai nel Carcere Minorile di Nisida mi soffermai su un murales dipinto da Hugo Pratt che rappresentava un gabbiano. La potenza di quell’immagine avrebbe sconfitto la linea del tempo e sarebbe divenuta memoria radicata. Quel carcere, Nisida, è un dolore in fondo all’Anima. Ormai, qualche anno sulle spalle, mi consente di dire che ho visto molte generazioni di bambini. Ho visto numerose ondate di amministratori, forse invecchio, eppure, nell’assenza di politiche a tutela dell’infanzia e di contrasto alla disgregazione sociale, nulla è mutato rispetto al fatto che tutte quelle generazioni di bambini mi apparivano e mi appaiono ineluttabilmente votate alla marginalità e finanche al carcere.

Il carcere, cupo mostro che è lì ad attenderti sul limite estremo del degradare. E’ possibile una lettura in cifre di questo mostro. Anno 2012: 7317 atti di autolesionismo, 1308 tentativi di suicidio, 36 suicidi di cittadini italiani, 20 suicidi di cittadini stranieri. Dentro me, inevitabilmente, ha sempre preso corpo una riflessione sulla ineluttabilità della galera. Il mio essere utopista ha spinto i pensieri a ricercare soluzioni che superassero quello che concepivo come un orribile e vetusto retaggio degno di un museo degli orrori. In altri momenti lo sconforto m’ha portato a ritenere inevitabili talune brutali manifestazioni istituzionali della storia umana.

Mi sono sempre rifiutato di prender parola in un dibattito caratterizzato dalla dicotomia libertà-sicurezza, poiché sottostare a questi due paradigmi in contrapposizione vuol dire prendere parte ad un gioco a carte truccate: invece libertà e sicurezza possono implicarsi reciprocamente in un’unica ispirazione.

M’è capitato tra le mani il libro di Geraldina Colotti intitolato Talpe a Caracas, in cui un intero capitolo è dedicato alla situazione carceraria venezuelana. E’ su tale capitolo che mi soffermerò. I due contesti sociali, quello venezuelano e quello italiano, non possono essere sovrapposti eppure sono rimasto colpito nel leggere di Iris Varela, a capo del Ministerio de Asuntos Penitenciarios, la quale ha affermato: “il carcere non serve a niente, non redime nè rieduca, fosse per me non costruirei altre prigioni”. Mi sono sentito meno solo nelle mie congetture e forse meno pazzo. No, il libro di Geraldina Colotti non è una celebrazione acritica del contesto venezuelano. Con molta nettezza viene descritta una realtà in cui interi penitenziari sono in mano ai narcotrafficanti eppure lo spirito che aleggia tra le pagine non è quello di una sconfitta.

Probabilmente lo spirito della sconfitta è stato bandito dall’attitudine che le Istituzioni venezuelane hanno assunto. Ed allora in questo quadro diviene possibile un “Plan Cambote” in cui le ristrutturazioni delle prigioni fatiscenti vengono affidate ai detenuti, o il “Plan llego la Chamba”, una filiera per dare lavoro ai detenuti ed agli ex detenuti. Mi sembra in questo caso interessante l’approccio decostruttivo di un sistema punitivo basato sul diritto penale del nemico e d’altro canto tendente invece ad avere come finalità ultima la risocializzazione dell’essere umano recluso. Le cifre che citavo prima rappresentano l’esemplificazione numerica della crisi della nostra civiltà eppure i tentativi effettuati dall’altro capo del mondo lasciano ben sperare rispetto alla fioritura di un nuovo umanesimo giuridico.

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