Rivoluzione, arte e filosofia: Conversando con Gramsci

gram

Gramsci in the sky with diamonds!

di Miguel Posani

«Ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione»
(Antonio Gramsci)

Lentamente si va facendo visibile un paesaggio davanti a me, un piccolo lago, non so in quale parco, alberi tutt’intorno. Mentre osservo i suoi colori, mi rendo conto che sono seduto su una panca, di quelle di legno. Il sole è alle mie spalle e ho qualcuno al mio fianco che conversa con me e mi dice:

«Guarda quello che sta succedendo, ora state cominciando a capire quello che teorizzai a suo tempo, il problema della egemonia non è semplicemente la questione di chi controlla il potere politico o l’apparato dello Stato, l’egemonia culturale è qualcosa di più complesso e complicato, nella quale partecipano tutte le menti della società… Guarda cosa è successo con l’Unione Sovietica e tutti quei tentativi di rivoluzione socialista, al di là di altri errori, non seppero focalizzare il vero problema egemonico che non sta nei mezzi di produzione, nella burocrazia dello Stato o nelle leggi, non sono stati capaci di concentrarsi nella quotidianità che ognuna di quelle menti riproducono, nelle loro mutue complessità che riproducono uno schema sotterraneo incosciente».

Mi volto verso il mio interlocutore e mi rendo conto che colui che ho al mio fianco è una persona che si maschera la faccia con una grande fotografia di Gramsci, l’abbassa e mi spavento perché chi la sostiene è lo stesso Gramsci che sorride, è veramente piccolo come nelle foto e al vedere la mia sorpresa sorride ancora di più e senza darmi il tempo di dire nulla continua a parlare:

«L’opportunità che voi avete per la quale siete maturi è quella di sviluppare una vera guerra di posizioni simboliche, non solo nell’ideologia, ma in ciascuna area di riflessi incoscienti che sono le loro basi. Renditi conto che questo problemino con gli studenti delle università private e con i preti, con i mezzi di comunicazione, con la burocrazia e la corruzione che avete adesso, lungi dall’essere qualcosa di negativo va a rafforzarvi, quelli, la destra e l’imperialismo, si stanno rinnovando nella loro tattica e strategia, e questo vi obbliga a fare la stessa cosa. Non è un male, per fortuna ci sono loro, non importa quanto siano stupidi, sono un’opposizione interna ed esterna che vi aiuta a sviluppare anticorpi».

Si aggiusta gli occhiali e parlandomi in italiano con accento sardo, mi dice che è preoccupato per la sua salute e inoltre sua moglie è da molto tempo che non gli scrive… non so che dirgli… mi guarda, credo che intenda il mio imbarazzo e ride di nuovo, continuando a parlarmi:

«Devi capire questo: il senso comune è un conglomerato di abitudini e aspettative che sono vigenti giorno dopo giorno nel quotidiano delle persone, sono come una colla che mantiene l’ordine sociale delle cose. Si manifesta per esempio con le frasi fatte, nei giri verbali tipici, nei gesti automatici, negli stereotipi e nelle reazioni di fronte agli avvenimenti. L’insieme di questi contenuti del senso comune si identifica per il soggetto imbevuto di ciò, con la realtà stessa, anche se è soltanto parziale e immaginario»… tento di interromperlo ma non me lo lascia fare… «il senso comune non ‘apprende’ dalla realtà ma lavora come filtro e ordinatore di questa a sua volta, secondo canoni ancestrali che si mantengono occulti alla coscienza».

Mi rendo conto che ho una certa difficoltà nel seguirlo perché mi sto chiedendo se questa conversazione sia reale o sia un sogno, però continuo ad ascoltarlo con attenzione:

«Voi, per la prima volta in una rivoluzione, state prendendo coscienza che il problema non è soltanto economico, o storico, il problema della ‘sovrastruttura’ è veramente un problema, dovete prendere coscienza che la lotta è molto lunga e la sfida è riuscire a voltare di 180° nella cosmovisione del senso comune, cambiare i sentimenti morali, avvelenati e condizionati dal capitalismo, fino a toccare le reazioni fondamentali del senso comune. So che adesso dovete affrontare una guerra che prima non esisteva, quella che chiamano guerra mediatica, quel monitor che si trova in tutte le case e che ha condizionato tutti con la sua musica, le sue immagini, la sua estetica, non solo nelle vostre credenze ma arriva molto vicino a quelli che si possono definire gli istinti freudiani. Questa è la vera guerra per l’egemonia; si sono conquistate molte cose ma manca il nucleo centrale riproduttivo del quotidiano che non sta ‘fuori’ nelle relazioni sociali ma si trova dentro di ognuno di noi.

Te lo espongo in un’altra maniera, l’ho spiegato nei quaderni del carcere.

L’ideologia borghese non deve essere combattuta solo nel campo aperto degli scontri ideologici ma anche nella discrezione del senso comune, nella riproduzione del suo sostegno, dei suoi simboli ed immagini, attraverso la penetrazione sottile, millimetro a millimetro, cervello a cervello, idea a idea, abitudine ad abitudine, riflesso a riflesso. Capisci allora quando parlo di ‘aggressione molecolare’? Ma inoltre, se facessimo solo questo staremmo soltanto cambiando una cosmovisione e un’alienazione con un’altra, il problema è più complesso. Oggettivamente la mutazione e l’evoluzione per la quale lottiamo non riguardano soltanto le convinzioni politiche, ma principalmente le reazioni spontanee, i sentimenti fondamentali, i riflessi che determinano incoscientemente la condotta. Le condotte sedimentate nell’inconscio umano da secoli e millenni devono essere sradicate, per fare posto a una nuova costellazione di reazioni o, per meglio dire, passare da una reazione ad una maggiore coscienza.

In questa guerra per l’egemonia si richiede una pluralità di canali di azione e comunicazione informali e apparentemente svincolati dalla politica, attraverso i quali si può andare iniettando impercettibilmente nel senso comune una gamma completa di nuove parole, abitudini che vanno modificando i modelli di comportamento da incoscienti ed alienati per passare a modelli coscienti, autoriflessivi e critici».

Lo interrompo e gli faccio notare che ciò che mi dice si avvicina all’esoterismo tipo ‘new age’ e lui se la ride di nuovo dicendomi che ha sempre criticato il meccanicismo manualesco ed il dogmatismo, che i suoi anni in carcere sono stati un profondo periodo di meditazione ed introspezione che gli hanno permesso di vedere più in là del momento storico e comprendere che una rivoluzione autentica deve andare più in là di se stessa gettando il suo sguardo non solo all’indietro nella storia ma più in avanti, nel futuro, nella scommessa di un futuro più umano, più in armonia con la natura e con lo spirito della terra, solo così si salverà dal cadere nelle fosse e nelle trappole dei diversi dogmatismi, dei conservatorismi ed estremismi nocivi per il processo rivoluzionario.

All’improvviso nel cielo chiaro si scatena un fulmine che cade nel centro del lago distogliendoci dalla nostra conversazione, ad un certo punto, solo un istante di oscurità e aprendo gli occhi mi rendo conto che mi trovo in una cella e che il suono del fulmine è stato prodotto dall’urto del metallo della porta che si è aperta, un secondino entra e mi dice «Signor Gramsci, lei è libero, Mussolini ha firmato la sua liberazione». Non capisco ciò che mi dice perché ancora sto pensando al mio strano sogno: io, che sono un’altra persona che mi ascolta mentre le parlo del futuro in… Venezuela…, davvero una strana cosa… non lo racconterò a nessuno perché crederanno che io sia più pazzo di quello che pensano… qui mi sono svegliato, facendo questo pensiero.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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