Il rombo degli aerei sulla pace

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Colombia, 28sett2016.- Da Cartagena al referendum del 2 ottobre.

Lunedì sera, in Colombia, una piazza stracolma vestita di bianco ha accolto la storica firma degli accordi di pace tra governo e Farc. In Plaza de la Banderas, a Cartagena, gran maestro di cerimonia, il presidente Manuel Santos, attorniato dai capi di stato di tutto il continente. Al suo fianco, il Segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon e i rappresentanti dei paesi facilitatori che hanno accompagnato quattro anni di negoziato: Norvegia, dove hanno avuto inizio i colloqui tra le parti, Cuba, che ha ospitato le trattative, Venezuela, la cui diplomazia di pace ha messo in moto i dialoghi, e Cile. Il comandante Rodrigo Londoño (Timoshenko) ha rappresentato la controparte, la guerriglia marxista delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

Si chiudono così, almeno sulla carta, 52 anni di conflitto armato. A seguire, il referendum del 2 ottobre che passerà la parola ai cittadini. Le inchieste dicono che voterà a favore il 72%. In sospeso, le trattative con l’altra guerriglia storica, quella guevarista dell’Eln, che ha rispettato la cerimonia con una tregua, ma che non ritiene soddisfacenti gli accordi dell’Avana.

I negoziati tra Eln e governo si sono aperti il 30 marzo a Caracas, e subito arenati. Oltre i simboli e le cerimonie, in un paese di profonde e pervicaci storture, il post-accordo è tutto da costruire. A Cartagena, le Forze armate, ci hanno tenuto a farlo sapere, interpretando una scena centrale, che ha condensato più di tutte le minacce incombenti sull’accordo. Mentre Timoshenko terminava il suo discorso, svestendo di retorica la parola pace, tre aerei da guerra si sono alzati in volo in un fragore assordante.

Il leader delle Farc è apparso sorpreso, poi ha ripreso il controllo: “Questa volta vengono a salutare la pace e non a scaricare bombe”, ha affermato. Si riferiva agli attacchi aerei che, per tanti anni, hanno falcidiato la guerriglia con omicidi mirati e bombardamenti a tappeto finanziati dai miliardi Usa del Plan Colombia, ora rinnovato in altre forme. Attacchi particolarmente intensi quando Santos è stato ministro della Difesa di Alvaro Uribe.

Il presidente ha rivendicato il suo ruolo di “ferreo avversario” della guerriglia “in tempo di guerra”. Ma “questi aerei erano un saluto alla pace”, ha detto oscillando tra grandi questioni e retorica da cerimonia: con un occhio al Nobel e l’altro alle alleanze del continente che gli sono proprie (quelle neoliberiste). Dopo un omaggio a Garcia Marquez, ha ribadito la “distanza profonda” che esiste tra il suo modello di società e quello avanzato dalle Farc e dalla sinistra, ma ha affermato di essere disposto a difendere “il diritto delle Farc a esprimere le proprie opinioni in democrazia”, e ha accompagnato il grido della piazza “Mai più guerra”.

Un auspicio che Timoshenko ha prospettato con realismo, rinnovando l’impegno delle Farc a proseguire in altre forme la lotta per i medesimi ideali: “Questo non è un abbraccio tra il capitalismo e il socialismo – ha affermato – continueremo a batterci per i nostri ideali, per una società senza discriminazioni, che metta fine al patriarcato, alla guerra, strumento favorito dei potenti per imporre con la forza e la paura l’ingiustizia ai più deboli”.

Poi, Timoshenko ha reso onore agli assenti: al fondatore delle Farc, Marulanda, ai comandanti uccisi, ai prigionieri politici, e ha chiesto perdono “per il dolore provocato”. Le Farc – ha promesso – lavoreranno “per la rinascita etica della Colombia, rinnovando gli ideali di Eliecer Gaitan”, il leader liberale il cui assassinio, il 9 aprile del 1948, sancì la chiusura degli spazi di agibilità democratica per l’opposizione in Colombia. Timoshenko ha ringraziato in particolare l’apporto di Cuba e del Venezuela, ricordando l’impegno di Hugo Chavez, rinnovato da Nicolas Maduro.

Dietro le quinte della cerimonia, intanto, continuava la guerra sporca contro il governo bolivariano. Mentre Maduro incontrava John Kerry a margine dell’evento, il presidente del Perù Pablo Kuczynski (uomo del Fondo monetario internazionale) dichiarava: “La mia agenda è quella di parlare con i leader di Brasile, Cile, Colombia e Messico per promuovere una risoluzione comune e arrivare a una transizione ordinata in Venezuela, nei prossimi mesi o entro il 2019”: il progetto avanzato dalle destre venezuelane.

(VIDEO) Terza Coppa “Hugo Chávez” all’Ex-Opg di Napoli

I media imperialisti “confondono” il Venezuela con l’Honduras

cuador-bebe.jpgdi Ciro Brescia 

Ancora una volta, e sempre di più senza vergogna, i media del mainstream imperialista provano a seminare confusione, che come insegna un vecchio adagio, è sempre buona quando si tratta di fare la guerra. 

Una guerra surrettizia, non dichiarata, ma con l’evidente obiettivo di intossicare coscienze e alzare cortine fumogene. 

La mobilitazione reazionaria internazionale contro il Venezuela prova ad utilizzare i bambini, che vanno sempre bene per colpire al cuore dell’opinione pubblica mondiale. 

Peccato che ancora un volta, qualcuno si sia, come è ovvio volutamente, sbagliato, ed abbia spacciato per venezuelane immagini che provengono da un altro tempo e da un altro spazio, quelli dell’Honduras del 2o14 (Santa Rosa de Copan, Ospedale dell’Honduras).

Le foto dei neonati honduregni, nelle scatole di cartone sono state utilizzare per ricamarci altri infamanti articoli contro la Rivoluzione Bolivariana sui media internazionali. Notizie prontamente smentite (El director del Hospital Dr. Guzmán Lander, José Zurbarán, desmintió la veracidad de las imágenes que circularon por las redes sociales), da  chi è stato tirato in ballo. A ondate si riattivano gli attacchi senza esclusione di colpi, prevalentemente mediatici ed economici, per adesso.

Quello stesso Honduras che faceva parte del blocco regionale del socialismo del XXI secolo, l’ALBA-TCP, di cui il Venezuela bolivariano, insieme a Cuba socialista, sono stati il nucleo fondatore, fino a quando, un golpe neoliberale, sostenuto come sempre dalle agenzie e dal governo targati USA, non ha scalzato il legittimo presidente Manuel Zelaya. Non ci stupiamo se poi la sanità honduregna sia ridotta a pezzi, senza nemmeno la Missione Barrio Adentro.

Dare un golpe neoliberale in Venezuela è il chiodo fisso delle oligarchie telecomandante da Washington. Come è già accaduto in Paraguay contro Lugo, e contro Dilma in Brasile più recentemente. 

Le oligarchie imperialiste provano disperatamente a gettare discredito per isolare il Venezuela bolivariano che tesse in maniera sempre più solida le sue relazioni internazionali, proprio perché in questo momento la Rivoluzione bolivariana ed il governo di Maduro si proiettano internazionalmente, in senso antimperialista e socialista, come mai prima. 

Il Venezuela bolivariano è stato premiato per due anni consecutivi dalla FAO per i successi ottenuti nell’ambito della lotta alla fame. Il programma di eradicazione mondiale della fame, non a caso porta il nome del Comandante Hugo Chávez.

Oggi il Venezuela è presidente di turno di 5 organismi internazionali: il Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL), il Mercato Comune del Sud (Mercosur), il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e l’Unione delle Nazioni del Sud (UNASUR). 

Motivi più che sufficienti per far sbavare di rabbia i nemici dichiarati della rivoluzione e del socialismo. Se a questo si aggiunge che meno di 48 ore fa la comunità afro e latinoamericana del Bronx ha invitato la Ministra del Potere Popolare della Repubblica Bolivariana del Venezuela nel popolare quartiere di New York per inaugurare un murale in occasione del decimo anniversario della prima visita nel Bronx del Comandante Chávez, il quadro è completo. 

Il Bronx riceve da anni dal Venezuela bolivariano il rifornimento energetico per garantire la copertura del riscaldamento delle famiglie che non possono permetterselo durante i rigidi inverni della Grande Mela.

Dove non sono arrivati i vari presidenti stars and stripes e i sindaci di New York – storicamente troppo impegnati a fare gli sceriffi e la guerra mondiale al “terrorismo”, quella che loro stessi alimentano (sic!) – arriva la solidarietà popolare ed operaia della Rivoluzione bolivariana e delle politiche socialiste.

La guerra mediatica ed economica continuerà senza esclusione di colpi, con l’obiettivo di innalzare il livello dello scontro, nel momento in cui la borghesia lo riterrà opportuno per i suoi interessi. Da parte nostra continueremo con il nostro granito de arena, con sempre maggiore entusiasmo a stare al fianco della Rivoluzione bolivariana e contro il terrorismo mediatico delle oligarchie e i loro mediocri lacché.

ONU, Diritti Umani: Venezuela promosso Stato Spagnolo bocciato

da RNV

Il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU ha divulgato le sue osservazioni sull’applicazione dei Diritti Civili e Politici nello Stato Spagnolo, in Venezuela, nel Regno Unito, nella ex Repubblica Jugoslava della Macedonia, nel Canada, in Uzbekistán e in Francia. Contraddicendo l’opinione diffusa fino alla nausea praticamente dalla totalità dei mezzi di comunicazione di massa spagnoli, il Comitato dei Diritti Umani dell’ONU ha promosso il Venezuela, al quale si limita a fare alcune raccomandazioni, mentre ha duramente ammonito la Spagna in ben 26 materie.

Le osservazioni finali del Comitato dei Diritti Umani della ONU si riferiscono agli aspetti positivi della applicazione in Venezuela del Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici (PIDCP), ratificato dal paese nel 1978. Inoltre mettono in evidenze le principali preoccupazioni degli esperti  in materia ed elencano le raccomandazioni da compiere da parte del Comitato allo Stato esaminato.

Simultaneamente si è reso pubblico il report “Osservazioni finali sul sesto report periodico della Spagna”.

Lo Stato spagnolo dovrà ripetere il corso sui Diritti Umani dopo che le Nazioni Unite lo ha bocciato in diverse materie con titoli tremendi: Espulsioni a caldo, Razzismo poliziesco, Disuguaglianza di genere, Violenza Maschilista, Traffico di persone, Legge Bavaglio, Sterilizzazione dei portatori di Handicap, Aborto illegale, Centri di Internamento per stranieri.

Una rappresentanza dello Stato spagnolo – sei Ministeri, il Procuratore Generale e la Missione Diplomatica presso l’ONU – è comparsa davanti al Comitato dei Diritti Umani dell’ONU, che esaminava vari paesi sul Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici per gli Stati appartenenti.

Dopo aver analizzato quanto presentato dalla Spagna, le Nazioni Unite hanno emesso il loro giudizio: sospeso. Il report si riferisce a ben 26 «preoccupazioni» per violazione del Patto e critiche per la persistenza di leggi e pratiche contrarie ai Diritti Umani.

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– RACISMO POLICIAL. Naciones Unidas afea la existencia de «controles policiales basados en perfiles raciales y étnicos, en particular los romaníes». Pide a España que «elimine el uso de perfiles étnicos por los policías y funcionarios», que se «incremente la capacitación para esos agentes sobre sensibilidad cultural» y que «lleve a los responsables ante los tribunales».

– DISCRIMINACIÓN. El informe refleja «discriminaciones» a inmigrantes y minorías étnicas «en el acceso a la vivienda, educación, empleo y salud».

– ESTERILIZACIONES FORZADAS. La ONU critica la «esterilización forzada a personas con discapacidad, cuya capacidad jurídica no se reconoce». El Comité exige que se «obtenga el consentimiento informado de las personas con discapacidad».

– DESIGUALDAD DE GÉNERO. Las mujeres están «insuficientemente representadas en los puestos decisorios». Inquietan las «notables diferencias salariales entre hombres y mujeres».

– VIOLENCIA MACHISTA. Naciones Unidas apunta la «persistencia» de la violencia machista y alerta sobre el «alto grado de violencia que sufren las inmigrantes, que no suelen denunciar las violaciones sufridas». Propone «aumentar» la protección a las mujeres de origen romaní e «investigar» las denuncias de mujeres «especialmente vulnerables y marginadas».

– ABORTO ILEGAL. La ONU no está de acuerdo con la reforma de la ley, que obliga a las mujeres de entre 16 y 18 años, incluso en situaciones de violencia familiar, a obtener el consentimiento de sus padres para interrumpir el embarazo. Ello «puede aumentar los abortos ilegales y poner en riesgo la salud de las mujeres».

– MALOS TRATOS POLICIALES. El informe refiere un «uso excesivo de la fuerza y malos tratos» de agentes del Estado, critica la «debilidad en las investigaciones» y rechaza los indultos a policías condenados por torturas. Exige «eliminar la tortura, establecer órganos de denuncia independientes, asegurar que los exámenes forenses sean imparciales y prohibir indultos a culpables de torturas». Alaba la grabación de interrogatorios, pero lamenta que no sea sistemática.

– LOS CIE. A Naciones Unidas le preocupa el «uso recurrente de la privación de libertad a inmigrantes en situación irregular» y pide que todos los CIE tengan instalaciones sanitarias.

– AISLAMIENTO DE DETENIDOS. Aunque celebra que la Ley de Enjuiciamiento Criminal «reduce» el uso del régimen de incomunicación, la ONU pide que se «elimine la detención en condiciones de incomunicación».

– EXPULSIONES DE REFUGIADOS. El informe critica las «expulsiones en caliente», los «vuelos de deportación» y las «denegaciones de asilo» a solicitantes no sirios. Y todo ello con «malos tratos». Pide que España revise la Ley de Seguridad Ciudadana y que garantice que «autoridades extranjeras no cometan violaciones de Derechos Humanos en territorio español» (en referencia a la Policía marroquí en las vallas de Ceuta y Melilla).

– LEY DE AMNISTÍA DE 1977. La ONU pide que se derogue, porque «impide la investigación de las torturas, desapariciones y ejecuciones» del franquismo. Pide que se revise la legislación de la exhumación de las fosas para que no recaiga en las familias y se garantice la igualdad en todas las CCAA.

– TRATA DE SERES HUMANOS. El documento de Naciones Unidas lamenta que España «siga siendo un país de destino, tránsito y origen de mujeres, hombres y niños víctimas de trata sexual y de trabajo forzoso».

– ‘LEY MORDAZA’. A Naciones Unidas le preocupa el «efecto disuasorio» para la libertad de expresión y de reunión de la Ley Mordaza. Cita el «uso excesivo de sanciones» y la prohibición de grabar a agentes de Seguridad del Estado. Pide a España que «revise la Ley de Seguridad Ciudadana».

T/Revista venezolana

La strada verso il Socialismo è un campo di battaglia

da Rete “Caracas ChiAma”

«L’organizzazione era una necessità, perché la strada verso il Socialismo molto presto si trasformò in un campo di battaglia (…) la destra metteva in campo una serie di azioni strategiche volte a fare a pezzi l’economia e seminare il discredito contro il Governo.

La destra aveva nelle sue mani i mezzi di diffusione più potenti, contava con risorse economiche quasi illimitate e con l’aiuto dei ‘gringos’, che mettevano a disposizione fondi segreti per il piano di sabotaggio. A distanza di pochi mesi sarebbe stato possibile osservarne i risultati.

Il popolo si trovò per la prima volta con sufficiente denaro per soddisfare le proprie fondamentali necessità e per comprare alcune cose che sempre aveva desiderato, ma non poteva farlo, perché gli scaffali erano quasi vuoti.

La distribuzione dei prodotti cominciò a venire meno, fino a quando non divenne un incubo collettivo. Le donne si svegliavano all’alba per prepararsi alle interminabili file, dove al massimo avrebbero potuto acquistare uno scarno pollo, una mezza dozzina di pannolini o qualche rotolo di carta igienica.

Si produsse l’angustia da scarsità, il paese era scosso da ondate di dicerie contraddittorie che mettevano in allerta la popolazione sui prodotti che sarebbero venuti a mancare e la gente cominciò a comprare qualsiasi cosa trovasse, senza misura, preventivamente.

Si finiva per mettersi in fila senza sapere ciò che si stava vendendo, solo per non perdere l’opportunità di comprare qualcosa, anche quando non c’era bisogno. Cominciarono a sorgere i professionisti delle file, che per una somma ragionevole conservavano il posto agli altri, i venditori di dolciumi che approfittavano della folla per vendere le loro caramelle e quelli che affittavano le coperte in occasione delle lunghe file notturne. Si scatenò il mercato nero.

La polizia provò ad impedirlo, ma era come una peste che spuntava fuori da tutti i lati e per quanti sforzi facesse per ispezionare le auto ed arrestare coloro che portavano contenitori sospetti non poteva evitarlo. Persino i bambini trafficavano nei cortili delle scuole.

Per la premura di accaparrarsi i prodotti, avvenivano confusioni: chi non aveva mai fumato pagava qualsiasi prezzo per un pacchetto di sigarette, e chi non aveva bambini litigava per contendersi un barattolo di alimenti per lattanti.»

(da La Casa degli Spiriti, Isabel Allende, 1982)

Brasile: Lula, un amore di popolo!

da Rete Caracas ChiAma

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Brasile
Guardatele bene perché non le vedrete sui media. Sono le foto di ieri di #Lula e dello sciopero generale in Brasile (22 settembre 2016) contro le misure economiche antipopolari del governo golpista di banchieri e corrotti messo lì da Washington. #ForaTemer #FuoriTemer#StandWithLula.
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(FOTO) USA: Chávez, un figlio del Bronx

da MPPRE

Bronx meridionale, New York, 22 settembre 2016. Questo giovedì 22 settembre negli spazi di “The Point”, organizzazione senza fini di lucro dedicata allo sviluppo della gioventù e la rivitalizzazione culturale ed economica del Bronx, gruppi e leaders sociali, sindacali e religiosi si sono riuniti per inaugurare un mural in onore al Comandante Hugo Chávez Frías, nello stesso spazio dove dieci anni prima il líder della Revolución Bolivariana si incontrò con diverse organizzazioni comunali del Bronx.

All’evento, ha partecipato la ministra del Poder Popular para las Relaciones Exteriores, Delcy Rodríguez, che ha ringraziato a nome del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, per essere stata invitata all’incontro.

«Dieci anni fa il Comandante è stato qui e siamo orgogliosi di percorrere il cammino che lui ha aperto. Qui ci sentiamo popolo ed è un motivo di felicità ritrovarci riuniti con il popolo statunitense. Abbiamo gli stessi obiettivi condivisi: la pace e lo sviluppo dei popoli. Per me è un orgoglio portarvi le parole di riconoscimento del nostro Presidente operaio Nicolás Maduro, figlio di Chávez», ha affermato Rodríguez.

In questa occasione, la Canciller del Venezuela ha ricordato alcune delle conquiste sociali della Revolución: «Il 71% del nostro bilancio è dedicato agli investimenti sociali, non alle guerre. Più di un milione e centomila famiglie hanno ricevuto le loro abitazioni e continuiamo a lavorare affinché quest’anno ne siano consegnate di più. Abbiamo il riconoscimento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nella lotta per sradicare la povertà ed abbiamo il numero di nuovi iscritti nel nostro sistema educativo più alto del mondo, senza dimenticare l’eccezionale Indice di Sviluppo Umano ed il basso livello di diseguaglianza, questi risultati non li vedrete mai nei grandi media di comunicazione». 

Infine, la ministra Rodríguez ha ricordato ai leaders presenti l’impegno della Revolución Bolivariana con la giustizia sociale: «La Nostra Rivoluzione combatte contro la fame, la povertà e contro l’imperialismo, lo facciamo in nome di tutte e tutti voi. Il mondo intero sa che la politica internazionale del Venezuela è a favore dello sviluppo sociale e la pace. Il Venezuela non è una minaccia (riferendosi all’ordine esecutivo del marzo 2015 rinnovato quest’anno dal presidente statunitense, Barack Obama, il quale ha dichiarato il Venezuela ‘minaccia inusuale’ per gli USA). Venezuela è una speranza», parole accolte con applausi scroscianti da parte dei presenti.

Sul murale e i suoi creatori

Nel murale inaugurato dalla canciller Delcy Rodríguez e dai leaders sociali che hanno partecipato all’evento, si può apprezzare il Comandante Chávez che suona uno strumento musicale in compagnia di Omar Freilla, riconosciuto attivista del Bronx meridionale il quale è stato uno dei difensori più impegnati nel lavoro delle cooperative della zona, nonché di progetti ambientali.

Freilla ha partecipato all’evento e si è espresso con parole emotive per il Comandante Chávez: «Circa dieci anni fa, Chávez ci venne ad incontrare nel Bronx. Quando è passato per queste strade è stato incredibile. Io, in compagnia di una banda musicale stavo suonando dove oggi abbiamo questo murale e da lì vedevo chiaramente come Chávez si avvicinava e parlava con ognuna delle organizzazioni sociali del Bronx qui presenti per condividere con lui le loro preoccupazioni. Ascoltò ognuna di quelle persone, con tutta la calma e l’attenzione del caso. Non avevo mai visto prima un tale livello di impegno e di appoggio! Dopo, si avvicinò dove io mi trovavo e anche a me tese la sua mano e cominciò a suonare con noi. Grazie a questa visita di Chávez, tutte le organizzazioni che si trovavano qui presenti ricevettero la sua visita; se lui non ci avesse aiutato, noi oggi non ci troveremmo qui».

Oggi è importante ricordare i nomi di coloro che hanno avuto l’idea di dipingere il murale in onore a Chávez. Rebel Díaz, duo di hip hop politico del Bronx meridionale e di Chicago costituito dai fratelli cileni Rodrigo e Gonzalo Venegas,i quali hanno avuto l’idea di proporre di omaggiare il Comandante in questo modo. Entrambi i fratelli si sono incontrati con il Comandante Chávez nel Bronx nel 2005 ed affermano di avere una connessione diretta con la Revolución Bolivariana.

Bisogna anche ricordare il lavoro dell’autore materiale di questa opera, Andre Treiner, il quale per due giorni ha posto il suo impegno e il suo amore per la realizzazione del murale adornando le strade del Bronx e ricordando il lato più umano del Comandante Chávez.

Trenier è del Bronx ed è laureato in arte presso l’Università di Filadelfia. Ed è anche fondatore di un gruppo di creazione collettiva (Tangible Thoughts LL) conosciuto per la realizzazione di scarpe sportive di alta qualità ed altri articoli di abbigliamento.

Treiner si definisce un appassionato di arte ed afferma di essersi sentito «felice creando il murale, è stato un lavoro intenso di due giorni continui, ma ne è valsa la pena».

Messaggi di ringraziamento dei leaders sociali, sindacali e religiosi

La fondatrice di The Point, Maria Torres; la direttrice Esecutiva di “Mothers on the Move”, Wanda Salaman; il direttore Esecutivo di Zulu Nation, Shepard McDaniel; la vicepresidente Esecutiva del Sindacato 1199, Estela Vázquez; e il presidente e fondatore del Latino Pastoral Action Center, Reverendo Ray Rivera, sono stati tra coloro che hanno conversato con la Canciller venezuelana durante l’attività.

Salaman ha ricordato la visita del Comandante Chávez nel 2005 ed ha reiterato il suo interesse per continuare a lavorare con il Venezuela sui temi sociali e politici per lo sviluppo e l’emancipazione di entrambi i popoli.

Il Direttore Esecutivo di Zulu Nation, Shepard McDaniel, si è offerto di portare in Venezuela le sue esperienze comunitarie per aiutare nel lavoro di empowerment dei suoi cittadini.

La Vicepresidente Ejecutiva del Sindacato 1199, Estela Vázquez, ha aggiunto: «Non possiamo permettere che governi passati, presenti o futuri, limitino la nostra solidarietà operaia con il popolo venezuelano. Il Sindacato da me diretto si impegna a continuare il lavoro di solidarietà con il Venezuela perché è un esempio da seguire».

[Trad. castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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ONU aprueba a Venezuela y suspende a España en DD.HH

Foto referencialpor RNV

El Comité de Derechos Humanos de la ONU divulgó sus apreciaciones sobre la implementación de los Derechos Civiles y Políticos en España, Venezuela, Reino Unido, la ex República Yugoslava de Macedonia, Canadá, Uzbekistán y Francia. Contradiciendo la opinión difundida hasta la saciedad por la práctica totalidad de los medios de comunicación de masas españoles, el Comité de Derechos Humanos de la ONU aprobó a Venezuela, a la que hace algunas recomendaciones, mientras que reprobó duramente a España hasta en 26 apartados.

Las observaciones finales del Comité de Derechos Humanos de la ONU se refieren a los aspectos positivos de la implementación en Venezuela del Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos (PIDCP), ratificado por el país en 1978. También resaltan las principales áreas de preocupación en la materia para los expertos y detallan recomendaciones de acción por parte del Comité al Estado examinado.

Simultáneamente se hizo público el informe Observaciones finales sobre el sexto informe periódico de España.

España tendrá que repetir el curso de Derechos Humanos después de que Naciones Unidas le haya suspendido un puñado de asignaturas con títulos tremendos: Expulsiones en caliente, Racismo policial, Desigualdad de género, Violencia machista, Trata de personas, Ley Mordaza, Esterilización de discapacitados, Aborto ilegal, Centros de Internamiento de Extranjeros.

Una representación de España -seis Ministerios, Fiscalía General y Misión ante Naciones Unidas- compareció ante el Comité de Derechos Humanos de la ONU, que examinaba a varios países sobre el cumplimiento del Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos por los Estados Parte.

Tras analizar lo presentado por España, Naciones Unidas acaba de dar las notas: suspenso. El informe suma hasta 26 «preocupaciones» por el incumplimiento del Pacto y críticas por la persistencia de leyes y prácticas contrarias a los Derechos Humanos.

– RACISMO POLICIAL. Naciones Unidas afea la existencia de «controles policiales basados en perfiles raciales y étnicos, en particular los romaníes». Pide a España que «elimine el uso de perfiles étnicos por los policías y funcionarios», que se «incremente la capacitación para esos agentes sobre sensibilidad cultural» y que «lleve a los responsables ante los tribunales».

– DISCRIMINACIÓN. El informe refleja «discriminaciones» a inmigrantes y minorías étnicas «en el acceso a la vivienda, educación, empleo y salud».

– ESTERILIZACIONES FORZADAS. La ONU critica la «esterilización forzada a personas con discapacidad, cuya capacidad jurídica no se reconoce». El Comité exige que se «obtenga el consentimiento informado de las personas con discapacidad».

– DESIGUALDAD DE GÉNERO. Las mujeres están «insuficientemente representadas en los puestos decisorios». Inquietan las «notables diferencias salariales entre hombres y mujeres».

– VIOLENCIA MACHISTA. Naciones Unidas apunta la «persistencia» de la violencia machista y alerta sobre el «alto grado de violencia que sufren las inmigrantes, que no suelen denunciar las violaciones sufridas». Propone «aumentar» la protección a las mujeres de origen romaní e «investigar» las denuncias de mujeres «especialmente vulnerables y marginadas».

– ABORTO ILEGAL. La ONU no está de acuerdo con la reforma de la ley, que obliga a las mujeres de entre 16 y 18 años, incluso en situaciones de violencia familiar, a obtener el consentimiento de sus padres para interrumpir el embarazo. Ello «puede aumentar los abortos ilegales y poner en riesgo la salud de las mujeres».

– MALOS TRATOS POLICIALES. El informe refiere un «uso excesivo de la fuerza y malos tratos» de agentes del Estado, critica la «debilidad en las investigaciones» y rechaza los indultos a policías condenados por torturas. Exige «eliminar la tortura, establecer órganos de denuncia independientes, asegurar que los exámenes forenses sean imparciales y prohibir indultos a culpables de torturas». Alaba la grabación de interrogatorios, pero lamenta que no sea sistemática.

– LOS CIE. A Naciones Unidas le preocupa el «uso recurrente de la privación de libertad a inmigrantes en situación irregular» y pide que todos los CIE tengan instalaciones sanitarias.

– AISLAMIENTO DE DETENIDOS. Aunque celebra que la Ley de Enjuiciamiento Criminal «reduce» el uso del régimen de incomunicación, la ONU pide que se «elimine la detención en condiciones de incomunicación».

– EXPULSIONES DE REFUGIADOS. El informe critica las «expulsiones en caliente», los «vuelos de deportación» y las «denegaciones de asilo» a solicitantes no sirios. Y todo ello con «malos tratos». Pide que España revise la Ley de Seguridad Ciudadana y que garantice que «autoridades extranjeras no cometan violaciones de Derechos Humanos en territorio español» (en referencia a la Policía marroquí en las vallas de Ceuta y Melilla).

– LEY DE AMNISTÍA DE 1977. La ONU pide que se derogue, porque «impide la investigación de las torturas, desapariciones y ejecuciones» del franquismo. Pide que se revise la legislación de la exhumación de las fosas para que no recaiga en las familias y se garantice la igualdad en todas las CCAA.

– TRATA DE SERES HUMANOS. El documento de Naciones Unidas lamenta que España «siga siendo un país de destino, tránsito y origen de mujeres, hombres y niños víctimas de trata sexual y de trabajo forzoso».

– ‘LEY MORDAZA’. A Naciones Unidas le preocupa el «efecto disuasorio» para la libertad de expresión y de reunión de la Ley Mordaza. Cita el «uso excesivo de sanciones» y la prohibición de grabar a agentes de Seguridad del Estado. Pide a España que «revise la Ley de Seguridad Ciudadana».

T/Revista venezolana

Dichiarazione Finale 17° Vertice dei Capi di Stato e di Governo MNOAL

CsrCVhIWIAA6t7217° Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati
Isola di Margarita, Repubblica Bolivariana del Venezuela
17 e 18 settembre 2016

Dichiarazione Finale del 17° Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL)

Isola di Margarita, Repubblica Bolivariana del Venezuela
17 e 18 settembre 2016

I Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati, riuniti nell’Isola di Margarita (Venezuela) in occasione del XVII Vertice tenutosi il 17 e 18 settembre 2016, uniti dal motto “Pace, sovranità e solidarietà per lo sviluppo” hanno preso in esame lo stato della situazione internazionale:

Consapevoli che la storia e la realtà del mondo di oggi mostrano che i paesi in via di sviluppo soffrono maggiormente il disconoscimento del diritto internazionale, le invasioni, i postumi della guerra e i conflitti armati principalmente motivati dagli interessi geopolitici dei grandi centri di potere, così come i conflitti prolungati ereditati dal colonialismo e dal neocolonialismo.

Coscienti che molte delle attuali crisi si siano verificate per la violazione dei propositi e dei principi sanciti nella Carta delle Nazioni Uniti e nei Principi di Bandung.

Riconoscendo che la solidarietà, massima espressione del rispetto, dell’amicizia e della pace tra gli Stati, è un concetto ampio che include la sostenibilità delle relazioni internazionali, la convivenza pacifica e gli obiettivi di trasformazione dell’equità e del rafforzamento dei paesi in via di sviluppo, il cui obiettivo principale è raggiungere un pieno sviluppo economico e sociale dei popoli.

Nel 55° anniversario del Movimento, hanno deciso di difendere il diritto alla pace, alla sovranità ed alla solidarietà per lo sviluppo dei popoli

· Guidati dallo spirito visionario dei fondatori e dai principi e propositi del Movimento dei Paesi non Allineati, consacrati a Bandung (1955) e a Belgrado (1961), così come dal loro impegno per la costruzione di un mondo di pace, rispetto, amicizia fraterna, solidarietà, cooperazione e sviluppo;

· Riaffermando i principi e i propositi della Carta dellle Nazioni Uniti, così come le norme e i principi del diritto internazionale e della Dichiarazione sulle Relazioni di Amicizia e Cooperazione tra Stati;

· Animati dalla vigenza dei principi fondatori del Movimento e dalle conquiste che ne hanno segnato lo sviluppo storico, che confermano che la lotta contro il colonialismo e il neocolonialismo, il razzismo e tutte le forme di intervento, aggressione, occupazione straniera, dominio o egemonia, così come l’intento di rappresentare un fattore di equilibrio nelle relazioni internazionali, al di fuori delle alleanze militari dei centri di potere, costituiscono ancora espressioni concrete della politica di non- allineamento;

· Confermando l’impegno comune nei principi fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati e nei principi espressi nella Dichiarazione sui Propositi e i Principi e il Ruolo del Movimento dei Paesi Non Allineati, nell’attuale scenario internazionale, approvata in occasione del XIV Vertice del MNOAL tenutosi a La Habana;

· Consapevoli della necessità di garantire un impatto significativo del Movimento nella dinamica delle relazioni internazionali e nel raggiungimento degli obiettivi che ne hanno sostenuto la vigenza;

· Esprimendo un profondo ringraziamento al Presidente de la Repubblica Islamica dell’Iran, Sua Eccellenza Hassan Rouhani, per il valoroso contributo al processo di consolidamento e riattivazione del Movimento dei Paesi Non Allineati;

· Adottando la Dichiarazione Finale del XVII Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Movimento dei Paesi Non Allineati, realizzato nell’Isola Margarita, Repubblica Bolivariana de Venezuela, il 17 e 18 settembre 2016, Dichiarano che l’applicazione effettiva del Documento Finale dell’Isola Margarita richiede il massimo impegno e volontà da parte di tutti i paesi membri del Movimento, con il fine di
assumere in modo deciso le sfide che si presentano in materia di pace, sviluppo sociale ed economico, diritti umani e cooperazione internazionale, per cui saranno realizzati sforzi comuni per perseguire i seguenti obiettivi:

1. Consolidamento e riattivazione del Movimento: riaffermano il pieno e decisivo sostegno dei paesi membri al consolidamento, rafforzamento e riattivazione del Movimento dei Paesi Non Allineati, come unica garanzia per preservarne il legato e la vigenza storica e garantirne il rafforzamento, la coesione e la capacità di recupero sulla base dell’unità nella diversità e della solidarietà tra gli stati membri.

2. Consolidamento dell’ordine internazionale: riaffermano la volontà di proseguire nella promozione della soluzione pacifica delle controversie, in conformità con l’Articolo 2 e il Capitolo VI della Carta delle Nazioni Unite, così come con la Risoluzione 26/25 delle Nazioni Unite del 24 ottobre 1970 e il diritto internazionale, al fine di contribuire al raggiungimento di tale obiettivo e proteggere le generazioni future dal flagello della guerra e del conflitto militare. Allo stesso modo, sottolineano che la soluzione dei conflitti ed il raggiungimento di una pace stabile e duratura richiedono un approccio interdisciplinare capace di affrontare le cause strutturali dei conflitti, con il fine di perseguire i tre fondamenti delle Nazioni Unite: pace, sviluppo e diritti umani. In tal senso, riaffermano l’impegno nel rispetto della sovranità, dell’unità nazionale, dell’integrità territoriale e dell’uguaglianza sovrana degli Stati, così come la non ingerenza negli affari interni, la soluzione pacifica delle controversie e l’astensione dalla minaccia o dall’uso della forza.

Infine, rifiutano le politiche illegali volte a rovesciare governi costituzionali, in violazione del diritto internazionale.

3. Diritto alla libera determinazione: riaffermano il diritto inalienabile
alla libera determinazione di tutti i popoli, inclusi quelli residenti in territori non autonomi o in territori che si trovano sotto occupazione straniera o dominazione coloniale o straniera. Nel caso di popoli sottomessi a occupazione straniera o dominazione coloniale o straniera, l’esercizio della libera determinazione risulta valido ed
essenziale per garantire l’eradicazione di tali situazioni, nel rispetto universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

4. Disarmo e sicurezza internazionale: riaffermano la volontà di moltiplicare gli sforzi per rimuovere la minaccia, alla specie umana, costituita dall’esistenza di armi di distruzione di massa, in particolare di armi nucleari. In tal senso, risolvono di ingegnarsi per un mondo libero da armi nucleari. Inoltre, stabiliscono l’istituzione di
una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, in conformità con gli impegni assunti in occasione della Conferenza sul Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP), tenutasi nel 1995, e dei successivi incontri. Lanciano un appello per l’avvio urgente di negoziati sul disarmo nucleare in occasione della Conferenza
sul Disarmo, in particolare attraverso una convenzione integrata sulle armi nucleari, al fine di vietarne il possesso, lo sviluppo, la produzione, l’acquisto, il collaudo, il deposito, il trasferimento, l’uso o la minaccia di utilizzo, promuovendone la distruzione entro un determinato periodo di tempo. Infine, ribadiscono il diritto
sovrano degli Stati di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici in conformità con i principi di indipendenza e sviluppo economico.

5. Diritti Umani: riaffermano l’impegno nella promozione e la protezione di tutti i diritti umani, che sono universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi, attraverso il dialogo costruttivo e cooperativo, lo sviluppo delle competenze, l’assistenza tecnica e il riconoscimento delle buone pratiche, garantendo al tempo stesso la piena realizzazione di tutti i diritti umani, compreso il diritto allo sviluppo come diritto inalienabile, fondamentale e universale, parte integrante dei diritti umani universalmente riconosciuti, per promuovere la pace e la prosperità collettiva e sostenibile in tutto il mondo. Sottolineano l’importanza storica dell’adozione, trent’anni fa, della Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, promossa dal Movimento dei Paesi Non Allineati, che richiede un profondo cambiamento della struttura economica internazionale, includendo la creazione di condizioni economiche e sociali migliori per i paesi in via di sviluppo. Infine, ribadiscono ancora una volta che i diritti umani devono essere consolidati aderendo ai principi fondamentali di universalità, trasparenza, imparzialità, non selettività, non politicizzazione e obiettività, nella ricerca della realizzazione dei diritti umani per tutti, in conformità ai principi contenuti nella Dichiarazione di Vienna del 1993.

6. Sanzioni unilaterali: esprimono condanna unanime all’approvazione e applicazione di misure coercitive unilaterali nei confronti dei paesi del Movimento, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, con particolare
riferimento ai principi di non ingerenza, autodeterminazione e indipendenza degli Stati soggetti a tali pratiche. A tale proposito, confermano la decisione di denunciare e chiedere l’annullamento di tali misure, che violano i diritti umani e impediscono il pieno sviluppo economico e sociale dei popoli sottoposti alle stesse.
Allo stesso modo, ribadiscono che ogni Stato possiede piena sovranità delle proprie ricchezze e risorse naturali, così come della propria attività economica, in modo da disporne liberamente;

7. Terrorismo: ribadiscono che il terrorismo costituisce una delle più gravi minacce alla pace e alla sicurezza internazionale. Per questo, rinnovano la ferma condanna degli atti terroristici in tutte le forme e manifestazioni, quali che siano le motivazioni, ovunque e da chiunque siano stati commessi. Condannano, inoltre, la distruzione di siti culturali e religiosi, così come i crimini di lesa l’umanità commessi da parte di gruppi terroristici, per motivi di religione o credo. Riconoscono la minaccia attualmente rappresentata da tale ignobile piaga, in particolare, dalle attività svolte da gruppi terroristici come Talebani, Al Qaeda, EIIL (Daesh) ed entità associate, Jabhat Al Nusra, Boko Haram, Al Shabab ed altr gruppi indicati dalle Nazioni Unite, tra cui il fenomeno dei terroristi stranieri e la diffusione dell’estremismo violento che può portare al terrorismo, situazione che rende necessario da parte degli Stati un’azione definitiva e coordinata volta a prevenire e combattere il terrorismo in tutte
le sue forme e manifestazioni, tra cui il finanziamento e il trasferimento illegale di armi, in conformità con le disposizioni contenute nella Carta delle Nazioni Unite e nelle altre norme di diritto internazionale. In tal senso, osservano che l’adozione di
una futura Convenzione sulla lotta al terrorismo internazionale potrebbe completare il quadro degli attuali strumenti giuridici internazionali esistenti, tra cui l’attuazione della Strategia Globale delle Nazioni contro il Terrorismo. Ribadiscono, inoltre, che
il terrorismo e l’estremismo violento come strada che conduce al terrorismo, non possono e non devono essere associati a nessuna religione, nazionalità, cultura o gruppo etnico, e che tali poteri non dovrebbero essere utilizzati per giustificare il terrorismo né le misure di lotta al terrorismo, ivi compresa l’elaborazione di profili di
sospetti terroristi e l’intromissione nella vita privata degli individui.

8. Dialogo tra le civiltà: sottolineano l’importanza di incoraggiare il rispetto per la diversità culturale, sociale e religiosa, al fine di promuovere una cultura di pace, tolleranza e rispetto tra le società e le nazioni, attraverso il dialogo interculturale e interreligioso tra le civiltà. Riconoscono l’importanza del dialogo interreligioso e
interculturale e il prezioso contributo che possono offrire per accrescere il livello di consapevolezza e comprensione dei valori comuni condivisi da tutti gli uomini, così come la promozione del sociale, lo sviluppo economico, la pace e la sicurezza.

9. Situazione in Medio Oriente, inclusa la questione Palestina: dichiarano nuovamente che l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Orientale, costituisce un fattore destabilizzante nella regione e, come tale, chiedono il ritiro della Potenza che occupa tali territori dal 1967, in conformità con le Risoluzioni 242 e 338 e le altre relative Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ribadiscono
che la continua ingiustizia subita dal popolo palestinese, come risultato dell’occupazione israeliana e delle politiche e pratiche ad essa correlate, inclusa la costruzione e l’espansione degli insediamenti, la demolizione di case, gli atti di punizione collettiva contro la popolazione civile, come la detenzione e l’arresto di migliaia di civili e il blocco illegale della Striscia di Gaza, costituiscono la principale fonte di violazione dei diritti umani del popolo palestinese, negando loro il proprio legittimo diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza. Esortano le parti a compiere ogni sforzo per riprendere e sostenere un processo di pace efficace, basato su termini e parametri di lunga data, per il raggiungimento di una pace
globale duratura ed equa, che si basi su una soluzione a due stati, con le frontiere riconosciute a livello internazionale prima del 1967, in considerazione dell’iniziativa di pace araba.

Ricercano una soluzione integrata e giusta alla causa dei rifugiati palestinesi, in accordo alla Risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e all’iniziativa di pace araba, con il fine di preservare la sicurezza, la stabilità e la pace di tutti i paesi della regione.

Infine, condannano le misure adottate da Israele, potenza occupante, volte a modificare lo status giuridico, territoriale e demografico del Golan siriano occupato.

In tal senso, chiedono ancora una volta il rispetto, da parte di Israele, della Risoluzione 497 (1981), il completo ritiro dal Golan siriano occupato ai confini del 4 giugno 1967, in conformità alle Risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973).

10. Riforma delle Nazioni Unite: ribadiscono la necessità di recuperare e rafforzare l’autorità dell’Assemblea Generale come organo democratico, responsabile, universale e rappresentativo dell’Organizzazione. Esortano la creazione di una relazione armoniosa ed equilibrata tra i principali organismi dell’Organizzazione, sulla
base dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Avanzano l’ipotesi di una riforma del Consiglio di Sicurezza, con l’obiettivo di rendere l’organo più democratico, efficace, efficiente, trasparente, rappresentativo, in accordo alle realtà geopolitiche attuali.

11. Selezione e nomina del Segretario Generale delle Nazioni Unite: evidenziano il ruolo primario che svolge l’Assemblea Generale nel processo di selezione e nomina del Segretario Generale delle Nazioni Unite ed affermano la necessità di una maggiore trasparenza e inclusione nel processo di selezione e nomina del Segretario
Generale, in conformità con i principi di rotazione geografica e uguaglianza di genere.

12. Operazioni per il mantenimento della pace: ribadiscono che le operazioni per il mantenimento della pace debbano svolgersi in stretta ottemperanza ai principi e agli scopi sanciti dalla Carta. Al riguardo, il rispetto dei principi di sovranità, integrità territoriale, indipendenza degli Stati e non ingerenza negli affari interni, rappresenta un elemento fondamentale per la promozione della pace e della sicurezza internazionale. Al tempo stesso, ribadiscono che il rispetto dei principi di mantenimento della pace, consenso delle parti, imparzialità e non utilizzo della forza eccetto per legittima difesa, costituisce un elemento indispensabile al successo delle
operazioni di mantenimento della pace. Prendono atto dei Rapporti del Gruppo Indipendente di Alto Livello delle Nazioni Unite sulle Operazioni di Pace delle Nazioni Unite e del Gruppo Consultivo di Esperti sull’Esame delle Strutture per il Consolidamento della Pace, in cui si evidenzia l’importanza di mantenere contatti periodici e una stretta collaborazione nell’applicazione delle raccomandazioni
pertinenti.

13. Obiettivi di Sviluppo Sostenibile: si impegnano per la piena attuazione dell’Agenda 2030 sullo Sviluppo Sostenibile, ricordando che il programma si basa sulle persone ed è universale e modificabile. Ribadiscono la necessità, da parte di tutte le nazioni, i
popoli e i settori della società, di perseguire in modo integrato e indivisibile sia i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dal Programma sia i relativi 169 obiettivi, tenendo conto delle tre dimensioni della sviluppo sostenibile: dimensione economica,
dimensione sociale e dimensione ambientale. L’eradicazione della povertà e della fame in tutte le sue forme e dimensioni costituisce la più grande sfida globale e un requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile. A tal fine, rinnovano i principi elencati nel Programma, in particolare il principio delle Responsabilità Comuni ma Differenziate.

Sottolineano altresì la necessità del rispetto degli impegni presi da
parte dei paesi sviluppati per quanto riguarda la concessione di finanziamenti, il trasferimento di tecnologie adeguate e lo sviluppo di competenze nei paesi in via di sviluppo, al fine di garantire il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Si impegnano a consolidare il sistema commerciale multilaterale, con l’obiettivo di creare un ambiente favorevole per lo sviluppo che garantisca parità di condizioni nel commercio internazionale. Ciò costituisce uno strumento per il raggiungimento di una crescita economica inclusiva, attraverso cui ridurre la povertà e, allo stesso tempo, contribuire alla promozione dello sviluppo sostenibile. A questo proposito, esprimono la volontà comune di proseguire nel quadro dell’Agenda di Doha per lo Sviluppo, tenendo in considerazione le esigenze di crescita dei paesi in via di sviluppo.

Sottolineano l’importanza di aumentare il sostegno al commercio e allo sviluppo di competenze al fine di rafforzare la partecipazione dei paesi in via di sviluppo nelle Catene di Valore Globali e promuovere l’interconnessione e integrazione economica interregionale.

14. Promozione dell’istruzione, delle scienze e delle tecnologie per lo Sviluppo: si impegnano a combattere l’analfabetismo come strumento per sconfiggere la povertà e l’esclusione sociale. L’istruzione è un diritto umano inalienabile che deve raggiungere tutti i settori della società. L’uso della scienza e della tecnologia è
essenziale per affrontare le sfide dello sviluppo dei paesi del Sud. Il trasferimento tecnologico dai paesi sviluppati è indispensabile per garantire lo sviluppo sostenibile che porta benefici a tutti i popoli del mondo.

15. Cambiamenti climatici: il cambiamento climatico rappresenra una delle più grandi sfide del nostro tempo. Il continuo aumento delle emissioni di gas serra nel mondo preoccupa tutti i paesi, così come l’aumento degli effetti negativi dei cambiamenti climatici, in particolare nei paesi in via di sviluppo, che stanno gravemente minando gli sforzi di questi ultimi nell’eradicazione della povertà e nel raggiungimento di uno sviluppo sostenibile.

A questo proposito, ricordano le peculiarità di tutti i paesi in via di sviluppo, sulla base delle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in particolare in relazione al principio delle responsabilità comuni ma differenziate, e alla luce delle responsabilità storiche dei paesi sviluppati. Pertanto,
invitano i paesi sviluppati a rispettare gli impegni presi per quanto riguarda i finanziamenti, il trasferimento di tecnologie adeguate e la trasmissione del know-how necessario ai paesi in via di sviluppo.

A tale proposito, attendono lo svolgimento della XXII Conferenza degli Stati firmatari della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici che si svolgerà dal 7 al 18 novembre 2016 a Marrakech, in Marocco.

16. Governance economica: ribadiscono che la riforma dell’architettura finanziaria internazionale richiede la democratizzazione delle istituzioni di Bretton Woods, quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Pertanto, sottolineano la necessità di ampliare e rafforzare il livello di partecipazione dei paesi in via di sviluppo nei processi decisionali internazionali, nell’elaborazione delle leggi economiche e nella governance di un nuovo ordine economico mondiale. Esprimono altresì preoccupazione per gli effetti negativi che i paradisi fiscali possono avere sull’economia mondiale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

17. Cooperazione Sud-Sud: confermano che la Cooperazione Sud-Sud costituisce un elemento importante della cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile dei popoli, come complemento e non come istituto della Cooperazione Nord-Sud, che permette il trasferimento delle tecnologie adeguate, in condizioni favorevoli e in termini preferenziali. Ratificano, in tal senso, che la Cooperazione Sud-Sud è un’espressione di solidarietà e collaborazione tra i paesi e i popoli del Sud, che contribuisce al benessere nazionale di ciascuno stato e che si basa sui principi di rispetto della sovranità e indipendenza delle nazioni, sull’uguaglianza, la non ingerenza negli affari interni e il mutuo beneficio.

18. Solidarietà Internazionale: riconoscono che la risposta della comunità internazionale alle epidemie che minacciano la salute pubblica, e in caso di calamità naturali, rappresenta un esempio per la solidarietà e la cooperazione internazionale.

Sottolineano, a tal fine, gli sforzi della comunità internazionale per contrastare e sradicare la diffusione di diverse epidemie, tra cui l’ebola, e per affrontare le conseguenze dei disastri naturali in tutto il mondo.

19. Rifugiati e migranti: accolgono all’unanimità l’invito a partecipare alla Riunione di Alto Livello che si svolgerà il 19 settembre a New York per discutere dei grandi flussi migratori e dei rifugiati. Tale evento rappresenta un’opportunità per la comunità internazionale di confrontarsi e trovare delle soluzioni a questo crescente fenomeno
mondiale che coinvolge per lo più donne e bambini. Si soffermano sul problema delle emergenze umanitarie causate dall’elevato numero di rifugiati, dovuto ai conflitti nei territori degli Stati membri del Movimento. Sottolineano l’importanza di tradurre le dichiarazioni politiche in un sostegno concreto ai paesi più colpiti da tale fenomeno,
così come idel sostegno ai paesi e le comunità ospitanti.

Il contributo storico che la migrazione internazionale ha dato alle nazioni dal punto di vista economico, politico, sociale e culturale è importantissimo. Pertanto ribadiscono la responsabilità dei governi per la salvaguardia e protezione dei diritti dei migranti in
conformità con il diritto internazionale e le legislazioni nazionali.

Sottolineano la necessità di migliorare le leggi esistenti contro tutti gli atti illegali o violenti, in particolare contro coloro che incitano alla discriminazione etnica, razziale, sessuale e religiosa, e contro i crimini commessi contro i migranti con motivazioni razziste o xenofobe da parte di individui o gruppi, considerato che l’attuale crisi economica
mondiale aumenta la vulnerabilità dei migranti nei paesi di accoglienza.

20. Giovani, Donne, Pace e Sicurezza: riconoscono l’importante ruolo svolto dai giovani e le donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti e negli sforzi per mantenere e consolidare la pace. A questo proposito, sottolineano la necessità di raggiungere la piena uguaglianza e l’empowerment delle donne, compresa la loro partecipazione a tali processi. Prendono atto della relazione del Gruppo Consultivo di Alto Livello per l’Indagine Mondiale sull’Attuazione della Risoluzione 1325 (2000) del Consiglio di Sicurezza sulle Donne, la pace e la sicurezza. Ribadiscono il forte impegno comune nella contrasto a tutte le forme di violenza e discriminazione contro le donne.

21. Nuovo Ordine Mondiale per l’Informazione e la Comunicazione: sottolineano la necessità che le strategie d’informazione e comunicazione siano profondamente radicate nei processi storici e culturali e lanciano un appello ai mezzi d’informazione dei paesi sviluppati affinché rispettino i paesi in via di sviluppo nella formulazione delle proprie opinioni, modelli e prospettive, con l’obiettivo di ampliare il dialogo tra le civiltà.

Allo stesso modo, esprimono profonda preoccupazione per l’utilizzo dei mezzi d’informazione come strumenti di propaganda ostile contro i paesi in via di sviluppo nel tentativo di indebolirne i governi. Ribadiscono la necessità di creare dei mezzi e delle fonti di comunicazione alternative, libere, plurali e responsabili che riflettano le realtà e gli interessi dei popoli del mondo in via di sviluppo.

No guerra No NATO: non aderiamo all’evento della “Rete Kurdistan”

di Comitato No Guerra No Nato e Rete No War Roma

PERCHE’ NON ADERIAMO ALL’APPELLO ED ALLA MANIFESTAZIONE DEL 24 SETTEMBRE 2016

Pur avendo sostenuto per anni la lotta del popolo curdo, siamo molto preoccupati delle scelte che una parte della sua dirigenza ha imposto in Siria. Queste scelte e le loro conseguenze non sono assolutamente messe in discussione dall’appello per il 24 settembre:

1) Non viene minimamente condannato il fatto che l’esercito turco ha invaso uno stato indipendente, la Siria, in cui gli stessi Curdi vivono, violandone platealmente la sovranità.

2) Non viene chiarito che gli stessi Curdi della Siria, ed i loro alleati delle “forze democratiche siriane” (spezzoni di vecchie formazioni jihadiste facenti capo al sedicente Esercito Libero Siriano), hanno per primi essi stessi violato la sovranità del loro paese consegnando nelle mani dell’alleato esercito statunitense una serie di basi su suolo siriano.

3) Viene taciuto che gli stessi statunitensi si servono di queste basi per attaccare e minacciare l’esercito nazionale siriano che difende l’unità, l’indipendenza e la sovranità del paese, mentre contemporaneamente l’esercito nazionale viene bombardato anche da Israele, che cura anche i feriti di Fateh al-Sham (ex al-Nusra) e dell’ISIS nei propri ospedali.

L’ultimo deliberato bombardamento dell’esercito USA sulle posizioni dell’esercito siriano a Deir Es Zor, città assediata dalle bande dell’ISIS, che ha causato decine di morti, favorendo così gli attacchi dell’ISIS, dovrebbe far riflettere sulle reali intenzioni degli USA. Gli Statunitensi stanno anche sabotando la tregua umanitaria concordata con la Russia, non onorando l’impegno preso di costringere le formazioni armate da loro controllate a cessare il fuoco ed a distaccarsi dai terroristi estremisti dell’ex al-Nusra ed ISIS.

Fin dagli anni ’90 i neocons USA nei loro documenti indicavano una serie di paesi da distruggere perché non compatibili con i loro sogni di domino mondiale, tra cui la Siria, la Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Libia e altri paesi. A partire dall’amministrazione di Bush jr le indicazioni dei neocons sono state adottate ufficialmente come strategia della politica estera statunitense. Di questo ci sono oltre che i fatti, varie testimonianze, a partire da una famosa intervista rilasciata nel 2008 dal generale Wesley Clark.

Come conseguenza, fin dal 2011 è stata formata una vasta alleanza filo-imperialista con l’intento di distruggere lo stato siriano laico e progressista, uscito dalle lotte anticoloniali, così come già è stato fatto per la Jugoslavia, Libia, Iraq, Ucraina, Somalia, Costa d’Avorio, Sudan.

Di questa alleanza fanno parte USA, UE, NATO, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e bande di mercenari jihadisti terroristi che fanno capo all’ex al-Nusra, ISIS, e presunte formazioni “moderate” legate agli USA.

Il movimento curdo siriano, che dichiara di voler lottare per una Siria democratica, dovrebbe precisare se intende portare avanti le proprie rivendicazioni nell’ambito dello stato laico e progressista siriano, che ha assicurato pieni diritti alle donne, e alle numerose religioni ed etnie presenti nel paese, o cercare illusoriamente di realizzare le proprie aspirazioni a costo della distruzione della Siria, programmata da tempo dall’imperialismo, con la creazione di uno staterello fantoccio, stile Kosovo.

Altrettanta chiarezza richiediamo a tutte quelle organizzazioni sedicenti pacifiste e di sinistra, che non mancano occasione di attaccare e demonizzare il governo della Siria, e che oggi trovano un facile alibi nell’adesione all’ambigua manifestazione del 24.

Roma 19/9/2016 Lista Comitato No Guerra No Nato, Rete No War Roma

Per adesioni: comitatononato@gmail.com

 

Napoli 24sett2016: Terza Coppa Hugo Chávez

ALBATV: el punto de encuetro entre el norte y el sur

pablo-kunichpor ÉPALE

Pablo Kunich Cabrera nació en Uruguay. Uno siempre oye de personajes así, capaces de enamorarse de un sitio, dejar atrás su antigua casa y crear una nueva. Vino por primera vez al país en el año 2004. Era un dirigente estudiantil con ansias por conocer eso que se llamaba Revolución Bolivariana. El día que llegó fue el mismo en que mataron al fiscal Danilo Anderson. Coche bomba en Los Chaguaramos y su carro estrellado contra una venta de aire acondicionado. Pablo, en ese momento, estaba visitando la Universidad Bolivariana de Venezuela. Cuando lo llevaron al hotel se enteró de la noticia. Después, debido a la tensión política, no tuvo la libertad que hubiera deseado. Sin embargo, tres hechos claves lo hicieron volver: visitó un módulo de Barrio Adentro, un canal de televisión comunitaria y, por último, un aula de clases de la Misión Robinson, y recuerda que una señora mayor le preguntaba si la quería escuchar leyendo. Él, un poco apenado, como cualquier sureño en esta tierra caliente, le dijo que no hacía falta; pero la mujer insistió, explicando que para ella era importante y que, por ende, se lo quería mostrar.

Eso, definitivamente, lo hizo enamorarse de ese proyecto que todavía no se conocía bien. Mucho menos en un país del Cono Sur, donde mencionas la palabra “militar” y el imaginario de todos se retrotrae a una de las épocas más negras del continente. Chávez, de cierto modo, era sospechoso por su currículum, pero esperanzador por ese quiebre que significaba.

Al año siguiente volvió para el Festival Mundial de la Juventud, en representación del Frente de Estudiantes de Uruguay. Fue en 2006 cuando recibió una propuesta revolucionaria. Su vida, entonces, se trasladó miles de kilómetros hasta llegar a la densa ciudad de Caracas, específicamente a la sede de VIVE Televisión, en donde trabajaría seis meses, o un año, en una especie de pasantía. Esa incursión duró poco. Rápidamente se encontró comprometido con otro proyecto: ALBA TV. No solo con eso. No sé si fue antes o después, pero Pablo se enamoró de alguien y hasta tuvo hijos. “Echó raíces”, como dijo él mismo, en una tierra distinta que no piensa abandonar ya por su Uruguay natal.

LOS MEDIOS CALIFICADOS DE REVOLUCIONARIOS TERMINAN REPRODUCIENDO ESTÉTICAS DE LOS EMPORIOS MEDIÁTICOS, DE LOS ENEMIGOS, QUE TIENDEN A SER COMERCIALES

“ALBA TV surge tras un congreso llevado a cabo aquí en Caracas en diciembre de 2006, llamado Primer Congreso Latinoamericano de Comunicación hacia el Socialismo, donde participaron medios comunitarios de Venezuela y compañeros y compañeras de diferentes proyectos comunicacionales de América Latina y otros movimientos sociales: voceros y voceras de la vía campesina, sobre todo de Ecuador y Brasil, del MST (Movimiento de los Trabajadores Rurales sin Tierra) y medios comunitarios de Uruguay, Chile, Argentina y Colombia. De ese debate surgen dos propuestas centrales. Una, respaldar la voluntad del gobierno venezolano de no renovarle la concesión a RCTV; y una propuesta, una iniciativa de generar una plataforma para producir, articular y formarnos en materia audiovisual entre movimientos sociales y medios comunitarios. Era hacer una gran alianza de medios y organizaciones para hacer frente a la lucha mediática. Fue un momento de mucha ebullición aquí en Venezuela, de mucho debate de ideas. No por casualidad se da la discusión de la comunicación hacia el socialismo, un debate fundamental. En ese debate, a esa plataforma le damos el nombre de ALBA TV. Así surge una propuesta de Jesse Chacón, ministro de Telecomunicaciones, de entregarles a los medios comunitarios una señal, un espacio en el satélite Simón Bolívar. La idea de la plataforma no era ya solo formar, producir y articular sino que ya había una herramienta posible para articular una señal”.

A veces los proyectos hermosos y aparentemente indetenibles son frenados por la pared dura del burocratismo. En ese momento, el proyecto de ALBA TV se vio estancado en ese lodo pestilente que cada día parece profundizarse más. Sin embargo, como las relaciones entre movimientos estaban ya establecidas y consolidadas, la parte revolucionaria del trabajo, esa que se mueve por debajo de las telas enredadas del Estado, pudo llevarse a cabo gracias al compromiso de los participantes. Trabajaron, los primeros años, en el tema de la formación, junto a la Escuela Popular de Cine y Televisión. Visitaron otros países para formar a la gente en la disciplina comunicacional y recibieron extranjeros para que se formaran aquí. Después, poco a poco, les fueron saliendo coberturas: se lanzaron a Honduras a cubrir el golpe de Estado de 2009 y en eso se mantuvieron durante cuatro años más. El año 2013 llegó y les dio la noticia: tras una carta enviada públicamente al gobierno bolivariano, solicitando una señal de las señales de Televisión Digital Abierta para el uso de los medios comunitarios, una señal del satélite Simón Bolívar fue aprobada para ellos, cosa que venía prometida ya por el exministro Jesse Chacón. Ese mismo año, ALBA TV sale al aire por primera vez.

ALBA TV es una pantalla colaborativa. Se transmiten, básicamente, producciones hechas por movimientos sociales de Latinoamérica y Venezuela y algunas producciones propias. Hacen un noticiero. Este año recibió un premio municipal. Cada nota se produce en el país de la noticia y la reciben de  forma gratuita. En las salas de ALBA TV lo que se hace es empaquetar aquello, “editorializarlo’’, como dice Pablo. No compran contenidos. Hay una franja de programación feminista —porque se definen feministas— donde se transmite un ciclo de películas y documentales que, previo a su difusión, son discutidas con movimientos sociales en Venezuela: ejemplo de lo que él mismo denomina comunicación participativa. Así pasa con otra línea central: la comunera, basada en pequeñas noticias producidas por una red de comunas. Además transmiten NotiPanal, noticiero de la comuna El Panal 2021, y el programa Comunas al mando, producido por la Red Nacional de Comuneros. Otro elemento importante es el espacio fijo para la producción venezolana, donde transmiten constantemente películas y documentales nacionales.

Le pregunté sobre el contenido ideológico de una canal revolucionario, sobre el enfoque político, sobre TVES: ¿cuán importante es aquello?, ¿qué pasa con esto otro?

“Nosotros creemos que la comunicación revolucionaria no tiene por qué ser aburrida, no tiene por qué ser un fastidio. Por el contrario, ‘tiene que reivindicar la venezolanidad’, aquí cito al presidente Nicolás Maduro. Nosotros agarramos esta frase y la establecemos como nuestra línea editorial. Estamos convencidos de que se puede hacer una comunicación participativa. Desde un canal, estamos dispuestos a visibilizar esa venezolanidad, a visibilizar el orgullo y la alegría y el trabajo de construir todos los días la Revolución. Eso implica la crítica, las dificultades. No solo las cosas buenas. Un poco por ese lado es que intentamos elaborar nuestra línea editorial, dando confianza, fortaleciendo la idea de que vale la pena estar organizado y luchar por los derechos, además de la defensa de nuestro conjunto y nuestro gobierno”.

 

Pablo explica que, a veces, los medios calificados de revolucionarios terminan reproduciendo estéticas de los emporios mediáticos, de los enemigos, que tienden a ser comerciales. Para evitar eso, es necesaria una perspectiva contrahegemónica de lo que es la comunicación, una alternativa distinta que no suponga la reproducción de las mismas formas, que haya un ligero cambio en el mensaje. Él plantea necesaria otra revolución. Esa que tiene que suceder dentro de las entrañas mismas de la comunicación de los entes dependientes y afines al gobierno chavista y a la causa revolucionaria. Resalta que el año 2002 significó el momento en que realmente se manifestó el rol que tienen que jugar los medios comunitarios. En ese momento fueron la alternativa posible ante el boicot comunicativo. Por ello, califica como necesario la creación de una política pública hacia los medios populares. Una política verdadera —Pablo cree que aún no existe— que suponga un apoyo y un financiamiento constante a las labores informativas de los medios populares que son, como la historia nos ha enseñado, tan importantes.

“La estrategia de fortalecer Telesur, VTV y todos los grandes cañones comunicacionales es buena, pero hace falta una estrategia complementaria que es comunicar con el pueblo, desde el pueblo, desde lo local: si están los grandes cañones, tiene que estar la guerrilla comunicacional haciendo su trabajo, y para eso hace falta una política permanente, un financiamiento estable”.

Cuando terminábamos hablamos un poco de Uruguay y Venezuela. De esa relación que para él debe ser tan significativa. Dice que su primer acercamiento al país ni siquiera fue con la voz imponente de Chávez, sino con la música: allá, en el Sur, escuchó por primera vez las canciones de Alí Primera entonadas por la voz de un uruguayo que, quizás, alguna vez pasó por aquí en sus tiempos de exilio. Me dice que fue “Coquivacoa” la canción. Y como la inocencia no mata al pueblo, pero tampoco lo salva, para eso ellos, los medios populares, ni del gran capital ni del Estado burgués para hacer el trabajo duro.

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