Un bagno nel fiume impetuoso della Rivoluzione Bolivariana


LA “RIVOLUZIONE BOLIVARIANA”

PARTE INTEGRANTE E MOMENTO PROPULSIVO DEL
MOVIMENTO DI PORTO ALEGRE

Appunti di viaggio del Teologo della Liberazione Giulio Girardi

(luglio-Agosto 2002)

PRIMERA E SEGUNDA PUNTATA

Prima puntata (non spaventatevi, le puntate saranno probabilmente solo due).

1 – CONTRADDIZIONI E PROSPETTIVE DEL FORO SOCIALE VENEZUELANO

La Habana-Cuba, 5 Agosto 2002

Compagne e compagni carissimi,

debbo anzitutto scusarmi con voi per questo mese di silenzio (dal 5 luglio, giorno della mia partenza da Roma al 5 agosto, data del presente messaggio). Il motivo di questo silenzio è molto semplice. Da quando ho messo piede in Venezuela (prima tappa del mio itinerario indo-afro-latinoamericano, sono stato travolto da una serie imprevista di impegni appassionanti, ognuno dei quali richiedeva anche un tempo di studio e di preparazione. Furono due settimane assai intense, destinate indubbiamente a segnare il futuro del mio impegno solidale, politico, culturale e teologico.

Sollecitato poi dal movimento delle donne bolivariane (INAMUJER), che mi invitarono al loro incontro internazionale di solidarietà, prolungai il mio soggiorno in Venezuela dal 16 al 22 luglio.

Il tempo per una prima pausa di riflessione e di condivisione l’ho trovato il 22 luglio, sull’aereo che mi portava da Caracas a La Habana. Pausa che si è poi prolungata molto più di quanto immaginassi, fino ad oggi 5 agosto. Pausa che cercherò di riaprire appena possibile per informare chi fosse interessato o interessata (succede) delle principali attività che ho potuto svolgere in Venezuela dopo la chiusura del Foro Sociale (sarebbe la IIa puntata che vi ho minacciato di scrivere).

Primo impatto, traumatico, con il Foro Sociale

Voglio però essere sincero e dirvi tutto. Il mio primo impatto con il Venezuela, in particolare con il Foro Sociale, è stato traumatico.

All’aeroporto di Caracas, dove sono giunto il 5 luglio, alle 15,35, nessuno mi aspettava. Solo grazie a due amici, funzionari dell’ambasciata di Cuba, potei far giungere la notizia del mio improvviso arrivo al Coordinamento del Foro Sociale, dal quale supponevo di essere stato invitato ed al quale supponevo di aver comunicato per posta elettronica la mia accettazione dell’invito con l’orario del mio arrivo.

Credo importante parlare di questi primi (ed ultimi) contrattempi, perché essi riflettono largamente la condizione di questo ed altri Fori Sociali. Esperienza che ha accentuato le mie preoccupazioni non certo per le idee ispiratrici dei Fori Sociali ma per il loro funzionamento concreto, per il loro spontaneismo e per la loro allergia all’organizzazione. Essi dovrebbero infatti essere luoghi di elaborazione e di costruzione “dal basso” dell’alternativa, ma spesso riproducono i vizi della vecchia sinistra: settarismi, egemonismi, rivalità interne. Non essendo organizzazioni realmente alternative, non potranno, se non maturano, costruire alternative di società né a livello locale né molto meno a livello nazionale e mondiale. Ma non per questo perdo la speranza.

Supponevo di essere stato invitato dal Foro Sociale, perché nel messaggio elettronico che mi aveva inviato la Fondazione FUNDEC (Fundación para la defensa de los derechos de los ciudadanos y las comunidades), firmato da Mario Neri, mi si invitava espressamente al Foro Sociale del Venezuela, facendo riferimento ad alcuni miei scritti (sui popoli indigeni, il debito estero, lo sviluppo locale sostenibile, il macroecumenismo ecc.), pubblicati nel sito del Gruppo Oscar Arnulfo Romero di Milano (gestito da D. Alberto Vitali e da Emma Pavoni). In essi, mi scriveva Mario Neri, italiano residente da trent’anni in Venezuela, membro di FUNDEC, avevano notato una sorprendente affinità tra la problematica che io affrontavo e quella sollevata dalla rivoluzione bolivariana. Affinità sorprendente per i Venezuelani, e più ancora per me.

Supponevo anche di aver comunicato per posta elettronica al Coordinamento la mia accettazione dell’invito e l’ora del mio arrivo. Ma, ho poi saputo, l’indirizzo elettronico che mi era stato comunicato era errato, per cui il mio messaggio non era giunto a destinazione.

I giorni che ho poi trascorso nel Foro Sociale, furono da un lato per me assai frustranti, dall’altro estremamente fecondi. Frustranti sul piano personale, perché, partito per dare un contributo al Foro Sociale, ne sono stato in realtà emarginato da burocratismi e rivalità interne, che accentuarono le mie preoccupazioni per il funzionamento dei Fori Sociali.

Mi sembra comunque emblematica ed istruttiva questa esperienza, per cui indugio nel descriverla. Informato dall’ambasciata di Cuba del mio arrivo e della mia attesa solitaria all’aeroporto, il coordinamento del Foro Sociale mandò due compagne a prelevarmi. Molto gentilmente le compagne mi informarono che il mio nome non figurava nella lista degl’invitati e che quindi i dirigenti dovevano riunirsi e decidere se era possibile utilizzarmi e, prima ancora, se era possibile alloggiarmi.

Le compagne mi condussero al Teatro Municipale, sede del Foro. Qui alcuni degli organizzatori mi chiesero se avevo i mezzi per provvedere al mio sostentamento durante il Foro. Risposi di no (non era vero), perché supponevo che essendo stato invitato, sarei stato anche alloggiato.

Nella sede del Foro potei finalmente entrare in contatto diretto con alcuni esponenti di FUNDEC, l’organizzazione che mi aveva invitato: Carmen Romero, presidente e Mario Neri, uno dei membri più attivi della Fondazione. Mi resi conto che FUNDEC partecipava al Foro Sociale, ma non era membro del coordinamento; che quindi non contava nella burocrazia del Foro.

Pertanto agli occhi del coordinamento l’invito da essa rivoltomi era nullo. Per questo io non figuravo nella lista degli invitati. Inoltre, la mia risposta di accettazione calorosa dell’invito, come ho ricordato, non era giunta a destinazione.

I membri di FUNDEC cercarono di convincere gli organizzatori del Foro che se anche la mia riposta, per un disguido postale, non era giunta, ero giunto io e che questa si poteva considerare una riposta. Ma i burocrati (alternativi?) non furono convinti. Il mio “caso” fu discusso in una riunione del coordinamento, nella quale prevalse l’opinione degl’intransigenti: non essendo stato invitato dal coordinamento, non avrei potuto prendere la parola in seduta plenaria. Mi comunicarono invece che un gruppo di lavoro era interessato a discutere con me sui diritti dei popoli indigeni.

Al momento però della riunione dei gruppi nessuno degli organizzatori si presentò per accompagnarmi e presentarmi ai miei presunti interlocutori.

Con molte difficoltà e con l’aiuto di Mario Neri, trovai il luogo di riunione dei gruppi; dove per altro nessuno mi aspettava. Uno dei coordinatori disse al mio accompagnatore che nessuno dei gruppi si occupava dei diritti indigeni, che però avrei potuto partecipare al gruppo impegnato sui diritti umani. Mi sedetti in questo gruppo. I suoi membri stavano discutendo vivacemente e continuarono tranquillamente la discussione.

Nessuno mi rivolse la parola. Dopo 10 minuti, era chiaro per me che la mia presenza in quel luogo non aveva nessun senso; che gli organizzatori avevano mentito nel dirmi che un gruppo era interessato a discutere con me sui diritti indigeni. Lo avevano fatto per sbarazzarsi di una presenza imprevista, che rompeva i loro schemi. Me ne andai insalutato ospite. A nessuno venne poi in mente di scusarsi per questo contrattempo.

Così si concluse la mia partecipazione “attiva” al Foro.

L’annuncio della mia presenza in Venezuela

Dagli organizzatori potemmo però ottenere una concessione importante: che uno di essi annunciasse pubblicamente, a nome di FUNDEC, la mia presenza nel paese e informasse delle attività che avrei svolto nei giorni successivi.

L’annuncio fu dato in questi termini: Il compagno e amico Giulio Girardi, filosofo e teologo della liberazione, è stato invitato in Venezuela da FUNDEC (Fondazione per la difesa dei diritti dei cittadini e delle comunità). Si fermerà nel nostro paese fino al 16 Luglio, giorno in cui partirà per Cuba, che considera la sua seconda patria. Egli intende esprimere al popolo venezuelano, in particolare alla Rivoluzione bolivariana, la calorosa solidarietà di molti e molte militanti d’Italia, particolarmente del Partito della Rifondazione Comunista, del suo segretario Fausto Bertinotti, e di settori significativi del Parlamento Europeo.

Nei prossimi giorni intendiamo valorizzare al massimo il suo contributo al nostro processo, che non gli è stato possibile offrire nel corso del Foro Sociale. Stiamo organizzando diversi incontri con lui. In essi egli affronterà alcuni temi che rappresentano piste importanti della sua riflessione attuale e che egli intende sottoporre all’attenzione del popolo venezuelano, per coinvolgerlo, se possibile, in una ricerca partecipativa.

Alcuni di questi temi sono i seguenti:

1. Resistenza e alternativa al neoliberalismo e ai terrorismi;
2. La Rivoluzione Bolivariana, parte integrante e movimento propulsivo del movimento di Porto Alegre;
3. Lo sviluppo locale sostenibile e il potere locale alternativo, asse strategico del movimento di Porto Alegre e della Rivoluzione Bolivariana;
4. I popoli indigeni, nuovi soggetti storici: Loro contributo al movimento di Porto Alegre e alla Rivoluzione Bolivariana;
5. Il protagonismo delle donne nella costruzione di un’alternativa globale di civiltà e particolarmente nella Rivoluzione Bolivariana;
6. Attualità della teologia della liberazione nel movimento di Porto Alegre e nella Rivoluzione Bolivariana.

Orari e luoghi di questi incontri saranno ampiamente pubblicizzati.
Invitiamo la popolazione a considerarli momenti importanti della sua partecipazione rivoluzionaria.

Questo annuncio segnò una svolta nella mia permanenza in Venezuela.

Appena uscito dalla sala di riunione, fui assalito da giornali, radio, televisioni ecc. che chiedevano interviste; da responsabili di associazioni che mi invitavano per conferenze e dibattiti. La fine del Foro Sociale fu per me l’inizio di un periodo estremamente attivo e fecondo. Delle principali attività in cui sono stato coinvolto, farò poi una rapida rassegna (in una seconda puntata). Vorrei prima spiegare perché, nonostante le mie disavventure, considero anche la partecipazione al Foro Sociale assai feconda.

Feconda anzitutto per i numerosi contatti che ho potuto prendere e che hanno reso possibili le iniziative dei giorni successivi e hanno creato la possibilità di future collaborazioni e pubblicazioni.

Incontri con gli italiani dei due schieramenti

Tra gli incontri che ho potuto fare in occasione del Foro Sociale, desidero ricordare in particolare quelli con italiani. La grande maggioranza degli italiani residenti in Venezuela è berlusconiana, e quindi simpatizzante dei golpisti, la piccola minoranza che l’11 aprile scorso ha tentato di deporre il presidente eletto da una larga maggioranza popolare, perché odia un presidente profondamente amato dal popolo; che lo odia, perché il popolo lo ama; una minoranza che disprezza il presidente di origine popolare, perché disprezza il popolo.

Gli italiani coinvolti nella Rivoluzione bolivariana sono molto pochi ed anche dispersi, non si conoscono tra loro. Credo che la mia visita sia stata utile almeno per questo (spero non solo per questo): ha permesso agli italiani che venivano a salutarmi, di incontrarsi e di conoscersi tra di loro. Forse è nato così un gruppo di italiani fiancheggiatori del presidente Chávez. Io mi sono sentito per pochi giorni ministro degli esteri interinale, (ma antagonista ed alternativo).

Questi italiani rivoluzionari si vergognavano di essere rappresentati da un presidente suddito di Bush, e mediocre come lui. Li ha rinfrancati l’apprendere che esiste in Italia un partito, piccolo ma appassionato ed appassionante, come Rifondazione Comunista, che è schierato con la Rivoluzione bolivariana. Tra di essi è stato molto apprezzato l’articolo, che hanno letto in internet, con cui Liberazione ha presentato il golpe contro Chávez, uno dei pochi articoli oggettivi, schierati con la maggioranza popolare e con il presidente costituzionale. (Per una volta nella vita, compagne e compagni, siamo in maggioranza).

Per puro caso ho avuto un incontro di segno diverso con la presenza italiana in Venezuela. Nel ristorante del mio albergo ho incontrato Donato Di Santo, che mi ha riconosciuto e salutato cordialmente. Ricordando che egli è (o almeno era) responsabile della solidarietà internazionale dei DS, mi sono rallegrato di questo incontro, pensando di aver trovato in lui (che ingenuo, caro Giulio) un alleato nella difesa della Rivoluzione bolivariana. Ma fui preso dal dubbio e gli domandai: sei qui per solidarietà con il presidente Chávez? Mi rispose stizzito: assolutamente no! Sono il più antichavista del mondo. La sera di quel giorno ho avuto una conferma della sua scelta di campo vedendolo a colloquio cordiale, nello stesso ristorante, con un noto golpista.

Di Santo era a Caracas, suppongo, per partecipare non al Foro Sociale, ma all’Internazionale Socialista per l’America Latina e il Caribe, schierata anch’essa dalla parte dei golpisti. Una buona notizia per Berlusconi: gli “ex-comunisti” che in Italia sono suoi rivali (così dicono) sono però suoi sicuri alleati in politica internazionale.

L’Internazionale Socialista, costituita dai delegati di 35 partiti socialdemocratici latinoamericani e caribegni, ed accompagnata da invitati d’Italia, Francia, Portogallo, Svezia e Spagna, confermò il suo appoggio a Acción Democrática e agli altri gruppi del Coordinamento Democratico dell’opposizione. Nella conferenza stampa tenuta a Caracas il 20 luglio, il segretario Generale dell’Internazionale non precisò se essa considera gli avvenimenti dell’11 aprile come un colpo di stato o solo come una pubblica manifestazione di dissenso democratico. Nello stesso tempo respingeva qualsiasi tentativo di rottura dell’ordine democratico come anche la militarizzazione della politica.

La sua analisi della situazione adottava in tutto e per tutto il punto di vista dell’opposizione. Constatava infatti l’indebolimento dello stato di diritto e delle sue istituzioni, l’incremento della violenza politica tra i cittadini, l’impunità nella violazione dei diritti umani, la mancanza di indipendenza dei pubblici poteri, la costituzione di gruppi civili armati in difesa del governo, creando un clima d’insicurezza e di instabilità sociale.

Ne emergeva, con l’appoggio della stampa, un’immagine rovesciata della realtà, secondo cui i golpisti diventavano difensori della democrazia e dello stato di diritto, il presidente costituzionale sequestrato diventava responsabile della violenza scatenata; i golpisti, rimasti impuniti, accusavano il presidente di favorire l’impunità nella violazione dei diritti umani.

Verso il convegno panamazonico di Belén do Parà (Brasile)

Tra gli incontri che ho potuto fare in occasione del Foro Sociale ricordo in particolare quello con il responsabile dei rapporti internazionali del Municipio di Belén do Parà. (Città nella quale avevo partecipato due anni fa ad un incontro internazionale promosso in collaborazione dal movimento zapatista e dal movimento dei Camponenses Sem Terra). Egli fece un intervento, nel quale annunciava per Gennaio 2003 un incontro panamazonico, preparatorio al Terzo Foro Mondiale di Porto Alegre. Gli feci sapere attraverso qualche amico che ero interessato ad incontrarlo; seppi che anch’egli era interessato ad incontrare me. In effetti, mi aveva conosciuto in occasione dell’incontro di Belén do Parà, cui avevo partecipato: portava con sé alcune copie degli atti di quel convegno, nei quali figurava anche un mio contributo sui popoli indigeni come nuovi soggetti storici. Mi assicurò che nel convegno panamazonico la problematica indigena sarebbe stata centrale, e che ad esso sarei stato invitato. Sono evidentemente molto interessato a parteciparvi.

L’incontro del Presidente Chávez con il suo popolo

L’incontro più importante reso possibile dal Foro Sociale è stato per me quello con il Presidente Chávez. Egli giunse per la chiusura, accolto con un entusiasmo ed un affetto indescrivibili, evidentemente sinceri, cui egli reagiva con grande spontaneità e semplicità.

Qualcuno gli aveva segnalato la mia presenza e una persona del seguito mi chiamò per presentarmi. Un abbraccio molto cordiale. Mi domandò se era la mia prima visita in Venezuela. Gli risposi che no, che ero già venuto, circa trent’anni fa, per un convegno di pedagogia. Ma, aggiunsi, da allora tutto è cambiato. “Sì, disse, e molto deve ancora cambiare. Ma tu fermati, dobbiamo parlare.” Si rivolse all’incantevole ministra della salute, che lo accompagnava, dicendole di prendere nota. Essa mi chiese il biglietto da visita e l’indirizzo a Caracas.

Nei giorni successivi potei assistere almeno tre volte a questi incontri del presidente con il popolo: incontri rappresentativi, mi pare, dello stato attuale della sua popolarità presso la maggioranza del paese.

Dopo questo bagno di folla, egli si sedette ad ascoltare attentamente le conclusioni cui erano pervenuti i diversi gruppi di lavoro del Foro. Due cose mi colpirono particolarmente in questa fase dell’incontro: un presidente che prende appunti ascoltando le conclusioni di un dibattito di base; un presidente che applaude anche quando la base critica severamente il governo. Del suo intervento conclusivo mi colpì una miscela di grande fermezza e di coscienza della sua fragilità. La convinzione che “nessuno potrà fermare il processo avviato” e la coscienza, al tempo stesso, di essere esposto al tradimento anche da parte delle persone più vicine (ricordò che durante il golpe, il suo cuoco aveva brindato a champagne).

Il Foro Sociale Nazionale, “capitolo venezuelano del Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre”

Ma il Foro Sociale non è stato importante per me solo a motivo di questi ed altri incontri. Lo è stato anche per i suoi contenuti. Per leggerli sinteticamente mi ha guidato il titolo ufficiale dato al Foro Nazionale: “capitolo venezuelano del Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre”. Titolo che per parte mia ho tradotto così: “La rivoluzione bolivariana, parte integrante e momento propulsivo del movimento di Porto Alegre”.

Il documento di convocazione del Foro e dichiarava tra l’altro: “Il Foro Sociale Nazionale si ispira al Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre (celebrato in Gennaio 2001 e Gennaio 2002) e per questo adotta la sua carta di principi”. “E’ un Foro di carattere nazionale, ma con una dimensione internazionale, relazionata con i movimenti internazionali planetari con il Foro Sociale Mondiale.”

La continuità con Porto Alegre era attestata anche da alcuni video assai espressivi del Secondo Foro Mondiale. Venne poi confermata dal discorso di apertura, tenuto dall’economista filippino Walden Bello, membro del Comitato Internazionale del Foro Sociale Mondiale. Essa era attestata soprattutto, a mio giudizio, dal programma del Foro, il cui titolo generale diceva: Per una democrazia partecipativa e protagonica.

La mattina di Giovedì 4 fu occupata da alcune relazioni che affermarono espressamente ed illustrarono la continuità con Porto Alegre. Rafael Alegria, honduregno, esponente del movimento contadino internazionale Via Campesina e Bernard Cassen, di ATTAC Francia, svolsero il tema: Da Porto Alegre al Venezuela, verso l’emergenza di uno spazio planetario di lotte e movimenti sociali. Animata Traore, ex ministra della cultura del Malì e Danielle Mitterand, Presidente della Fondazione “France Liberté” intervennero sul tema: Il Foro Sociale Mondiale, i Fori Regionali e Nazionali, incontri per la elaborazione di politiche alternative al neoliberalismo.

Oltre che la continuità con Porto Alegre, va segnalata subito la novità, anzi l’unicità di questo Foro Sociale: l’unico celebrato con l’appoggio del governo centrale e della presidenza della repubblica; l’unico il cui obbiettivo coincide nella sostanza con il programma di governo e trova, prima ancora, il suo fondamento giuridico nella carta costituzionale e in un gran numero di leggi applicative.

Punto centrale della convergenza fra la Rivoluzione Bolivariana e il movimento di Porto Alegre il riconoscimento del diritto di autodeterminazione solidale, considerato come essenza del mondo nuovo in costruzione. Il riconoscimento di questo diritto rappresenta il momento centrale della contrapposizione alla globalizzazione neoliberale, la cui essenza è invece l’affermazione del diritto di autodeterminazione imperiale del capitale finanziario transnazionale, e più radicalmente delle grandi potenze che lo governano e che per mezzo di esso governano il mondo.

La convergenza tra la Rivoluzione Bolivariana e il movimento di Porto Alegre si caratterizza, in altri termini, per il riferimento alla “solidarietà liberatrice” o anche alla “amicizia liberatrice”. Queste formulazioni esprimono in altro modo, l’articolazione e fecondazione tra autodeterminazione e solidarietà espressa dal fondamentale diritto di “autodeterminazione solidale”, formula che rende forse più esplicita l’ispirazione etica dei due movimenti.

Il diritto di autodeterminazione solidale è anche, nella Rivoluzione Bolivariana come nel movimento di Porto Alegre il cuore della scelta strategica di assumere come punto di partenza e fondamento della globalizzazione alternativa lo sviluppo locale e il potere locale alternativi.

Al tema del “potere locale, esercizio della democrazia partecipativa e protagonica, furono dedicate le relazioni di sabato 6 luglio, tenute da Marta Harnecker di Cuba, da Carla Ferreira, della Rete Sociale Mondiale del Brasile, da Luis Arnaldo del Municipio di Belén do Parà e dagli esponenti venezuelani Rafael Morales e Santiago Arconada. Allo stesso tema furono consacrati due gruppi di lavoro: quello su partecipazione cittadina e potere locale e quello su democrazia economica: microfinanze, cooperativismo, terre e sviluppo rurale.

Pertanto, nella caratterizzazione del mondo nuovo in costruzione sono altrettanto essenziali la definizione dell’obbiettivo e quella della strategia. In effetti, una delle intuizioni più importanti dei due movimenti è che fra l’obbiettivo di società e la strategia orientata a perseguirlo deve esistere una rigorosa coerenza. Solo attraverso una strategia partecipativa sarà possibile costruire una società partecipativa.

Uno dei più gravi errori della vecchia sinistra (che si sta oggi tentando di correggere) è stata appunto la pretesa di costruire una società democratica con metodi autoritari; di costruire una società alternativa con metodo non alternativi. E’ in altre parole, la strategia avanguardista:

la pretesa cioè delle organizzazioni rivoluzionarie di essere le protagoniste della trasformazione sociale e della nuova società; la pretesa, in altre parole di costruire l’alternativa dall’alto. Ora, il mondo nuovo si contrappone non solo alla società capitalista ma anche alla società socialista costruita dall’alto; o, in altre parole al modello avanguardista di socialismo. Si potrà certamente discutere se l’abbandono dell’avanguardismo significhi l’abbandono del marxismo o un suo sviluppo.

Ma la questione è, a mio giudizio, secondaria. L’importante è stabilire, alla luce di nuove esperienze, se la nuova strategia sia più efficace nella costruzione dell’alternativa.

Un altro capitalismo (democratico e solidale) è possibile?

La convergenza di obbiettivi e di strategia tra la Rivoluzione Bolivariana e il movimento di Porto Alegre non è però totale; o per lo meno, non lo è ancora. In effetti il movimento di Porto Alegre è, nei suoi obbiettivi e metodi decisamente anticapitalista e antimperialista. Lottare contro il neoliberalismo significa per esso lottare contro le strutture e la logica del capitalismo. Il presupposto implicito di questa opzione è che il capitalismo non è riformabile e che pertanto a livello mondiale un capitalismo dal volto umano non è possibile.

Invece, la costruzione di un capitalismo dal volto umano sembra il progetto della rivoluzione bolivariana.

E’ significativo in questo senso il fatto che Walden Bello, cui è stato affidato il discorso inaugurale, abbia fatto parte del gruppo di lavoro “Democratizzare il capitale”.

Tra le relazioni del mattino di sabato 6 luglio, quattro furono dedicate al tema “Democratizzare il capitale, per una democrazia alternativa e solidale”. Esse sono tenute dallo stesso Walden Bello, da Carlos Gavetta di ATTAC Argentina, dal Padre Manolo, da Judith Valencia.

Inoltre il sottogruppo di “Economia sociale, cooperativismo e autogestione” del gruppo di Democrazia Economica afferma tra l’altro nelle sue conclusioni: “Per parlare di economia sociale si assume il concetto di economia solidale, più adeguato per conseguire un capitalismo dal volto umano”. Dall’insieme del progetto, si desume che “capitalismo dal volto umano o umanizzato” significhi democratico e solidale. Significa, in altre parole, un capitalismo rispettoso del diritto di autodeterminazione solidale delle persone e dei popoli, che viene per ciò stesso dichiarato possibile.

Pertanto, la Rivoluzione Bolivariana si proclama antineoliberale, ma non espressamente anticapitalista. Questa distinzione tra antineoliberalismo e anticapitalismo si può interpretare in due modi. Si può pensare che essa intenda lasciare aperta la possibilità oggi di un capitalismo non liberista, limitandosi a condannare il capitalismo liberista, selvaggio e autoritario. Dicendo che “un altro mondo è possibile si intenderebbe affermare che “un altro capitalismo è possibile”.

L’altra interpretazione è quella che considera la scelta antiliberista come la prima tappa di un processo, il cui sbocco sarà la scelta anticapitalista. L’opportunità di questa distinzione tattica può essere suggerita dall’esigenza di evitare, almeno in un primo tempo, di prestare il fianco all’accusa di comunismo, che scatterebbe immediatamente contro chi si professasse apertamente anticapitalista, antimperialista e socialista.

Secondo questa interpretazione quindi, la Rivoluzione Bolivariana non riconoscerebbe la possibilità di un capitalismo solidale e democratico, ma ritiene che la contraddizione tra questi obbiettivi non debba essere affermata a priori, ma che debba esplodere praticando coerentemente il diritto di autodeterminazione solidale, esercitando concretamente la sovranità, la partecipazione e la solidarietà. L’esperienza infatti dimostra e dimostrerà sempre più chiaramente che l’esercizio coerente della sovranità, della partecipazione e della solidarietà trova nel capitalismo e nell’imperialismo un ostacolo insuperabile. E che quindi esso diventa possibile solo rompendo la logica di questa sistema. Tendo per parte mia ad appoggiare questa ultima interpretazione. Secondo la quale si tratterebbe, nel caso della Rivoluzione Bolivariana di una scelta non formalmente ma virtualmente anticapitalista, o, in altri termini, di un anticapitalismo e antimperialismo processuali. Interpretazione coerente con la strategia sia della Rivoluzione Bolivariana sia del movimento di Porto Alegre, che considera la scelta dell’alternativa di società non come una rottura repentina, ma come un processo; non come la conquista del cielo por assalto, ma come la scalata, lunga e faticosa di una montagna, animata dalla scoperta incessante di nuovi orizzonti.

L’anticapitalismo e antiimperialismo processuale caratterizzano anche mi pare, la splendida costituzione bolivariana, che credo di poter considerare come la prima costituzione del mondo nuovo, sia per molti dei suoi contenuti sia per il metodo popolare partecipativo con cui è stata elaborata.

Convergenza nel “anti-imperialismo sostanziale” e nell’internazionalismo popolare

L'”anti-imperialismo sostanziale” è quindi un altro terreno di convergenza tra la Rivoluzione Bolivariana e il movimento di Porto Alegre. Ancora una volta il termine “anti-imperialismo” non figura, mi pare, né nella costituzione bolivariana, né nel documento finale dei movimenti sociali di Porto Alegre. Non figura il termine, ma figura la sostanza, espressa, per esempio, nella coppia difesa della sovranità nazionale e rifiuto belligerante dell’ALCA (Area Latinoamericana di Libero Commercio).

Certo, la “difesa della sovranità nazionale” può essere, ed è spesso per tanti paesi, una rivendicazione puramente formale, considerata compatibile con la protezione del Grande Fratello. Ma iniziative come il rifiuto militante dell’ALCA ne esplicitano la dimensione antimperialista ed internazionalista. L’ALCA è infatti il tentativo degli Stati Uniti di unificare l’America Latina sotto il suo tallone; è, in altre parole, il principale progetto imperialista continentale degli Stati Uniti.

Tra la Rivoluzione Bolivariana e la Rivoluzione Cubana

Scrivo queste pagine a Cuba, dove sono arrivato il lunedì, 22 luglio. Oggi, 26 luglio, ricorre il 49° anniversario dell’assalto alle caserme Moncada e Carlos Manuel de Céspedes, che è la principale festa della Rivoluzione Cubana. Quell’assalto è infatti considerato l’avvio della fase culminante della rivoluzione, la prima delle vittorie che condussero alla presa del potere e che segnarono poi le tappe principali della rivoluzione.

La festa si celebra ogni anno solennemente in una città diversa: in quella cioè che, a giudizio del Comitato Centrale del Partito, risulta vittoriosa nella gara di “emulazione socialista”. Quest’anno l’onore è toccato a Ciego de Avila, capitale della provincia di Camaguey.

Il 25 luglio, tutti gl’invitati internazionali furono trasferiti in autobus (un viaggio di cinque ore) il 25 luglio da La Habana a Morón, città vicina a Ciego de Avila: dove fummo accolti in albergo, con grande cordialità e generosità e dove pernottammo. L’indomani mattina presto un breve viaggio di tre quarti d’ora in autobus ci condusse a Ciego de Avila per la solenne commemorazione.

Una manifestazione animata dalla consegna stimolante: Idee, Popolo e Socialismo. Una manifestazione vissuta con grande intensità da un popolo rivoluzionario, fiero delle sue conquiste e deciso a difenderle, fortemente identificato con il suo “Comandante in capo” e con il Partito.

Osservai qualche timido accenno al dopo-Fidel: al grido, frequentemente scandito di “Viva Fidel!”, veniva spesso associato un “Viva Raúl!”; al “grazie, Fidel!” veniva associato un “grazie, Raúl!”. Una consegna decisamente nuova: “Non importa il capo. Ciò che importa è il popolo e il socialismo!”

Comunque, il dopo-Fidel sembra ancora lontano. (più lontano, speriamo, del dopo-Bush). Un Fidel in splendida forma fisica e intellettuale ha concluso la manifestazione. Un breve discorso di circa un’ora e mezza: un’analisi lucida e rigorosa della globalizzazione neoliberale, dal punto di vista dei popoli oppressi. Un bilancio moderatamente positivo, convincente, della Rivoluzione. Una miscela esplosiva di polemica, di fiducia e di umorismo.

Ma l’effervescenza del contesto cubano mi induce a riflettere sulle convergenze e le differenze tra la cinquantennale Rivoluzione Cubana e la nascente Rivoluzione Bolivariana. Convergenza nella rivendicazione del diritto di autodeterminazione solidale, nel riconoscimento della solidarietà liberatrice come sorgente etico-politica d’ispirazione, nella individuazione del protagonismo solidale del popolo come essenza della nuova società, nell’anticapitalismo ed anti-imperialismo sostanziali, nella resistenza all’aggressione imperialista, nella promozione di un internazionalismo popolare, nel riconoscimento effettivo del diritto di tutti alla salute, all’educazione, al lavoro, alla sicurezza sociale, alla giustizia. Convergenza anche nella rabbia incomposta che la dignitosa rivendicazione di autonomia desta fin dal primo momento nell’imperialismo statunitense, inducendolo ad appoggiare con tutti i mezzi la mafia cubana di Miami e gli squallidi golpisti del Venezuela: la rabbia che destano nelle trame oscure dell’impero diventa per i movimenti sociali e politici un segno di autenticità etica e democratica.

Le differenze fondamentali si collocano, mi pare, a livello strategico. La Rivoluzione Cubana ha avuto come protagonista un movimento guerrigliero, un’avanguardia che ha conquistato il potere di stato con la lotta armata, appoggiata da una sollevazione popolare, e che a partire da questo potere è venuta realizzando la trasformazione della società.

L’instaurazione quindi della nuova società ha avuto un avvio repentino nella conquista militare del potere e poi nella proclamazione del carattere socialista della società. La trasformazione avvenne cioè “dall’alto”, per opera di questo potere centrale, che contava però su un consenso largamente maggioritario e che si avvale di un partito comunista fortemente disciplinato e centralizzato.

Condizione essenziale del successo e della resistenza era e rimane l’unità dei rivoluzionari. Per altro, lo stato d’assedio e di guerra cui il paese è stato sottoposto fin dal primo momento ha obbligato ad interpretare tale unità con una certa rigidità: partito unico, centralizzazione della stampa, della radio e della televisione.

L’avanguardismo della strategia si riflette inevitabilmente sul centralismo dell’organizzazione dello Stato e del Partito, e sulla conseguente ipertrofia dell’apparato burocratico, appoggiati però sempre su un consenso largamente maggioritario.

Nella valutazione della strategia rivoluzionaria cubana non è evidentemente lecito procedere come se si trattasse di un paese in condizioni di pace e di normalità. I critici più esasperati della società cubana, gli Stati Uniti, costituiscono con lo stato di guerra e di emergenza che le impongono da cinquant’anni e con i metodi terroristi che praticano nei suoi confronti, l’ostacolo più grave alla sua piena democratizzazione. Il caso di Cuba è però rivelativo di un problema dalle dimensioni universali. Su scala mondiale gli Stati Uniti, in cui molti, anche in Italia, vedono il modello della democrazia, sono in realtà un modello di società violentemente autoritaria, sono i distruttori di tutti i tentativi di costruzione della democrazia nel continente e nel mondo, rappresentano l’ostacolo più serio alla costruzione di un mondo diverso, anzi alla stessa convinzione che “un mondo diverso è possibile”.

Inoltre, in questa valutazione della strategia rivoluzionaria cubana, non si può prescindere dal fatto che, bene o male, il centralismo ha consentito alla Rivoluzione Cubana di resistere per cinquant’anni a una così violenta, prolungata e criminale aggressione.

Nella ricerca oggi decisiva di un’alternativa strategica, non è sufficiente riflettere sulla necessaria coerenza fra la strategia e il progetto di società; è anche indispensabile riflettere sulla coerenza fra strategia e resistenza. Problema decisivo per tutto il movimento di Porto Alegre. Decisivo in particolare per la Rivoluzione Bolivariana: perseguendo la strategia partecipativa, pluralista e non violenta che ha scelto, ispirandosi al suo progetto di società, non dovrebbe dimenticare che il progetto è minacciato dalla violenza esterna ed interna; e che quindi un criterio essenziale nella elaborazione della sua strategia dev’essere il consolidamento della capacità di resistenza.

UN BAGNO NEL FIUME IMPETUOSO DELLA “RIVOLUZIONE BOLIVARIANA”

PARTE INTEGRANTE E MOMENTO PROPULSIVO DEL
MOVIMENTO DI PORTO ALEGRE

Seconda Puntata (ed ultima, per ora)

2-TRA GOLPISMO E MOBILITAZIONE POPOLARE

Limiti del processo venezuelano e rigurgiti di golpismo

In questa seconda puntata, mantengo il titolo ottimista che, nel calore della scoperta di questo processo, ho dato alla mia cronaca, parlando, con il linguaggio di molti/e militanti venezuelani/e per l’alternativa, di ” rivoluzione bolivariana”. Ma sento ora il bisogno di mettere questa espressione tra virgolette.

Mi induce a farlo la presa di coscienza dei limiti di questo progetto di alternativa che sarebbe precipitato chiamare rivoluzionario. E’ possibile che lo diventi, ma bisogna riconoscere che per ora non lo è. Sia perché, come ho rilevato precedentemente, non si presenta formalmente come alternativo al capitalismo, ma al neoliberalismo, avallando l’ipotesi di una possibile umanizzazione e democratizzazione del capitalismo; sia perché la presenza nel paese di un forte settore imprenditoriale, reazionario e golpista, appoggiato dagli Stati Uniti, da alti gradi delle forze armate, da elementi della magistratura, da settori della polizia e dalla quasi totalità dei mezzi di comunicazione di massa, renderebbe improponibile, impraticabile e controproducente una rottura formale con il sistema.

Mi hanno stimolato in questa presa di coscienza da un lato la lettura attenta di alcuni documenti programmatici, in primo luogo della costituzione, dall’altro alcune osservazioni dell’ambasciatore del Venezuela a Cuba, Julio Montes, personaggio decisamente schierato con il presidente Chávez (Si trovava nel palazzo presidenziale nei giorni del golpe). Egli intervenne ad una conferenza che, su richiesta di alcuni internazionalisti presenti a Cuba, ho tenuto sul tema: “La rivoluzione bolivariana, parte integrante e momento propulsivo del movimento di Porto Alegre”. L’ambasciatore giunse quando avevo già iniziato a parlare: tanto che io, salutando l’assemblea e sottolineando la sua larga internazionalità (cubani/e, cileni/e, argentini/e, colombiani/e, palestinesi, salvadoregni/e, portoricani/e ecc.) avevo però lamentato l’assenza di venezuelani/e. Parlai quindi in presenza dell’ambasciatore, ma senza saperlo e quindi senza nessuna prudenza diplomatica; rilevando sia il potenziale di questa esperienza sia la sua fragilità.

Il primo intervento nel dibattito fu appunto quello dell’ambasciatore. La compagna cilena che coordinava l’incontro salutò il suo arrivo e lo invitò a prendere la parola. Egli cominciò dicendosi quasi totalmente d’accordo con la lettura che avevo proposto dell’esperienza venezuelana. Ma insistette molto più di quanto non avessi fatto io nel rilevarne i limiti, dichiarando espressamente che si trattava di un “processo” bolivariano, ma non di una rivoluzione. Mi invitò poi a visitarlo in ambasciata per approfondire lo scambio di vedute.

Tra le osservazioni che egli formulò per illustrare i limiti dell’esperienza venezuelana ricordo anzitutto l’assenza di un partito capace di dirigere politicamente la transizione e di rappresentare un punto di riferimento unitario dei molteplici movimenti sociali alternativi. Il partito V Repubblica, disse, è stato un efficace movimento elettorale, ma è lontano dal costituire un partito politico unitario. L’assenza del partito della transizione è legata all’assenza di una precisa strategia della transizione. Il primo limite dell’esperienza sarebbe pertanto quello del movimentismo, inteso come mobilitazione popolare imperniata esclusivamente sui movimenti, rispettando la loro diversità ed autonomia, e rifiutando di riconoscere il ruolo unificante e dirigente dei partiti. Problema, questo, che, a mio giudizio, investe l’intero movimento di Porto Alegre. Di esso quindi la “rivoluzione bolivariana” condivide non solo il potenziale ma anche i limiti.

L’assenza di una strategia per la transizione rappresenta, osservò l’ambasciatore, anche un limite della costituzione bolivariana. Essa traccia un quadro assai suggestivo della società alternativa, ma non si preoccupa di dettare delle norme per il periodo di transizione, durante il quale il progetto è gravemente minacciato. Questo vuoto legislativo sembrava fornire una parvenza di fondamento alle incertezze del Tribunale Supremo di Giustizia, chiamato a giudicare i quattro alti ufficiali, coinvolti nei “disordini” del 12 aprile; incertezze che sarebbero state superate pochi giorni dopo con la scandalosa sentenza assolutoria, secondo la quale i quattro imputati non avevano compiuto un colpo di stato, ma avevano operato “per ristabilire e mantenere l’ordine”. Sentenza che assolve anche tutti gli altri ufficiali accusati di ribellione.

Tutti rimangono quindi in libertà. Secondo questa sentenza, i cui autori mancano evidentemente (tra le altre cose) del senso dell’umorismo, il presidente non è stato prigioniero dei golpisti, ma “posto sotto la loro protezione”.

L’infondatezza, anzi la clamorosa stupidità di una simile sentenza, emerge chiaramente anche dalla dichiarazione rilasciata dal Presidente la vigilia della sua proclamazione: “Come, non c’è stato colpo di stato! Io sono stato fatto prigioniero, l’Assemblea Nazionale e il Tribunale Supremo di Giustizia sono stati soppressi con un tratto di penna, governatori e deputati sono stati arrestati, delle persone sono state assassinate, e voi (magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia) direte che non c’è stata ribellione militare?”.

Molto giustamente quella sentenza venne considerata dall’opinione pubblica democratica un secondo colpo di stato o una seconda fase di un colpo di stato condotto per tappe. Una terza fase dovrebbe essere, si prevede, l’incriminazione da parte del Tribunale supremo di Giustizia, dello stesso presidente: egli verrebbe accusato di un “delitto di lesa umanità”, la morte di 18 persone nel conflitto a fuoco esploso l’11 aprile in occasione di una marcia dell’opposizione (durante la quale, nota bene, il presidente era prigioniero dei golpisti).

Ma, come la prima fase del colpo di stato, la seconda sta suscitando una vigorosa reazione popolare. La più solida garanzia della rivoluzione bolivariana è appunto questa presa di coscienza, da parte della maggioranza popolare, di essere la detentrice della sovranità; è al tempo stesso la certezza del presidente di poter contare su questa presa di coscienza.

Tale certezza ispira oggi evidentemente il suo comportamento, molto più deciso che in altre occasioni. Egli dichiarò che la sentenza era “una pugnalata inferta al popolo”, annunziando però “un contrattacco da parte del popolo e delle istituzioni veramente democratiche”. Sottolineò quindi la necessità di “attivare i meccanismi istituzionali della sovranità popolare, per sottrarre il paese all’arbitrio”.

Dichiarò inoltre: “E’ finito il tempo di magistrati e magistrate che operano contro il sentimento nazionale”. La sentenza assolutoria dei golpisti “sta generando una reazione popolare impressionante, che passerà alla storia”.

Ricordò che i membri del Tribunale Supremo di Giustizia sono stati eletti dal Congresso, il quale ha quindi il diritto e il dovere di valutare il loro operato. In effetti, l’assemblea Nazionale votò una mozione, che decideva di aprire un’inchiesta sul potere giudiziario e su ciascuno dei magistrati.

Per scatenare l’offensiva costituzionale e popolare contro quella sentenza, il presidente colse l’occasione del secondo anniversario della sua elezione, celebrato domenica 18 agosto.

Quel giorno, egli tenne da Maracay la sua trasmissione settimanale “Alò, Presidente!”, nel corso della quale invitò la popolazione ad un “cazerolazo” (forma di protesta popolare espressa al suono di casseruole e di altre armi non violente) per la notte del martedì successivo e ad una manifestazione nel quartiere popolare di Petare, al est di Caracas; annunciò inoltre per il giorno dopo la celebrazione di una messa “di gioia” nella cattedrale, per celebrare i suoi due anni di governo. Conclusa la trasmissione, egli prese la testa di una carovana di macchine, che percorse il centro del paese, per la strada che unisce Maracay a Valencia.

La “Coordinadora democrática” dell’opposizione annunciò per i giorni successivi una serie di manifestazioni di protesta. L’impunità dei golpisti, che consente loro di continuare ad organizzare marce di protesta, esigendo pubblicamente le dimissioni del “presidente-dittatore”, del “presidente-assassino” e che da questa impunità sono incoraggiati ad organizzare altri colpi di stato, proietta sul governo e sul suo progetto un’immagine preoccupante di debolezza e fragilità. Nello stesso tempo però la solidità del governo e del suo progetto è confermata dalla mobilitazione non violenta di quel popolo, che ieri aveva liberato il presidente dalle mani dei golpisti e che oggi si ribella massivamente contro la loro assoluzione.

Al fianco delle protagoniste e dei protagonisti della “rivoluzione bolivariana”. Su questo trasfondo si è svolta la parte più lunga ed impegnativa del mio soggiorno venezuelano, dall’8 al 21 luglio. Essa fu segnata dalla collaborazione sia con la presidenza della repubblica sia con diversi movimenti sociali schierati con la “rivoluzione bolivariana”.

La Fondazione FUNDEC, che, come ho ricordato precedentemente,aveva poco influsso sul Foro Sociale, era invece molto vicina alla presidenza della repubblica. L’ufficio stampa della presidenza provvide ad ospitarmi in albergo e favorì la mia partecipazione a varie iniziative, in particolare al dialogo del presidente con il popolo nella trasmissione televisiva “Aló presidente!”. L’8 luglio fui ricevuto dal responsabile dell’ufficio stampa. Con lui e con altri collaboratori e collaboratrici della presidenza potei concordare il mio piano di lavoro per i giorni successivi. Entrai alle 3 del pomeriggio nel palazzo presidenziale di Miraflores e vi rimasi fino alle 10 di sera, prendendo diversi contatti. Potei così conoscere dall’interno il clima di effervescenza in cui vivono i più stretti collaboratori del presidente e la viva simpatia con cui viene accolta la solidarietà internazionale. Questa fu in particolare l’occasione per incontrare la responsabile internazionale dei “circoli bolivariani”, istanze di base del movimento che promuovono a livello locale la partecipazione popolare Nella stessa sede incontrai anche un gruppo di internazionalisti spagnoli, che stanno promuovendo nel loro paese una “piattaforma bolivariana”. Con essi cominciammo a riflettere sulla possibilità di promuovere i circoli bolivariani su scala europea.

Le principali attività che ho svolto nei giorni successivi sono state:

1) L’incontro con i cristiani e le cristiane schierati/e con la
“rivoluzione bolivariana”;
2) L’incontro con le donne bolivariane;
3) L’incontro con deputati/e e dirigenti indigeni/e;
4) L’incontro con il “comando politico della rivoluzione”;
5) Incontri con settori diversi della popolazione bolivariana;
6) Partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche;
7) Incontri con il presidente.

Incontro con i cristiani e le cristiane schierati/e con la “rivoluzione bolivariana”

Il 10 luglio, alle 18,30 nel teatro municipale del quartiere popolare di Petare a Caracas, ebbe luogo l’incontro con le comunità cristiane di base, la JOC (Gioventù operaia cattolica), Fundalatin (gruppo ecumenico), ecc. sul tema: “la rivoluzione bolivariana, segno di contraddizione nelle chiese: tra cristianesimo imperiale e cristianesimo liberatore”.

Di questo dibattito, ricordo in particolare un momento destinato forse a segnare il futuro del cristianesimo venezuelano. Qualcuno mi domandò: “Perché i teologi della liberazione non si interessano dell’esperienza venezuelana?”.

La mia risposta fu duplice. “In primo luogo, nel mio caso e, credo, in quello di altri e altre, non ci siamo occupati finora dell’esperienza venezuelana perché non la conoscevamo. Per parte mia, seguivo le vicende del presidente Chávez con viva simpatia perché era combattuto dagli Stati Uniti ed era amico di Cuba. Ma non avevo capito prima d’ora, che egli si batteva per un progetto alternativo di società. In questa visita al Venezuela ho scoperto la rivoluzione bolivariana, e sento che questa scoperta segnerà il mio impegno politico, culturale e teologico nei prossimi anni”.

Ma la mia risposta principale è stata un’altra. “Un’autentica teologia della liberazione non è mai un prodotto d’importazione. Essa dev’essere un prodotto autoctono, scaturito dalle lotte e dalla riflessione cristiana delle comunità locali e dei loro teologi. Teologi di altri paesi possono certamente collaborare con questa impresa, ma non possono e non debbono esserne i protagonisti. Io quindi rovescio la vostra domanda: come mai dall’esperienza venezuelana non è nata finora una teologia della liberazione? Non sarà il caso di progettare per i prossimi anni una riflessione orientata nel senso di una teologia bolivariana della liberazione?”.

Sull’argomento seguì un vivace dibattito, concluso con l’impegno, da parte dei venezuelani e delle venezuelane, di approfondire e sviluppare in questa direzione la loro riflessione, della quale, mi dissero, esistono già dei germi fecondi.

In una successiva riunione che ho avuto con questi gruppi, in particolare con Fundalatin fui informato di un loro progetto: quello di un convegno di teologia bolivariana della liberazione per aprile del 2003; convegno al quale m’invitarono a partecipare.

Incontro con le donne bolivariane

Il movimento delle donne è probabilmente la forza principale su cui può contare la “rivoluzione bolivariana”. Dell’importanza decisiva di questo movimento il presidente Chávez è convinto: esiste tra lui e le donne organizzate un rapporto di reciproca fiducia, ravvivata da una forte carica affettiva.

Per parte mia, concludendo il mio soggiorno venezuelano, debbo constatare che nella scoperta ella “rivoluzione bolivariana” le donne organizzate sono state la mia principale guida.

Il primo incontro con questo movimento, l’ho avuto in un seminario tenuto presso INAMUJER (Instituto Nacional de la Mujer) sul tema: “Il protagonismo delle donne nella costruzione di un’alternativa di civiltà e particolarmente nella Rivoluzione Bolivariana”.

L’accoglienza al mio contributo, di maschio femminista, è stata assai calorosa (non ho mai ricevuto tanti baci in vita mia). Tra i segni della loro incidenza sul processo bolivariano, le donne ricordarono particolarmente l’influsso che hanno esercitato sulla redazione della nuova costituzione. Influsso esercitato sia sui contenuti, per esempio nel riconoscimento dei diritti specifici delle donne, in particolare nella valorizzazione del lavoro domestico; sia anche sullo stile, ispirato ad una sensibilità di genere. Per quanto mi consta, è la prima costituzione redatta con questa sensibilità. Espressione di una vittoria linguistica del femminismo, che è simbolo ed annuncio di altre vittorie.

Concludendo il dibattito, le donne mi informarono che avevano in programma, per il 18 e 19 luglio, il Primo Incontro Internazionale di Solidarietà, sul tema: “il Venezuela costruisce un cammino di speranza” e m’invitarono a parteciparvi come relatore. Io avevo previsto di partire per Cuba il 16, ma mi lasciai persuadere dalle loro insistenze a rinviare la partenza. Di questo incontro, organizzato dalle donne, ma aperto a tutti, parlerò in seguito.

Incontro con deputati/e e dirigenti indigeni/e

Il mio desiderio sarebbe stato di avere uno o più incontri con rappresentanti del movimento indigeno. Non è stato possibile organizzarli. Ho potuto invece assistere, nella sede del Parlamento Latinoamericano, ad una riunione di deputati della commissione permanente dei popoli indigeni.

Riunione che ho trovato estremamente interessante per due opposte ragioni, una positiva e una negativa.

L’interesse positivo della riunione sta nel fatto che essa era dedicata a discutere un progetto di legge (più esattamente un ante-progetto) sui popoli e le comunità indigene. Progetto che, per quanto conosco, è tra i più avanzati del continente; così come lo sono gli articoli dedicati ai popoli indigeni dalla costituzione bolivariana. Ho trovato però che mancava in questo progetto il riconoscimento dei diritti specifici delle donne indigene. La prospettiva di genere, che ispira tutta la costituzione, non è ancora penetrata nella legislazione riguardante i popoli indigeni. Non a caso della commissione permanente, di una decina di membri, faceva parte solo una donna.

L’interesse negativo che ho trovato in questa riunione è dovuto allo spirito burocratico che mi pare rischi di infettare anche gli indigeni e le indigene, quando entrano nella dinamica e nella logica delle istituzioni borghesi. Ho potuto in questa occasione verificare personalmente la realtà di questo rischio. Aprendo la riunione della commissione, il presidente salutò la mia presenza. Chiesi allora se avrei potuto prendere la parola (come era stato chiesto da coloro che mi avevano presentato). Risposta: “purtroppo la sua richiesta è stata inoltrata troppo tardi dalla segreteria, per cui Lei potrà prendere la parola solo la settimana prossima”. Osservai che la settimana successiva sarei stato fuori dal paese, ma questo non valse a turbare il rigore delle norme burocratiche.

Anche se gli interventi di estranei in quella sede sono assai brevi: a una dirigente indigena, ammessa a prendere la parola, furono concessi otto minuti.

Ma ciò che mi ha maggiormente turbato non è tanto il rigido comportamento del presidente nei miei confronti, quanto il comportamento della commissione nei confronti di dirigenti di base indigeni e indigene, che avevano chiesto la parola e che non furono ammessi a parlare perché non avevano rispettato le norme procedurali. Ascoltai in sala d’aspetto le loro lamentale ed i loro commenti. Mi colpì dolorosamente uno dei commenti: “non serve a niente avere dei deputati indigeni”.

Finiti i lavori della commissione, i suoi membri se ne andarono. Ma rimasero in sala alcuni ed alcune dirigenti di base: con essi/e potei avere quello scambio di vedute che non era stato possibile con i deputati.

Parlammo della difficoltà del rapporto della base indigena con i suoi rappresentanti eletti attraverso i meccanismi della società liberale. Ne approfittai per segnalare loro, nella legislazione indigena progettata, il mancato riconoscimento dei diritti specifici delle donne.

Incontri con settori diversi impegnati nella rivoluzione bolivariana

Il 10 luglio, ebbi un incontro con il “comando politico della rivoluzione”. Potei partecipare alla riunione con un breve intervento sul tema: “Lo sviluppo e il potere locale alternativi, asse strategico del movimento di Porto Alegre e della rivoluzione bolivariana”.

Alcune delle conferenze che ho tenuto successivamente furono dirette a vari settori della popolazione schierati con la rivoluzione bolivariana, sul tema ispirato al mio ultimo libro: “Resistenza e alternativa al neoliberalismo e ai terrorismi”. Su questo tema fu convocato il 12 luglio per le ore 19, un Foro presso l’Hotel Continental di Altamira; il 15 luglio, h.10 a Maracay (capitale dello stato Aragua), Foro nella sede del consiglio legislativo Regionale; alle ore 16, Foro presso il municipio di Guacara (Valencia).

Il 16 luglio, h.18, a Caracas, presso la biblioteca Harris, Foro indirizzato particolarmente a settori di classe media, sul tema “la rivoluzione bolivariana, parte integrante e momento propulsivo del movimento di Porto Alegre”.

Incontro con intellettuali impegnati/e nella ricerca di una “depolarizzazione”

A questo incontro, tenuto il 9 luglio, alle 17,30 presso il CELARG (Centro de Estudios latinoamericanos Rómulo Gallegos) sul tema “violenza e polarizzazione”, sono intervenuto quale uditore e non quale partecipante.

Lo segnalo però come espressione tipica di una posizione impegnata nella ricerca di una “terza via” tra governo e opposizione, consistente nel superamento della polarizzazione. Mi è parso che questa “terza via” diventava praticabile solo se si prescindeva dal contesto politico e geopolitico e si affrontava il problema della conflittualità in termini essenzialmente interpersonali o intergruppali.

Suscitai quindi vivaci polemiche con un breve intervento nel quale osservavo: non mi sembra possibile affrontare seriamente il problema della violenza, prescindendo dalla violenza strutturale del neoliberalismo, e senza schierarsi apertamente contro di essa.

Partecipazione a trasmissioni televisive e radiofoniche

Mercoledì 10 luglio, registrazione nel canale di stato (Venezolana de Televisión), programma “La lámpara de Diógenes” di un’intervista sul tema “resistenza e alternativa al neoliberalismo e ai terrorismi”.

Sabato 13 luglio, partecipazione ad una trasmissione ecumenica di Radio Nacional su “discernimento cristiano della situazione, a tre mesi dal golpe”. Intervento sulla distinzione (e contrapposizione) fra due interpretazioni del discernimento cristiano, quella “ecclesiocentrica” e quella “pueblocentrica“.

Domenica 14 luglio, partecipazione alla trasmissione televisiva “¡Aló, presidente!” (su cui tornerò).

Incontri con il presidente Chávez

Gli incontri diretti e calorosi con la popolazione sono parte essenziale del metodo di governo di Chávez. Ho già parlato del suo incontro con i membri del Foro Sociale Nazionale.

Nei giorni successivi, ho assistito e partecipato ad altri tre incontri con lui. Il giovedì 18 luglio, primo giorno dell’incontro internazionale di solidarietà, gli invitati internazionali furono invitati a cena nel palazzo presidenziale, con il gruppo dirigente del movimento delle donne. Un incontro cordiale, ma con qualche residuo di formalismo. Nell’invito ci si chiedeva di indossare l’abito di rigore, che io non possedevo. La presidente di FUNDEC, che in passato era stata modista, se ne preoccupò e per telefono presentò il mio “caso” (di persona, suppongo, poco civilizzata) ai responsabili del protocollo presidenziale. Le risposero (saggiamente): si vesta come vuole.

Il presidente fu comunque sequestrato dalle donne, il che evidentemente non gli dispiaceva. Ai pochi maschi presenti (tre o quattro), il personale spiegò che secondo il protocollo i maschi dovevano stare in fondo a quelle lunghe tavolate. In base a questo principio, fui invitato ad allontanarmi ulteriormente dal presidente.

Il giorno dopo, il presidente intervenne per la chiusura dell’incontro

Rivolse un saluto a ciascuno degli invitati internazionali. Nominandomi e presentandomi come teologo della liberazione, egli manifestò il suo interesse per il progetto di “teologia bolivariana della liberazione”, di cui gli avevo parlato qualche giorno prima, in occasione della trasmissione televisiva “¡Aló, presidente!”.

Questa trasmissione fu l’incontro più lungo ed interessante con lui. Potei parteciparvi attivamente in qualità di invitato. Si tratta di una lunga trasmissione domenicale (dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio), molto seguita, realizzata abitualmente da un quartiere popolare, in occasione della quale il presidente dialoga con la popolazione; presenta le sue analisi della congiuntura, i suoi progetti, le sue proposte; riceve telefonate e ascolta la gente del posto; interpella personalmente gli invitati, che vengono sollecitati a compiere un breve intervento.

Nel mio intervento, io espressi a lui ed alla rivoluzione bolivariana la calorosa solidarietà dei compagne e compagni d’Europa, in particolare del partito della Rifondazione Comunista e di settori del parlamento europeo.

Lo informai inoltre di due progetti che erano maturati durante il mio soggiorno. Il primo, nato dai gruppi cristiani schierati con la rivoluzione, è quello di elaborare una teologia bolivariana della liberazione. “Sembra, aggiunsi rivolgendomi al presidente, che di questa teologia Lei sarà una delle fonti”.

Non era, la mia, una forma di adulazione. Con frequenza (anche eccessiva per la nostra sensibilità laica) il presidente si riferisce ai due ispiratori del suo pensiero e del suo progetto storico: Cristo e Bolivar, le cui ispirazioni egli considera convergenti. Anche quel giorno, rispondendo al mio intervento, egli estrasse il suo crocifisso, e ripeté: questo è il mio comandante, la mia guida.

Nella trasmissione da una radio ecumenica, cui avevo partecipato, io avevo commentato quella sua ricorrente professione di fede militante dicendo “Non sono sicuro che a Gesù piaccia essere chiamato comandante della rivoluzione, ma guida e ispiratore, sì”.

L’altro progetto del quale informai il presidente era maturato, come ho ricordato, nell’incontro con internazionalisti spagnoli, impegnati a promuovere una “piattaforma bolivariana”. Partendo dalla loro esperienza e da quella di cooperanti francesi e tedeschi, che si fecero presenti durante la trasmissione, stava nascendo l’idea di promuovere su scala europea una rete di “circoli bolivariani”, collegandoli in una “internazionale bolivariana”, parte integrante della “internazionale della speranza” promossa dal movimento di Porto Alegre.

Incontro internazionale 18-19 luglio: il Venezuela costruisce un cammino di speranza

Nell’ambito di questo incontro intervenni il 19 luglio, con una relazione sul tema “La solidarietà liberatrice nel movimento internazionale di Porto Alegre e nella rivoluzione bolivariana”. Divisi il mio contributo in tre parti, ognuna delle quali presenta una tesi, che ho cercato di fondare, sia pure sommariamente.

Nella prima parte proposi un’analisi della distinzione tra solidarietà assistenziale e solidarietà liberatrice, insistendo sull’importanza della scelta liberatrice o, in altre parole dell’amicizia liberatrice, che deve ispirare il nostro impegno etico-politico.

Nella seconda parte presentai la solidarietà liberatrice o amicizia liberatrice come ispirazione fondamentale del movimento di Porto Alegre. Nella terza parte, presentai la solidarietà liberatrice o amicizia liberatrice come ispirazione fondamentale della “rivoluzione bolivariana”. Nella conclusione del mio intervento (ricordo che era il 19 luglio) non ho potuto evitare un riferimento all’esperienza nicaraguese. “In questi giorni, ho detto, percorrendo il nuovo cammino di speranza, ho pensato continuamente alla rivoluzione nicaraguense, con la quale ho vissuto, fin dal 1979, la convinzione che stavamo costruendo un cammino di speranza e con la quale ho vissuto e vivo tuttora il trauma della sconfitta. Oggi, 19 luglio, è il 23° anniversario della vittoria rivoluzionaria sandinista, che per anni abbiamo celebrato e che oggi solo piccole minoranze continuano a celebrare. Io manderei loro un saluto solidale. (Forte applauso).

Per alcuni anni, il Nicaragua ha rappresentato la “nuova speranza” per il continente e per il mondo. Una delle consegne che scandivamo allora diceva: “Se il Nicaragua ha vinto, El Salvador vincerà e il Guatemala seguirà”. La vittoria sandinista era per noi il simbolo e l’annuncio di tante altre vittorie popolari.

Poi venne il trauma della sconfitta e del fallimento, provocati dall’aggressione imperialista degli Stati Uniti, dalla complicità della chiesa cattolica, dalla controrivoluzione interna. Ma anche da errori politici e cadute etiche del Fronte Sandinista. A mio parere l’errore fondamentale, politico ed etico, del Fronte Sandinista fu la distanza che si creò tra i dirigenti del partito e la base popolare; tra i dirigenti del partito, diventati ricchi, per vie poco chiare, e una base popolare sempre più povera. Così per la maggioranza del popolo, la rivoluzione popolare sandinista cessò di essere popolare; il popolo cessò di sentirla come la sua rivoluzione.

L’inquietudine che desidero comunicarvi è il timore che un rischio analogo possa minacciare questa amata rivoluzione. Dal pubblico, che fino a quel momento mio aveva seguito con simpatia, venne un prolungato NOOOO!

Io continuai: “Vi suggerisco comunque di studiare la rivoluzione nicaraguense, di analizzarla, cercando di capire le ragioni della sua vittoria e della sua sconfitta. Perché possiamo condividere con essa la gioia della vittoria, ma mai, mai, mai, il trauma della sconfitta”.

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