Obama ricorre alla favola delle armi chimiche per invadere la Siria

di Achille Lollo*

Hilary Clinton ha fatto il suo “show” il due dicembre, a Praga, in occasione della riunione con il ministro degli esteri ceco, Karel Schwarzenber. Due giorni dopo è stata la volta del presidente Obama annunciare che gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attaccare la Siria se l’esercito siriano attaccherà le posizioni dei ribelli con armi chimiche. Subito dopo, il giorno otto, è il ministro degli esteri dell’Inghilterra, William Hague, che manifesta l’intenzione dell’Inghilterra di intervenire in Siria.

(ROMA) — Per vincere le elezioni, Obama ha indossato la maglietta del “non-intervento armato”, nel frattempo i suoi uomini della CIA, approfittando dell’euforia elettorale, lavoravano per rafforzare i gruppi armati siriani che nel Comando Unificato dell’ELS rappresentano la linea politica degli USA. Motivo per cui il colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi è oggi considerato il leader più importante dell’ELS, poiché i suoi uomini controllano la rotta degli approvvigionamenti made in USA che dalla frontiera giordana si estende fino al centro della Siria.

Questo fatto, nel momento in cui l’esercito siriano ha intensificato i suoi attacchi aerei e terrestri, ha modificato gli equilibri all’interno dell’ELS, poiché solamente i gruppi legati al colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi sono stati rinforzati con nuovi battaglioni formati da volontari iracheni e armati con i nuovi lanciamissili capaci di distruggere carri armati, elicotteri e perfino aerei (si tratta dei missili terra-terra e terra-aria).

Invece, quasi niente, in termini di approvvigionamenti logistici, è arrivato alle “Brigate Rivoluzionarie” dei gruppi salafiti, jiddaisti e di quelli che hanno stretto rapporti con Al Qaeda. Infatti, le nuove unità, oltre ad aver ricevuto un intenso addestramento tattico-militare in Arabia Saudita, nelle operazioni in terreno siriano sono guidate da ufficiali del servizio segreto militare britannico e del Qatar che sono in permanente contatto con i rispettivi QG in Turchia e in Giordania ricevendo da questi preziose informazioni sui movimenti dell’esercito di Damasco. In questo modo il trasporto delle armi e le infiltrazioni di centinaia e centinaia di “nuovi volontari”, dalla frontiera giordana fino ai sobborghi di Damasco, riescono con molta facilità.

Così facendo gli uomini del colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi sono riusciti a lanciare un’altra offensiva contro la capitale Damasco e ad ampliare le loro posizioni nelle città di Aleppo, Durna, Hamouriah, Idlib e Marrat al Numaan, che è una piccola cittadina poco distante dalla frontiera giordana e dove passano le colonne di camion che scaricano le armi e la logistica per i gruppi ribelli dell’ELS legati alla CIA.

Da parte loro i gruppi salafiti, per mantenere intatta la loro immagine nel conflitto e per sopperire alla mancanza di lanciamissili e armi sofisticate, hanno cominciato ad attaccare con i mortai e le mitragliatrici i villaggi e le cittadine delle comunità druse e cristiane. Invece i Jiddaisti e i gruppi vicini ad Al Qaeda hanno preferito infiltrarsi nei quartieri di Damasco abitati dai cristiani e dagli alawiti per commettere con i suicidi “bomb-man”, orrendi attentati nelle panetterie e lungo le strade più affollate.

Gli USA e i Salafiti

Nel dicembre del 2011, il presidente del Consiglio Nazionale Siriano (CNS), Burhan Ghalioun, sbarcò nella capitale della Libia, Tripoli, dove incontrò i nuovi dirigenti del CNT libico. Ma fu con Abdelhakeem Belhaj e con Mahdi Al Harati – che in passato furono i capi di Al Qaeda in Libia e ora rivestono incarichi importanti nel nuovo governo libico – che Burhan Ghalioun ha mantenuto un forte legame politico.

La relazione politica del CNS con Abdelhakeem e Mahdi Al Harati è servita a definire il tipo di aiuti per i gruppi combattenti rappresentati dal CNS, che iniziarono con l’invio massiccio di munizioni e armi leggere (soprattutto AK-47 e RPG-7 ereditate dall’esercito di Gheddafi) e l’invio delle “brigate rivoluzionarie” formate da miliziani salafiti sotto il comando del generale Al-Maljhdi al-Harati, famoso per essere stato il primo a entrare in Tripoli dopo la cacciata di Gheddafi e il responsabile della sanguinosa repressione contro tutti gli emigranti africani e i funzionari pubblici.

L’accordo tra il CNS siriano e i rappresentanti del CNT libico, Abdelhakeem e Mahdi Al Harati, fu immediatamente approvato dall’ambasciatore statunitense in Libia, Chris Stevens, che per l’occasione aveva ricevuto l’OK dal Dipartimento di Stato, cioè da Hillary Clinton, che, a  sua volta aveva informato lo stesso presidente Barak Obama.

Nel frattempo, dopo l’attacco ad Aleppo, gli uomini dell’ESL legati alla CIA non riuscivano più a controllare l’attività militare dei gruppi salafiti. D’altra parte, nel Dipartimento di Stato mettevano a nudo un terribile sospetto scoprendo che Al Qaeda stava utilizzando la “guerra santa contro il dittatore Assad” per ricostituire le strutture dell’organizzazione terrorista. Per evitare che ciò accadesse, il governo degli Stati Uniti decise di riorganizzare l’ESL inviando più dollari e armi ai gruppi armati siriani leali con gli USA.

Un’operazione che ha coinvolto anche i grandi media che nei loro reportages hanno iniziato a promuovere l’immagine del colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi. Fatto questo, le cellule della CIA in Iraq hanno cominciato a reclutare “volontari” sunniti e a infiltrarli in Siria. Così facendo, a partire dal mese di agosto i gruppi legati al colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi, hanno potuto sferrare una pesante offensiva nella regione della città di Aleppo e, soprattutto nella periferia di Damasco.

Per non indietreggiare e perdere le posizioni conquistate ad Aleppo, Homs e Rastan, i comandanti delle brigate salafite hanno fatto ricorso al sacrificio umano per sopperire alla mancanza di armi sofisticate e di adeguati rinforzi che, in realtà, erano destinati soltanto ai gruppi del colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi. Una situazione che ha messo in evidenza la decisione degli uomini della CIA di sacrificare le brigate salafite usandole come carne da cannone, in quanto gli uomini del colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi cominciavano a controllare il Comando Unificato dell’ESL.

Questa situazione ha provocato l’ira dei salafiti libici che nel simbolico giorno dell’11 settembre hanno convocato a Bengasi l’ambasciatore statunitense Chris Stevens e per rappresaglia lo hanno assassinato nella sede del consolato.

Il fallimento della diplomazia

Pochi sanno che nel lontano 2005, l’allora presidente degli USA, George W. Bush autorizzava la CIA a supervisionare e finanziare la creazione di una quinta colonna in Siria, capace di creare le strutture necessarie per organizzare un movimento insurrezionale, capace di sfruttare lo storico stato di conflitto tra i sunniti e gli alawiti che esercitano un’ influenza maggiore nel governo di Bashar Al-Assad.

Per questo motivo, quando a Homs, nel marzo del 2011, sono iniziate le prime manifestazioni pacifiche dell’opposizione, immediatamente a Damasco e Aleppo, gli uomini della quinta colonna realizzavano dei mortali attentati con l’obiettivo di evitare l’apertura di un dialogo sulle riforme politiche ed economiche proposte dal governo.

Il moltiplicarsi degli attentati contro i civili, l’esecuzione selettiva di alti funzionari, amministratori, intellettuali e militari legati al governo, associato al lavoro poco informativo dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) di Rami Abdul Rahman (finanziato con i fondi segreti del Dipartimento di Stato), le manipolazioni e i falsi delle televisioni arabe Al Jazeera e Al Arabia, insieme all’assoluta parzialità dei media statunitensi ed europei, hanno determinato l’isolamento politico del governo siriano a livello internazionale, oltre a dire che gli storici equilibri politici e religiosi del governo siriano erano stati definitivamente rotti di modo che l’unica soluzione era liquidare Bashar Al-Assad e le forze che lo sostenevano.

In questo modo, USA, Francia, Inghilterra, Germania, Italia, Olanda e Israele, seguiti dai paesi sunniti del Medio Oriente (Turchia, Arabia saudita, Qatar, Emirati Uniti e Libia) accendevano la miccia della guerra civile contrabbandata come “guerra santa al dittatore”.

Un conflitto, che in realtà, persegue tre obiettivi strategici: 1) eliminare l’ultimo regime laico guidato da un partito socialista pan-arabo, il Baath; 2) dividere la Siria in quattro nuovi e piccoli stati privi di una qualunque importanza strategica, soprattutto nei  confronti di Israele e della Turchia; 3) così facendo le potenze della NATO, e soprattutto Israele, potrebbero finalmente controllare il Libano; 4) per poi iniziare l’accerchiamento militare all’Iran, che, insieme alla Siria e a Gaza, è l’unico paese arabo che si rifiuta di sottomettersi allo strapotere degli USA e di riconoscere lo Stato sionista di Israele.

È quindi abbastanza chiaro perché, con questo scenario politico, tutte le iniziative diplomatiche sono destinate al fallimento. Infatti, quando la Lega Araba incaricò Kofi Annam di riunire tutte le forze dell’opposizione per negoziare una nuova piattaforma politica con i gruppi politici che appoggiavano il governo di Bashar Al-Assad, gli “amici della Siria” (USA, Turchia, Qatar, e Arabia Saudita) sabotarono questa iniziativa appoggiando le provocazioni aeree e terrestri della Turchia lungo la frontiera, poiché l’ESL promuoveva attacchi in grande scala in quasi tutte le città del centro e del centro nord della Siria.

In seguito la Lega Arabe inviò una missione di osservatori internazionali, guidata dal generale sudanese Al Dabi, dopo aver presentato in una conferenza la sua prima relazione fu, praticamente, “cancellata” dai grandi media giacché in questa relazione il generale Al Dabi accusava l’ESL di aver realizzato diversi massacri di civili, che poi l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani aveva dichiarato essere invece stragi dell’esercito regolare di Damasco.

Per ultimo, il segretario generale delle Nazioni Unite, incaricava l’algerino Laskhdar Brahimi di guidare una missione speciale in Siria per verificare gli elementi coinvolti e l’ampiezza del conflitto oltre a registrare le posizioni politiche definite a livello internazionale, poiché la Russia e la Cina per ben tre volte avevano manifestato il loro veto nel Consiglio di Sicurezza, ricevendo l’appoggio di paesi emergenti importanti, tali come l’India, il Brasile, l’Africa del Sud, l’Argentina, il Venezuela e l’Angola.

Infatti, l’obiettivo della missione guidata da Laskhdar Brahimi prevedeva creare un ambiente favorevole per l’apertura di negoziati con la presenza dei gruppi dell’opposizione armata legati al CSN, i gruppi dell’opposizione indipendente e le forze politiche legate al governo. Comunque c’è da dire che il Dipartimento di Stato non manifestò nessun interesse nella missione di Laskhdar Brahimi né tanto meno accettava che le Nazioni Unite ottenessero degli importanti risultati diplomatici. Così, il 10 novembre, i “paesi amici della Siria” hanno organizzato la Conferenza di Doha, nel Qatar, dove il governo francese, quello statunitense e quelli  della NATO, insieme ai governi della Turchia e quelli degli Stati del Golfo, sancivano, unilateralmente che «…l’unico e legittimo rappresentante del popolo siriano era il Consiglio Nazionale Siriano» (il braccio politico dell’ELS controllato dalla CIA).

In questo modo oltre a rigettare qualsiasi tipo di negoziati con le forze che appoggiano il governo di Bashar Al-Assad, “i paesi amici del popolo siriano” screditavano a livello internazionale la missione di Laskhdar Brahimi, oltre a rifiutarsi di riconoscere la rappresentatività politica del Consiglio Democratico Siriano (CDS) in cui, tra gli altri, partecipano i partiti dei curdi-siriani, i differenti gruppi cristiani e i drusi.

Nonostante ciò, Laskhdar Brahimi non si è arreso e ha continuato la sua missione incontrando anche il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, e quello cinese, Hong Lei, giacché la Russia e la Cina, subito dopo il fallimento del copri-fuoco del 26 ottobre, suggerivano che il testo finale della risoluzione per il Consiglio di Sicurezza avesse come base le risoluzioni della riunione di Zurigo in cui si proponeva di chiamare ai negoziati anche i paesi della regione per rendere effettiva la vigenza del coprifuoco e l’attivazione di un reale processo di pacificazione.

Ahmet Davutoglu, il ministro degli esteri della Turchia – che con Benjamin Netanyahu, è il principale “cane da guardia” della strategia statunitense per il Medio Oriente – s’incaricava di rispondere a Laskhdar Brahimi dichiarando tassativamente che «la Turchia non accetterà mai di sedersi al tavolo con i rappresentanti di Bashar Al-Assad e non dialogheremo mai con un regime che uccide il suo popolo».

Peccato che il ministro Ahmet Davutoglu si sia dimenticato di come la Turchia risolse “la questione armena” e di come, oggi, le truppe speciali dell’esercito e i reparti anti-sommossa della polizia di Ankara stanno risolvendo “la questione curda”.

Ci vogliono invadere?

È con questa frase che il vice-presidente della Siria, Qadri Jamil, ha qualificato le minacce del presidente Barak Obama sottolineando che «gli USA vogliono sfruttare la favola delle armi chimiche montate sui razzi dei nostri caccia-bombardieri per giustificare l’invasione della Siria».

Infatti, persino la TV CNN ha dovuto rivedere la sua nota parzialità ricordando che fu grazie alla favola «dell’imminente uso delle armi chimiche da parte dell’esercito iracheno contro la popolazione civile fu così che il  presidente George W. Bush riuscì a ingannare l’opinione pubblica e lo stesso Segretario Generale iniziando l’invasione dell’Iraq e in seguito la distruzione del regime di Saddam Hussein».

Qadri Jamil, ha ricordato al ministro degli  esteri della Russia, Serghiei Lavrov, che il governo siriano accetta di negoziare anche un eventuale allontanamento del presidente Bashar Al-Assad che «però questo deve essere deciso attraverso un negoziato qualificato e con la partecipazione di tutte le  componenti politiche siriane dell’opposizione, degli indipendenti e di quelli che appoggiano il governo. Un negoziato che deve essere fatto per pacificare la Siria e non per dividerla. Non possiamo accettare di negoziare con la minaccia delle armi. Per questo le risoluzioni della Conferenza di Doha, in realtà equivalgono a una pura e  semplice dichiarazione di guerra contro la Siria».

In questo contesto, se si considera che l’esercito ribelle dell’ESL non è ancora riuscito a disarticolare l’esercito di Damasco e ciò rafforza l’ostinata resistenza del presidente Bashar Al-Assad e delle forze che lo sostengono, in Siria può succedere veramente di tutto. Per esempio, può capitare che nella periferia di Aleppo qualcuno spari “evidentemente per errore” il razzo del suo RPG7 colpendo i magazzini della fabbrica chimica che produce il cloro, recentemente occupata dagli uomini dell’ELS, la cui esplosione provocherebbe la morte di tutti quelli che vivono nei pressi della fabbrica fino a un chilometro di distanza. In questo caso, il Comando Unificato dell’ELS non si dichiarerà responsabile dell’accaduto, ma trasmetterà a Londra, all’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani e alla Tv Al Jazera che «l’esercito di Damasco ha bombardato Aleppo con  bombe al cloro provocando migliaia di  morti». Una notizia che gli uomini del Pentagono e della NATO aspettano da mesi per fare lo stesso che fecero in Libia.

Per evitare che questo tragedia si realizzi per la terza volta, il presidente della Siria, Bashar Al-Assad ha immediatamente avvisato il Segretario Generale dell’ONU affermando che «il governo siriano non userà mai le armi chimiche contra il suo popolo».

*Giornalista italiano, corrispondente in Italia del periodico “Brasil de Fato” e editore del programma TV “Quadrante Informativo”.

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