Chávez: l’uomo che ha sfidato la Storia

di Marco Nieli

Le biografie di uomini politici e grandi condottieri si limitano di solito a un intento celebrativo o, nel caso di figure considerate negative, demonizzatore.  Celebri, a questo proposito, le biografie di Alessandro Magno e di  Giulio Cesare composte da Plutarco, quella del caudillo Facundo Quiroga uscita dalla penna di D.F. Sarmiento e, in tempi più recenti, quelle di J. Stalin e Leon Trotskij scritte dal trotskijsta di origini ebraiche I. Deutscher. Per non parlare delle numerosissime biografie di Evita e del Che, quest’ultimo considerato, più o meno romanticamente, come il prototipo dell’eroe socialista e anti-imperialista per eccellenza (famosa, a questo proposito, la biografia del Che di Paco Taibo II intitolata Ernesto Guevara, también conocido como el Che, [1]).

In molti casi, il distacco e la distanza – la presunta “neutralità” della scienza borghese –  necessari affinché la vita vissuta dal capo carismatico diventi studio storico obiettivo (più o meno permeato di mitologia) nascondono, mascherano o stravolgono “ideologicamente” le questioni di militanza politica, a sostegno o all’opposizione del personaggio in questione. In una visione borghese della storia, la praxis dell’affiliazione politica nella sua dinamica storica deve cedere alla staticità del modello astratto, “letterario”, nel senso deteriore della parola, riferito all’eroe o leader consacrato – o demonizzato – al di là o al di sopra delle turbolenze dei processi storici, contraddittori e instabili per definizione. Nel passaggio che si verifica dal processo storico e dalla vita concretamente vissuta alla loro trasfigurazione letteraria, non è solo il senso del divenire storico-dialettico che si perde, ma anche il senso della complessa interazione tra processi oggettivi e soggettivi – tra il contesto storico e le pulsioni dell’io profondo – che portano all’insorgenza e allo sviluppo di una determinata dirigenza personale in circostanze storiche date.

Niente di tutto questo accade nella bella e utile biografia del Presidente del Venezuela Hugo Chávez Frías, scritta da Modesto Emilio Guerrero, un intellettuale e giornalista venezuelano, militante chavista, da tempo radicatosi in Argentina, il libro è uscito a Buenos Aires nel febbraio 2013 per le edizioni Peña Lillo. Il fatto che la biografia sia uscita alla vigilia del triste ma glorioso passaggio a miglior vita, nel senso laico, cioè nella memoria storica di seguaci e ammiratori, potrebbe essere considerato una casualità, se non fosse che il titolo significativo Chávez, el hombre que desafió la storia (la precedente versione, uscita nel 2007, era intitolata: Quien inventò a Chávez?), la dice lunga sul grado di “organicità” dell’autore al processo della Rivoluzione Bolivariana, nella sua consapevole svolta socialista, a partire intorno all’anno 2004. Guerrero è uno studioso e intellettuale militante che ha marcato stretto da almeno un paio di decenni il “fenomeno” politico Chávez e, insieme, l’uomo in carne ed ossa che sta dietro a quel fenomeno, con tutte le sue idiosincrasie, contraddizioni e aspetti irrazionali, diventati oramai mitologici. Visto in quest’ottica, non pare proprio un caso che l’ultimo capitolo del libro, intitolato “Destino”, rifletta i principali dilemmi (politici e, insieme, esistenziali) dell’attualità e del futuro della grande Rivoluzione Bolivariana, creazione eroica delle masse venezuelane, nel loro incontro storico con l’“uomo che sogna”, seguace insieme di Marx, Bolívar, Maisanta, del Che, di Mao e di Cristo.

Non mi sembra peregrino ricordare come, da convinto assertore della Patria Grande e dell’anti-imperialismo, Guerrero abbia alle sue spalle un percorso politico di tutto rispetto, nelle file dei partiti della sinistra rivoluzionaria venezuelana, ha partecipato attivamente agli scioperi e all’occupazione dell’Inspectoria de Trabajo di Maracay durante il Caracazo del 27 febbraio 1989, all’organizzazione del MST e del Partido dos Trabalhadores a Sao Paulo in Brasile e all’Argentinazo del 2001. Come giornalista militante ha scritto apprezzati reportages su Panama (Panamá, soberanía y revolución, 1990), su Haiti (Haiti, el último Duvalier, 1986), sul Brasile (Tierra, poder y revolución, 2012) e sul contesto dei movimenti di sinistra latino-americani (La izquierda latino-americana después del Muro, 2012).  All’analisi del chavismo e della Rivoluzione bolivariana nel nuovo contesto internazionale ha, inoltre, dedicato due testi chiave, che sono El Mercosur y la Revolución Bolivariana del 2006 e Venezuela 10 años después del 2009.  In preparazione, un nuovo titolo dallo strategico titolo El chavismo después de Chávez, argomento quanto mai attuale dopo la scomparsa fisica del Presidente lo scorso 5 marzo.

L’originalità di questa biografia politica dell’uomo Chávez sta però, a mio avviso, non tanto e non solo nell’organicità dell’autore al processo storico-politico che descrive come catalizzato da quella personalità d’eccezione che risponde al nome di Hugo Chávez Frías, bensì nella non-dogmaticità dell’uso che viene fatto di categorie storico-dialettiche, di chiara e confessata derivazione marxiano-gramsciana, come   “soggettività”, “liderismo”, “personalità carismatica”, di fronte ad altre della serie: “processo oggettivo”, “circostanze storiche date”, “contesto determinato”, etc. Guerrero riesce a spiegare in maniera convicente il successo della Rivoluzione Bolivariana e la sua sempre più marcata inclinazione verso il Socialismo (a partire per lo meno dal tentativo di golpe nel 2002 e del successivo sabotaggio petrolero del 2003) alla luce dell’interazione e l’interscambio tra fattori soggettivi, riconducibili alle qualità politiche, morali ed intellettuali dell’uomo Chávez, ai suoi sogni giovanili, maturati nel corso di circa 28 anni di tentativi, frustrazioni, sconfitte, ed oggettivi, nei contesti storico-strutturali della sconfitta definitiva della guerrilla nei tardi anni ’70, del trionfo del neo-liberismo, associato alla dipendenza economica basata sulla rendita petroliera negli anni ’90 e del progressivo ritorno sulla scena del modello politico nazionalista e democratico-radicale (fine anni ’90), fino alla svolta socialista del 2004-2005.

Lungi dal considerare la biografia politica dell’eroe in questione, secondo un impianto dogmatico risalente a certo marxismo ingessato degli anni della Guerra Fredda, come già definita e definibile a partire dall’adesione a una formula pre-costituita, Guerrero ci illustra i tentennamenti giovanili, gli errori, i dubbi di un giovane tenente dell’Esercito Venezuelano, nato da una famiglia povera di Sabaneta (stato Barinas), cresciuto nei miti del base-ball e dell’antenato Maisanta (un mitico bandolero de los Llanos, ribellatosi alla Dittatura di Gómez negli anni ’20) e ben presto convinto della necessità storica di un profondo rivolgimento sociale nel suo paese ma ancora incerto sulla strada da seguire nel raggiungimento dei suoi obiettivi. Più che un personaggio-Chávez a tutto tondo, uscito già adulto con la corazza e l’elmo addosso come la mitica Athena dal cranio di Zeus, il libro ci presenta “i suoi paradossi, il carattere dinamico delle sue contraddizioni e questo dono di Ave Fenix dotata della strana qualità di mutare in avanti – o in direzione contraria – cambiando in accordo con la realtà”.[2]  L’importante, in questo processo aperto che è il farsi storia della Rivoluzione Bolivariana, non è tanto per Guerrero che non esistano contraddizioni nelle varie fasi del suo dispiegarsi, ma che tali contraddizioni vengano risolte in avanti, come ancora gli ultimi discorsi e atti ufficiali del Presidente lasciano presagire, in particolare, il Programa de la Patria del giugno 2012 e l’ormai celebre discorso del “Colpo di Timone” del novembre dello stesso anno.

Un personaggio contraddittorio fin dalla genesi familiare della sua personalità, tanto eclettica ed estroversa, cultore delle coplas llaneras  e della pittura, amante del base-ball, della poesia e della letteratura nazionale e mondiale, quanto riflessiva e studiosa (infaticabile lettore della saggistica nazionale e internazionale, influenzato in una prima fase, oltre che dal Bolivarismo anche dalle figure di militari nazionalisti alla Torrijos e alla Velazco), il tutto condito da una forte radice popolare cristiana e da un’intensa relazione trans-personale, quasi di natura medianica, con i precursori Bolívar e Maisanta.

Vengono così rivisti, in base a questi presupposti, gli anni formativi dell’adolescenza, caratterizzati dalla scoperta della politica e della causa sociale, con l’aiuto dell’ex-guerrillero e mentore José Estebán Ruiz-Guevara; gli anni della gavetta all’interno dell’Esercito, in cui il giovane Hugo sogna di emulare le gesta dei proceres Bolívar, Rodríguez e Zamora, episodio culminante, il giuramento di riscatto nazionale da parte di quattro ufficiali bolivariani sotto il mitico albero simbolo dell’unità nazionale, detto Samán de Güere; gli inizi della cospirazione all’interno dell’Arma negli anni ’80, con la fondazione del movimento democratico bolivariano (insurrezionalista) MBR-200 e i contatti con gruppi di sinistra post-guerrilleros come Causa R, il PRV del Venezuela e Bandera Roja; l’esplosione del Caracazo nel 1989 e il tentativo di golpe, o meglio, il tentativo di insurrezione civico-militare, fallito nel 1992; gli anni della “conversione” ai metodi della democrazia, con la nascita del mito Chávez appena uscito di prigione, nel 1994, fino alla vittoria alle Presidenziali nel 1998, con l’aiuto dell’impresario Maquilena e la benedizione dei “democratici” Clinton e Blair.

Anche degli inizi del primo governo Chávez, con l’apertura di una fase costituente e il progetto di Costituzione Bolivariana ancora in nuce, nell’indecisione tra le illusioni di una possibile Tercera Via alla Clinton o alla Tony Blair e le spinte radicalizzatrici dal basso, Guerrero non tace nulla, restituendo la contraddittorietà e complessità del processo di incubazione di nuove condizioni “oggettive” di trasformazione della società, a partire dai presupposti dati in un certo contesto storico (la metà degli anni ’90, con la progressiva disillusione verso le ricette neo-liberiste e trionfal-capitalistiche), a livello nazionale e internazionale. Non esistono formule precostituite, sembra insegnarci la parabola del militare ribelle, per caratterizzare l’eroico sforzo creativo della massa verso una società migliore: il Socialismo del XXI secolo, una visione innovativa ed eclettica dell’eredità marxiana, proiettata verso la salvezza dell’intera umanità dalla barbarie capitalista, non potrà essere “ni cálco ni copia”, secondo le parole del precursore peruviano Mariátegui.

Un intero capitolo viene poi dedicato, nell’ambito della biografia, allo scandalo provocato dal sociologo argentino peronista (poi finito neo-nazista e anti-semita) Norberto Ceresole, che al momento della vittoria di Chávez dichiarava di avere “inventato” lui il personaggio e di averne addirittura compilato il (presunto) programma di governo: una singolare quanto ambigua mescolanza di elementi autoritari, militaristi e nazionalisti, che Chávez e il suo vice di allora, J. V. Rangel, non potevano che precipitarsi a sconfessare (con la deportazione di Ceresole in Spagna), pur incassando il colpo dell’esposizione di alcune contraddizioni ideologiche e di programma da costui sottolineate, come l’assenza di un partito o movimento politico di riferimento, l’accentuazione dei tratti personalistici nel regime: un problema, quest’ultimo, da alcuni intellettuali bolivariani definito tendenza all’hiper-liderazgo, inizialmente sottovalutato dal Presidente e, successivamente, con l’avanzare della malattia a partire dal 2011, divenuto sempre più drammaticamente attuale. L’errore commesso da Chávez nel corso degli anni ’90 nell’attribuire fiducia a Ceresole, prontamente rimediato con l’acuirsi delle divergenze ideologico-programmatiche tra i due, giustamente messo in risalto da Guerrero, ci può e deve far riflettere sulla fallacia della confusione operata da parte di alcuni settori, “rosso-brunisti”, tra regimi nazionalisti reazionari (fascisti, nazisti, pinochettiani), regimi radical-nazionalisti alla Nasser o alla Perón e regimi di sinistra, con o senza tratti personalistici e/o bonapartistici alla Chávez.

Altre belle e utili pagine del libro sono dedicate alla proiezione internazionale del regime di Chávez, dopo il colpo di stato del 2002, durato poco più di 48 ore e per la cui risoluzione risulta decisiva, ancora una volta, la dialettica tra il leader e la forza sociale della massa, con la fondazione dell’ALBA e della CELAC, la stipula di oltre 5000 trattati commerciali o di cooperazione con gli stati limitrofi o con altri partners asiatici o africani (Russia, Cina, Iran e Siria in testa), la polemica anti-Bush e anti-imperialista un po’ in tutte le sedi e consessi internazionali in cui il Presidente è stato presente negli ultimi 10 anni e l’appoggio alla causa degli oppressi e dei diseredati di tutto il pianeta (dalla difesa di Cuba all’appoggio dei Palestinesi, dalla controversa amicizia con Gheddafi alla causa ecologista). Non vengono risparmiate da Guerrero menzioni ai lati oscuri o contraddittori del processo della Rivoluzione bolivariana, stretta tra l’inerzia istituzionale dei burocrati “gradualisti” e le spinte dal basso alla radicalizzazione, da parte dell’ala movimentista e della sinistra estrema: come nei numerosi casi di corruzione denunciati dai mezzi di comunicazione comunitari (Aporrea in testa) e contro i quali Chávez in persona ha sostenuto battaglie acerrime a più riprese, o come nella cosiddetta crisi degli scambi di prigionieri con il governo colombiano di Santos (nel 2010) che ha portato alla consegna del giornalista Becerra e di guerrilleros delle FARC, in nome di obiettivi di Real-politik che il Venezuela doveva necessariamente perseguire in quella fase storica. Anche qui, sarebbe pretestuoso sostenere che non esistano contraddizioni in un processo tanto complesso e implicante tante variabili sociali, economiche, storico-politiche come una rivoluzione sociale che si voglia insieme nazionalista: l’importante è che la personalità problematica, umanamente complessa e intellettualmente onesta, di quest’uomo straordinario abbia saputo contribuire, di volta in volta, a risolverle a favore di una spinta dinamica e progressiva verso orizzonti inediti dell’utopia socialista alle soglie del nuovo millennio.

Le 5 crisi “oggettive” e di contesto, intorno al 2010-2011, dovute alla rimonta del consenso dell’opposizione, al black-out energetico e all’alluvione (legata a sua volta al problema vivienda), alla situazione di tensione con la Colombia e ai problemi della speculazione bancaria e immobiliare si rispecchiano, dunque, nella crisi personale dell’uomo Chávez che, a partire dall’agosto 2011, si ri-scopre finito e limitato per l’insorgenza di un’insidiosa malattia (per Guerrero, dovuta più allo straordinario livello di tensione da stress e agli infaticabili ritmi di lavoro sostenuti che a inoculazione da parte di nemici esterni), che lo porterà a una precoce dipartita, ad appena 59 anni e con un immensa eredità di progettualità sociale rimasta incompiuta (sebbene con linee programmatiche già abbondantemente delineate). Prima del finale drammatico, presagito nelle ultime pagine del libro, Guerrero ci mostra l’ultimo atto del suo capolavoro politico: la vittoria alle Presidenziali dell’ottobre 2012, con l’11% circa di vantaggio sul candidato dell’opposizione Capriles Radonski, nonostante lo stato di prostrazione fisica e mentale dovuto all’avanzare dell’incurabile malattia. A quel punto, in procinto di indicare la successione in Nicolas Maduro, a Chávez, consapevole di aver definitivamente scongiurato il pericolo da sempre paventato di arrivare “a essere solo uno tra i tanti che l’hanno tentato e non ci sono riusciti”, non resta se non confondersi in un ultimo abbraccio con il popolo da lui tanto amato. Non può che destare una commozione infinita, per chi si è identificato anche minimamente con la causa di questo grande della storia universale, la scena dell’ultimo discorso in pubblico tenuto dal Comandante sotto la pioggia, a Caracas il 4 ottobre 2012:  alla massa che indicava in Chávez il candidato della Patria, il leader, preveggente e accorato, rispondeva: “Eppure, Chávez siete voi!”

Quasi a cercare di scongiurare in una trasfigurazione, dai tratti insieme mitici e animistici, l’inesorabile fatalità del destino individuale. E se, inevitabilmente, l’individuo è destinato a non vedere coronare il suo titanico sogno per i limiti inerenti alla sua condizione mortale, è la massa che segue il percorso da lui indicato con l’esempio, l’idea e la parola.    

 


[1] P. I. Taibo II, Ernesto Guevara, también conocido como el Che, Planeta, 1997; trad. it. Senza perdere la tenerezza, Il Saggiatore, 2004.

[2] M.E. Guerrero, Chávez, el hombre que desafió a la historia, Peña Lillo, Bs As, 1913, p. 20.

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1 Commento

  1. Pier Paolo Palermo

     /  marzo 15, 2013

    Bellissimo pezzo, Marco!

    Mi piace

    Rispondi

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