Dal rentismo al socialismo comunale bolivariano

di Mario Sanoja Obediente – Iraida Vargas-Arenas

Raccolta di saggi

Introduzione

Pasqualina Curcio

 

PRESENTAZIONE

In questi frangenti, nei quali il popolo venezuelano è vittima di un’atroce aggressione da parte delle forze imperiali, e da parte di coloro che visibilmente concentrano i grandi capitali nazionali e transnazionali, è il momento in cui è imperiosamente necessario avanzare con più rapidità nella rivoluzione economica. Dal 1999, quando Hugo Chavez assunse la presidenza e fu fondata una nuova Repubblica approvata democraticamente con referendum popolare da parte della maggioranza dei venezuelani, questo popolo è stato vittima di aggressione da parte dei grandi capitali, i quali iniziarono ad attivare i loro molteplici meccanismi per impedire, ad ogni costo, che un modello di giustizia sociale, uguaglianza e centrato sull’essere umano, si consolidasse e mostrasse i suoi successi. All’inizio, le aggressioni furono frontali. Coloro che cercavano di colpire le condizioni sociali della popolazione attraverso l’alterazione dell’economia, mostravano il loro vero volto, è così che convocarono serrate generali e sabotarono la principale industria nazionale, la PDVSA, durante gli anni 2002 e 2003, a partire dal 2007, e con maggiore intensità dal 2012, anno nel quale il presidente Chávez informò sulla sua condizione di salute, e successivamente nel 2013, quando assunse la presidenza Nicolás Maduro, queste aggressioni sono state più subdole.

Si tratta di aggressioni che, come affermato, sono contro il popolo, che però utilizzano l’economia, la distorsione dei mercati e la manipolazione di variabili economiche per colpire le condizioni sociali della popolazione e in questo modo fiaccare l’appoggio del popolo alla Rivoluzione Bolivariana, cercando di incidere sulle sue preferenze elettorali e politiche. In questo contesto, queste grandi corporazioni, che contano con il potere dei mercati per la sua condizione di monopoli e oligopoli, hanno privato di beni essenziali i venezuelani, ed in generale tutti quelli che vivono nel nostro territorio. In quanto responsabili della produzione e distribuzione hanno costretto il popolo a larghe code per acquisire alimenti, medicine e prodotti di igiene personale, ciò ovviamente ha generato un grande malessere e la proliferazione dei mercati neri nei quali questi beni sono dirottati e venduti ad un prezzo maggiorato. Dietro questi grandi interessi del capitalismo si nascondono coloro che hanno manipolato in maniera spropositata il valore del bolívar nel mercato illegale dei cambi. Attraverso la pubblicazione quotidiana nei portali web e nelle reti sociali hanno registrato un virtuale valore della moneta che in nessun caso corrisponde con la realtà economica, ma che è a loro servito per alterare il sistema dei prezzi interni dell’economia, ciò ha a sua volta causato l’aumento dell’inflazione e pertanto l’affondo al potere d’acquisto della classe operaia venezuelana.

Queste pratiche di sabotaggio da parte delle grandi corporazioni, pratiche che non sono inedite e che trascendono nel tempo e nello spazio la situazione attuale del Venezuela, sono sempre state accompagnate dal discorso egemonico imperiale del presunto fallimento dei modelli socialisti. Una guerra mediatica e pertanto psicologica, tanto nazionale quanto internazionale, fa da supporto a tali azioni. In questa campagna di comunicazione contro i modelli socialisti, non sono i padroni del capitale coloro che ci mettono la faccia, questi si affidano ai loro presta nomi, principalmente i partiti locali, alcune organizzazioni non governative finanziate dallo stesso imperialismo, e rappresentanti delle corporazioni, tutti coloro che sono senza bandiera e senza spirito di patria.

Di fronte a questi meccanismi che l’imperialismo ha attuato ogni volta che si è sentito minacciato da un popolo deciso ad avanzare verso un modello di giustizia, è necessario domandarsi: qual è stato il tallone di Achille dell’economia venezuelana, quali condizioni hanno facilitato il fatto che riescano ad alterare i mercati e l’economia in generale, per il quale siamo stati e continuiamo ad essere vulnerabili? Tra le risposte che si leggono e che si ascoltano, e, quindi, le proposte che si avanzano per vincere questa guerra economica nella quale si è preteso piegare il popolo venezuelano, prevale la famosa frase: “Dobbiamo superare il modello rentista petrolifero”. In questo contesto e in questo momento, è necessario tenere molto chiaro cosa intendiamo per modello rentista petrolifero, specialmente se nel nostro sviluppo storico ha prevalso un discorso, anche e non per casualità, egemonico, promosso dai grandi capitali, il quale è stato riempito di miti, riducendolo al fatto che detto modello si basa nella mono produzione e nella mono esportazione di un unico bene, il petrolio, dal quale dipende tutta la nostra economia e che ci rende vulnerabili alle variazioni dei prezzi di tale risorsa nei mercati internazionali.

Secondo il discorso che ha prevalso, il problema sta nella dipendenza della nostra economia dall’esportazione quasi esclusiva di petrolio, quindi l’opzione che si pone è diversificare le esportazioni per garantire altre fonti di valuta estera e con essa la diversificazione e aumento della produzione che garantisca nuove esportazioni. Certamente, il 95% dei guadagni in valuta estera del Venezuela corrisponde alle esportazioni di petrolio. Tuttavia, per quanto riguarda l’affermazione secondo la quale si produce solo petrolio, dobbiamo dire che il prodotto petrolifero nazionale lordo è stato storicamente meno del 20% del totale, cioè l’80% della produzione nazionale non è petrolifera. Ora, il problema non è solo il fatto di essere mono-esportatori e, quindi, dipendenti dai prezzi internazionali del petrolio. Il problema principale, ciò che rende veramente vulnerabili i venezuelani è la loro dipendenza da grandi società, nazionali e transnazionali, che sono responsabili della produzione, dell’importazione e della distribuzione di beni essenziali. Queste società che concentrano capitali di grandi dimensioni sono quelle che storicamente e attraverso diversi meccanismi si sono appropriati della rendita petrolifera, limitandosi, nel migliore dei casi, a rifornire il mercato nazionale senza generare alcun ricavo per il paese attraverso le esportazioni. Il superamento del modello rentista petrolifero sta nel modo in cui viene distribuita la rendita, impedendo a queste grandi società, le stesse che hanno il potere di privare i venezuelani di cibo e medicine, dal continuare a finanziare le loro azioni con le risorse petrolifere. La sfida è impedire che queste stesse società, attraverso l’appropriazione della rendita, aumentino la concentrazione del capitale. Il petrolio di per sé non è stato un problema per l’economia, al contrario, la possibilità che lo Stato amministri la rendita del petrolio ha permesso di contrastare le aggressioni dell’imperialismo contro il popolo venezuelano. Ciò che deve essere superato e ciò che costituisce la grande sfida è che detta rendita, proprietà di tutti i venezuelani, raggiunga la popolazione senza la previa intermediazione da parte di pochi, ma grandi società private, che violano la sovranità della popolazione venezuelana finanziandosi con la rendita del petrolio. In questo senso, diversificare le esportazioni e quindi la produzione nazionale è un aspetto importante, ma non è sufficiente. Non risolviamo la nostra vulnerabilità se coloro che esportano sono ancora le stesse grandi società che hanno attaccato il popolo venezuelano. In questo scenario, non solo dipenderemo dai beni e dai servizi, ma anche dalle valute. Pertanto, il superamento del modello rentista petrolifero deve essere inteso non solo come l’aumento e la diversificazione della produzione e delle esportazioni, ma anche come, e in sostanza, la democratizzazione della produzione nelle mani dello Stato e delle comuni. È imperativo rompere con la dipendenza dalle grandi società private. Per questo motivo, più che superare il modello rentista, si tratta di avanzare nella rivoluzione economica.

Nelle parole di Hugo Chávez, contenute nel Plan de la Patria, si tratta di “accelerare il cambiamento del sistema economico, superando il modello capitalista petrolifero rentista, verso il modello economico produttivo socialista, lasciando il posto a una società più egualitaria e giusta, verso socialismo, basato sul ruolo dello Stato Sociale e Democratico, di Diritto e di Giustizia”. Si tratta anche “della promozione necessaria di una nuova egemonia etica, morale e spirituale che ci consenta di superare i vizi, che non hanno ancora finito di morire, del vecchio modello della società capitalista” e “l’irruzione definitiva del nuovo Stato Sociale e Democratico, di Diritto e di Giustizia, attraverso il consolidamento e l’espansione del potere popolare e dell’autogoverno in specifiche popolazioni e territori che si costituiscono nelle comuni”. In questi tempi decisivi per la Rivoluzione Bolivariana e in vista della necessità imperativa di passare dal modello rentista del capitalismo petrolifero al modello economico socialista produttivo, l’opera di Iraida Vargas-Arenas e Mario Sanoja Obediente, intitolata Dal rentismo al socialismo comunale bolivariano, costituisce un pezzo fondamentale e lettura obbligata per capire il processo che stiamo vivendo attualmente. Questo lavoro è il risultato di uno sforzo rigoroso di sistematizzazione per mostrare cosa è successo dal 2013 in Venezuela. Gli autori basano l’analisi sulle cause originali, quindi questo lavoro ci porta attraverso un’affascinante rassegna della storia economica del Venezuela dal diciottesimo secolo. Gli autori mostrano che attualmente il popolo venezuelano sta vivendo una fase critica, che considerano come la transizione tra la fase finale del rentismo petrolifero e il socialismo comunale bolivariano.

I saggi qui raccolti, scritti in modo semplice e didattico, contribuiscono alla decolonizzazione dell’immaginario della rivoluzione, che è stata distorta dai media e dall’offensiva culturale. Vargas-Arenas e Sanoja riconoscono la necessità della formazione ideologica dei quadri di assumere questo compito cruciale di fondare una società socialista comunale. Sottolineano la necessità della rivoluzione culturale.

Per passare dal modello rentista del capitalismo petrolifero al modello economico socialista produttivo, è imperativo, nelle parole degli autori: “formare e consolidare prima nei collettivi sociali la loro soggettività, includere la solidarietà, la fedeltà, la coscienza sociale rivoluzionaria e il dovere sociale del fatto che il socialismo comunale è necessario; che la povertà, la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale sono una condizione storica derivata dal capitalismo, che il capitalismo neoliberale sopravvive solo nella misura in cui riesce a potenziare quella condizione storica attraverso la quale riesce ad arrestare ed eventualmente distruggere i movimenti sociali che lottano per imporre il socialismo”.


La rivoluzione è o un evento profondamente culturale o non è.

(Hugo Chávez Frías)

Pasqualina Curcio Curcio

10 marzo 2017

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Brasile, l’assassinio della giustizia: un golpe nel golpe?

Lula Moro

di Stella Calloni

09.04.2018

 

Sérgio Moro, il giudice che ha perseguitato Dilma e Lula, è uno dei tanti giudici o funzionari giudiziari cooptati da Washington, che di fatto adesso mantiene una specie di Scuola delle Americhe per poliziotti e giudici nel Salvador.

Può un Supremo Tribunale Federale (STF) in un paese come il Brasile funzionare ed emettere sentenze come se nulla fosse successo, dopo che almeno tre generali, uno dei quali, l’ attuale capo dell’esercito, hanno avvertito pubblicamente che se l’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva non veniva incarcerato, si sarebbero visti “obbligati” a dare un colpo di stato militare?

In seguito a un tentativo di omicidio contro l’ex-presidente avvenuto la settimana passata nello stato del Paraná, il generale Luiz Gonzaga Schroeder Lessa ha detto alla stampa in maniera minacciosa che il STF avrebbe precipitato il paese nella violenza se Lula non veniva incacercato e ha minacciato un colpo di Stato, mentre il generale Paulo Chagas avvertiva: “il nostro obiettivo è evitare che si cambi la legge e che il capo di un’ organizzazione criminale, condannato a 12 anni di prigione, circoli liberamente, predicando l’odio e la lotta di classe”.

Ore prima della sessione dell’STF, il capo dell’esercito, il generale Eduardo Villas Boas, affermava che la sua forza “condivide il desiderio di tutti i cittadini perbene di non ammettere l’impunità”. Detto in maniera più diplomatica, ma íla minaccia è la stessa.

Qualsiasi magistrato semplicemente ligio alla legge, avrebbe dovuto rifiutarsi di sedere in un Tribunale che, di fronte a tale minaccia, aveva perduto tutta l’autorità. Se ci fosse giustizia, questa sessione avrebbe dovuto essere annullata.

Nell’agosto 2016, l’allora presidente Dilma Rousseff è stata destituita da un congiunto di media con la rete Globo in testa, una giustizia gestita da giudici che hanno lavorato a lungo negli Stati Uniti come Sérgio Moro, svolgendo il ruolo loro assegnato, un parlamento per lo più corrotto che ha destituito, senza prove, la presidenta. Il che ha provocato un colpo di Stato mediatico, giuridico e parlamentare.

Anche se, in realtà, questo è iniziato nel maggio 2016, quando Rousseff è stata allontanata dal suo carico ed è stato assunto come sostituto temporaneo l’allora vice-presidente Michel Temer (che è apparso in alcuni documenti come informatore del Comando Sud), il quale ha cambiato il gabinetto di governo, cosa che non poteva fare, ha adottato per decreto misure illegali, ha distrutto tutte le conquiste popolari e sovvertito seriamente la sovranità in Brasile, a cominciare dalla svendita dei grandi giacimenti petroliferi (Pre-sal), portandoli fuori dal controllo della Petrobras.

Questa compagnia, come tutte le compagnie statali, è stata vittima di spionaggio da parte degli Stati Uniti, come anche i governi di Lula e di Dilma, cosa che è stata  rivelata dalle documentate denunce dell’ex-contrattista americano Edward Snowden.

Sérgio Moro, il giudice che ha perseguitato Dilma e Lula, è uno dei tanti giudici o impiegati di tribunale cooptati da Washington, che di fatto ora dirige una specie di Scuola delle Americhe per agenti di polizia e giudiziari in El Salvador. La condanna di Lula da parte di Moro è una mostruosità legale, poiché – come nel caso di Dilma – non ci sono prove nella causa nella quale è stato condannato, il che lo rende un ostaggio politico, non solo del Brasile, ma di Washington.

Lo schema statunitense di infiltrazione delle strutture giudiziarie in America Latina è emerso come metodologia di lavoro negli anni ’90 nei piani contro-rivoluzionari e strategici per la regione, da applicare nei primi anni del XXI secolo. È quindi stato proposto un nuovo modello: le “democrazie di sicurezza nazionale”, in sostituzione delle dittature di sicurezza nazionale, che nel XX secolo trasformarono l’America Latina in un cimitero.

In realtà, sono una forma di dittature segrete per gestire i Conflitti a Bassa Intensità nel XXI secolo, a cui si è aggiunta la diffusione del Comando Sud mediante l’installazione di basi e stabilimenti militari in territori strategici dell’America Latina, per controllare direttamente la regione, nel migliore stile coloniale.

Nel caso del giudice Moro, che ha studiato legge nell’Università regionale di Maringá, questi è entrato in contatto  con gli Stati Uniti, partecipando a un programma “speciale” di istruzione di avvocati presso la Harvard Law School (Stati Uniti). Ha partecipato al Programma per Visitatori Internazionali organizzato nel 2007 dal Dipartimento di Stato, specializzato nella prevenzione e lotta al riciclaggio di denaro. In quel corso, ha condotto visite a varie agenzie statunitensi, tra cui quelle di intelligenza come la CIA e l’FBI, ed è stato istruito sull’analisi dei reati finanziari, e sui reati commessi da gruppi criminali organizzati: da quel momento è diventato un uomo al servizio di Washington.
In un articolo pubblicato in Brasil de Fato, Daniel Giovanaz ha segnalato il caso del giudice Moro, diventato un “eroe” negli Stati Uniti, dimostrando che questa accusa non corrispondeva a una “teoria della cospirazione”, come spesso viene banalizzata ogni denuncia, “perché vi sono prove sufficienti in termini di fatti e documenti.”

Nel giugno 2016, la filosofa e ricercatrice Marilena Chauí, citata da Giovanaz, ha dichiarato che Moro era stato cooptato dall’FBI per servire gli interessi degli Stati Uniti nella condotta dell’operazione Lava Jato. “Ha ricevuto un addestramento tipico come quello che l’FBI faceva durante il Maccarthismo (la politica di persecuzione anticomunista adottata dagli Stati Uniti negli anni ’50)”, afferma la filosofa brasiliana, affermando che Washington aveva un obiettivo: destabilizzare il Brasile per impadronirsi dei grandi giacimenti petroliferi, delle altre immense risorse e controllare nientemeno che la grande potenza latino-americana.”

“In questo senso, l’operazione Lava Jato è, diciamo, un preludio alla grande sinfonia della distruzione della sovranità brasiliana per il XXI secolo”, ha denunciato Chauí, la cui ipotesi è stata sostenuta da un documento di Wikileaks che è stato declassificato il 30 Ottobre 2009.

“Il nome di Sergio Moro – al di là della sua stretta relazione con gli Stati Uniti – è citato come partecipante a una conferenza offerta a Rio de Janeiro dal Progetto Bridges (Progetto Pontes), legato al Dipartimento di Stato, il cui obiettivo era di “consolidare il trattamento bilaterale ( tra Stati Uniti e Brasile) nell’applicazione della legge”.

Moro è stata la figura chiave per giustificare la “consulenza” americana nel suo paese.

Tra le conclusioni tratte da Wikileaks su quella conferenza, i responsabili del Progetto Pontes hanno sostenuto “la continua necessità di garantire la formazione di giudici federali e studenti brasiliani, per far fronte al finanziamento illecito della condotta criminale”. La strategia doveva essere “a lungo termine” e coincidere con la formazione di “task force di formazione”, che si potrebbero installare a Sao Paulo, Campo Grande o Curitiba.

Cinque anni dopo quell’atto a Rio de Janeiro, è scoppiata l’operazione Lava Jato, che ha instaurato nel paese un clima di instabilità politica molto importante per i piani degli Stati Uniti, i quali hanno iniziato a controllare, gestire e manipolare le operazioni e il caso Odebrecht.

Negli ultimi due anni, le visite di Sérgio Moro negli Stati Uniti sono diventate sempre più frequenti, ed è stato presentato in alcune conferenze come “il leader centrale nel rafforzamento dello stato di diritto in Brasile”. Che in realtà è scomparso, a partire dal colpo di stato del 2016, consolidato da questo nuovo golpismo manu militare che ha condannato Lula, il quale è innocente (non è mai stato provato il contrario).

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) Il Venezuela bolivariano e l’orchestra più grande del mondo

L'immagine può contenere: una o più persone, folla, stadio e sMSda Rete Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana 

#Venezuela 11.000 bambini della più grande orchestra mondiale, tutti quanti studiano gratuitamente, hanno reso omaggio a Caracas alla figura dell’ideatore, insieme a Hugo Chávez, di questo sogno realizzato e unico al mondo che ha fatto studiare finora gratuitamente UN MILIONE di giovani musicisti, l’obiettivo sono i 2 milioni.

“Si è trattato del concerto di oltre 10 mila bambini e ragazzi del Sistema di Orchestre e Cori Giovanili e Infantili del Venezuela per rendere omaggio al loro creatore, il Maestro José Antonio Abreu Anselmi, scomparso lo scorso 24 marzo.

Il tutto nel segno della musica come forma d’integrazione e di riscatto sociale perché proprio come lo spiegava lo stesso Abreu “esiste un’espressione di integrazione più bella del coro? Esiste un’immagine di integrazione più eloquente di un’orchestra?”.

È “il più grande progetto musicale di tutti i tempi’’, ha sostenuto sempre Simon Rattle, storico direttore dei Berliner Philarmoniker. Lo stesso direttore Claudio Abbado ha portato e replicato il Sistema di Orchestre in Italia nel 2010.

Durante la cerimonia, a cui ha preso parte anche il Presidente Nicolás Maduro, è stato inoltre celebrato il milionesimo membro de El Sistema. L’intero Poliedro (grande complesso multifunzionale di Caracas) ha applaudito e festeggiato il ragazzo numero “un milione” iscritto al Sistema, José Itriago Anderson di 10 anni.

Il Presidente Nicolás Maduro ha affermato: “Prima di quanto pensiamo raggiungeremo 2 milioni di bambini che faranno parte del Sistema delle Orchestre Simón Bolívar, questa sarà la nostra eredità in onore del Maestro”.

“Il Sistema delle Orchestre ha stabilito il record mondiale per la più grande orchestra mai presentata, 10.701 musicisti sul palco suonando meravigliosi brani della musica universale. Congratulazioni a tutti i ragazzi per questo record del mondo in Venezuela!”, ha sottolineato con emozione il Presidente Maduro.

Sul palcoscenico, i musicisti hanno intonato diversi brani diretti dal giovane direttore d’orchestra Andrés David Ascanio.

Nel corso della cerimonia, il Presidente ha ribadito il suo ringraziamento al maestro Abreu per il suo contributo culturale al Paese: “L’unica cosa che resta da dire è grazie, Maestro Abreu. Grazie, grazie per sempre! Viva il Sistema delle Orchestre Simon Bolívar!” .

Originario dello stato di Trujillo, il Maestro Abreu è riuscito ad espandere questo sistema che oggi possiede 1.681 orchestre di giovani e bambini; 166 gruppi appartenenti al programma Alma Llanera; 1.389 cori infantili e giovanili; 1.983 gruppi di avviamento alla musica e un corpo docente di oltre 10.000 insegnanti in tutto il Venezuela.
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Bologna 7apr2018: conoscere la Corea Popolare

Perché UK, UE e USA si sono coalizzati contro la Russia

Russiadi James Petras

20mar2018.- Introduzione: per la maggior parte del decennio, gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Unione Europea hanno condotto una campagna volta a minare e rovesciare il governo russo e, in particolare, a estromettere il presidente Putin. Sono in gioco questioni fondamentali, compresa la possibilità reale di una guerra nucleare.

 

La più recente campagna di propaganda occidentale e una delle più virulente consiste nell’accusa lanciata dal regime britannico del Primo Ministro Theresa May. I Britannici hanno affermato che agenti segreti russi hanno cospirato per avvelenare un ex-agente doppiogiochista russo e sua figlia in Inghilterra, minacciando la sovranità e la sicurezza del popolo britannico. Nessuna prova è sinora stata presentata. Invece, il Regno Unito ha espulso diplomatici russi e invoca sanzioni più severe, per aumentare il livello di tensione. Il Regno Unito e i suoi sostenitori statunitensi ed europei si stanno muovendo verso una rottura delle relazioni e una mobilitazione di forze militari.

Alcune domande fondamentali sorgono riguardo alle origini e alla crescente intensità di quest’atteggiamento anti-russo.

Perché i regimi occidentali oggi ritengono che la Russia sia una minaccia maggiore che in passato? Credono che la Russia sia più vulnerabile alle minacce o agli attacchi occidentali? Perché i leader militari occidentali cercano di minare le difese della Russia? Le elite economiche americane credono che sia possibile provocare una crisi economica e la fine del governo del Presidente Putin? Qual è l’obiettivo strategico dei politici occidentali? Perché il regime del Regno Unito in questa fase ha preso l’iniziativa nella crociata anti-russa con l’accusa posticcia di attacchi chimici?

Il presente documento intende fornire elementi chiave per rispondere a queste domande.

Il contesto storico dell’aggressione occidentale

Parecchi fattori storici fondamentali, risalenti agli anni ’90, spiegano l’attuale ondata di ostilità occidentale nei confronti della Russia.

Prima di tutto, durante gli anni ’90, gli Stati Uniti hanno umiliato la Russia, riducendola a uno stato vassallo e imponendosi come stato unipolare.

In secondo luogo, le elite occidentali hanno saccheggiato l’economia russa, arraffando e riciclando centinaia di miliardi di dollari. Le principali banche beneficiarie sono state le banche di Wall Street e della City di Londra e i paradisi fiscali d’oltremare.

In terzo luogo, gli Stati Uniti hanno fatto ostaggio e assunto il controllo del processo elettorale russo, assicurando l’”elezione” fraudolenta di Eltsin.

In quarto luogo, l’Occidente ha umiliato le istituzioni militari e scientifiche della Russia e fatto avanzare le proprie forze armate fino ai confini della Russia.

In quinto luogo, l’Occidente ha assicurato che la Russia non era in grado di sostenere i propri alleati e i governi indipendenti in Europa, Asia, Africa e America Latina. La Russia non era in grado di supportare i propri alleati in Ucraina, a Cuba, nella Corea del Nord, in Libia, ecc.

Con il collasso del regime di Eltsin e l’elezione del presidente Putin, la Russia ha riacquistato la propria sovranità, la sua economia si è ripresa, le sue forze armate e gli istituti scientifici sono stati ricostruiti e rafforzati. La povertà è stata nettamente ridotta e i gangster capitalisti, sostenuti dall’Occidente, sono stati ridimensionati e incarcerati o sono fuggiti, principalmente nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

La storica ripresa della Russia sotto il presidente Putin e la sua graduale influenza internazionale hanno demolito la pretesa statunitense di governare il mondo unipolarmente. La ripresa e il controllo delle proprie risorse economiche da parte della Russia hanno ridotto il predominio degli Stati Uniti, in particolare il controllo dei giacimenti di petrolio e di gas.
Mentre la Russia consolidava la propria sovranità e avanzava economicamente, socialmente, politicamente e militarmente, l’Occidente aumentava la sua ostilità, nel tentativo di riportare la Russia ai secoli bui degli anni ’90.

Gli Stati Uniti hanno tentato numerosi colpi di stato, interventi militari ed elezioni fraudolente, per circondare e isolare la Russia. L’Ucraina, l’Iraq, la Siria, la Libia, lo Yemen e gli alleati russi nell’Asia centrale sono stati presi di mira. Le basi militari della NATO sono proliferate.

L’economia della Russia è stata presa di mira: sono state applicate sanzioni  contro le sue importazioni ed esportazioni. Il presidente Putin è stato oggetto di una virulenta campagna di propaganda da parte dei media occidentali. Le Ong statunitensi hanno finanziato partiti e politici dell’opposizione.

La campagna di restaurazione a firma USA-UE è fallita.

La campagna di accerchiamento è fallita.

L’Ucraina si è frammentata: gli alleati della Russia hanno preso il controllo dell’Oriente; la Crimea ha votato per l’unificazione con la Russia. La Siria si è unita alla Russia, per sconfiggere i vassalli statunitensi armati. La Russia si è indirizzata verso il commercio multilaterale, i trasporti e le reti finanziarie della Cina.

Man mano che l’intera fantasia unipolare statunitense si dissolveva, provocava un profondo risentimento, animosità e un contrattacco sistematico. La costosa e fallita guerra al terrore degli Stati Uniti è diventata una prova generale per la guerra economica e ideologica contro il Cremlino. La ripresa storica della Russia e la sconfitta della politica occidentale di restaurazione hanno intensificato la guerra ideologica ed economica.

Il complotto delle armi chimiche nel Regno Unito è stato concepito per accrescere le tensioni economiche e preparare il pubblico occidentale a un intensificato scontro militare.

La Russia non è una minaccia per l’Occidente: sta recuperando la sua sovranità per promuovere un mondo multipolare. Il presidente Putin non è un “aggressore”, ma si rifiuta di far sì che la Russia torni al vassallaggio.

Il presidente Putin è immensamente popolare in Russia e odiato dagli Stati Uniti, proprio perché è l’opposto di Eltsin: ha creato un’economia fiorente; resiste alle sanzioni e difende i confini e gli alleati della Russia.

Conclusione

Rispondendo sommariamente alle domande in apertura:

1) I regimi occidentali riconoscono che la Russia è una minaccia per il loro dominio globale; sanno che la Russia non rappresenta una minaccia d’ invasione per l’UE, il Nord America o i loro vassalli;

2) I regimi occidentali credono di poter rovesciare la Russia attraverso la guerra economica, incluse le sanzioni. In realtà, la Russia è diventata più autosufficiente e ha diversificato i suoi partner commerciali, in particolare la Cina e perfino l’Arabia Saudita e altri alleati occidentali.

La campagna di propaganda occidentale non è riuscita a mettere gli elettori russi contro Putin. Il 19 marzo 2018 la partecipazione degli elettori alle elezioni presidenziali è arrivata al 67%. Vladimir Putin ha ottenuto una maggioranza record del 77%. Il presidente Putin è politicamente più forte che mai.

La dimostrazione da parte della Russia riguardo gli avanzati sistemi di armi nucleari e di altro tipo ha avuto un notevole effetto deterrente, specialmente tra i leader militari statunitensi, chiarendo che la Russia non è vulnerabile agli attacchi.

Il Regno Unito ha tentato di integrarsi e acquisire importanza con l’UE e gli Stati Uniti, attraverso il lancio della sua cospirazione chimica anti-Russia. Il Primo Ministro May ha fallito. La Brexit costringerà il Regno Unito a rompere con l’UE.

Il presidente Trump non sostituirà l’UE come partner commerciale di riserva. Se anche l’UE e Washington possono sostenere la crociata britannica contro la Russia, loro perseguono la propria agenda commerciale, che non include il Regno Unito.

In una parola, il Regno Unito, l’UE e gli Stati Uniti si stanno coalizzando contro la Russia, per diverse ragioni storiche e contingenti. Lo sfruttamento britannico della cospirazione anti-russa è uno stratagemma temporaneo per integrarsi nella banda criminale, ma non servirà a reinvertire l’inevitabile declino globale e la disgregazione del Regno Unito.

La Russia rimarrà un potere globale. Continuerà sotto la guida del presidente Putin. Le potenze occidentali si divideranno e infastidiranno i loro vicini – poi decideranno che gli conviene accettare la situazione e lavorare all’interno di un mondo multipolare.

 

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Etten Carvallo: artista che lotta anche in digitale

di Verónica Abreu Roa – ciudadccs.info

L’opera dell’illustratrice della Patria di Bolívar, Etten Carvallo, forma di combattimento che si innalza rappresentando affermativamente il contesto venezuelano.

L’arte, che è sempre stata un veicolo per informare, esprimere se stessi, o semplicemente per essere uno specchio di realtà e fantasie, si è evoluta e, allo stesso tempo, si è adattata all’era tecnologica, utilizzando nuovi strumenti per generare presenza su scala digitale.

È il caso dell’illustrazione, un ramo dell’arte grafica che, essendo legato alla narrativa e portando un messaggio implicito o conoscenza di qualcosa, è stato il complemento perfetto per le opere giornalistiche, sia in stampa che in digitale.

«Il passaggio dal lavoro manuale al lavoro digitale in quest’area è stato, in linea di principio, dovuto ai tempi del periodico quotidiano, a cui, in seguito, è stato aggiunto l’uso dei social network», ha detto Etten (Carvallo), che da otto anni illustra le edizioni di Ciudad CCS.

Questo fatto influenza la velocità con cui le informazioni devono essere consegnate al lettore, sempre più desideroso di contenuti di accesso facile e veloce, per cui l’illustrazione si adatta bene aderendo come un guanto.

«Un po’ pesa il passaggio al digitale, perché hai anche quella parte romantica del tessuto, del contatto con la carta, della vernice, dell’acqua, dell’inchiostro; è molto gratificante, ma giocoforza si deve affrontare ciò che i tempi richiedono provando a non perdere quella parte bella», ha affermato la creatrice di illustrazioni piene di critiche sociali, accuse o elogi, di giustizia e ideologia politica, e che riconosce i benefici del formato digitale soprattutto per l’immediatezza con cui il lavoro raggiunge il lettore, che a sua volta è raddoppiato o triplicato dalla facilità di accesso che, tra altri aspetti positivi, conferisce il digitale all’informazione.

Hugo Chávez ha fatto tutto per amore. Esprime il sogno di Chávez per la costruzione della “Patria Buena”

Quel collegamento tra l’arte grafica e la narrativa che l’illustrazione possiede, può essere raggiunto solo da un artista della materia, qualcuno che possa utilizzare un’immagine per affermare qualcosa che può aver bisogno di molte parole.

Annosa è la discussione e il dibattuto, ha lungo si è filosofato se l’artista nasce o lo diventa, e nella vita di Etten, l’eterna diatriba in questo caso è stata chiarita, affermando attraverso l’esempio che artista ci è nata.

Il caso di Etten è peculiare. Ha manifestato il suo gusto per le arti fin dalla nascita, attraverso le voglie, che in casi normali si manifestano con un appetito vorace per un cibo specifico, ma che nel suo caso ha generato un’insaziabile fame di cultura nei genitori.

Teatro, cinema e danza sono diventati le nuove attività preferite dei genitori della ragazza, che nei suoi primi anni ha continuato a visitare costantemente questi ambiti.

Così Etten iniziò a nutrire l’osservazione e ad innamorarsi delle immagini, nelle quali approfondì ogni dettaglio e per il quale in seguito iniziò a sentire il bisogno di catturare ciò che la circondava. Apparentemente era il destino che la chiamava:

«Ho sempre avuto molti contatti con l’immagine e ne sono rimasta affascinata. Ha cominciato ad emergere in me quel bisogno di disegnare, di esprimermi attraverso il disegno», ha ricordato.

La giustizia, la politica ed il sociale sono una costante della sua opera

La notte è il momento perfetto per lavorare, per il silenzio, la tranquillità e perché arrivata a quel momento hai avuto l’opportunità di indagare su ciò che è accaduto durante il giorno su scala globale e questo ti consente di identificare il tema da sviluppare nel tuo prossimo lavoro.

Il lavoro dell’illustratrice Carvallo è impregnato di una femminilità che si avverte nel modo caldo in cui usa il colore senza intaccare la crudezza che vuole riflettere in molte delle sue opere.

La serenità, la calma e la dolcezza che emana con la sua sola presenza bilanciano la rudezza e la chiarezza con cui esegue ciascuno dei suoi pezzi, analisi energiche che inviano un messaggio diretto e senza esitazione. Armi non convenzionali con cui intraprende la lotta contro la guerra non convenzionale, “che ha cercato di soggiogarci, demoralizzarci come popolo e farci perdere la nostra identità”, attraverso la diffusione dell’affermativo venezuelano e la semina dei valori.

Vita e arte

La necessità di raccontare storie e generare sentimenti la alimenta con la sua formazione primaria in una scuola orientata proprio a sfruttare le capacità artistiche e creative di ogni bambino, un luogo in cui, sviluppando e illustrando il giornale scolastico, ha iniziato la sua connessione con la comunicazione. Successivamente, l’artista, caraqueña di nascita, si è formata presso l’istituto Cristóbal Rojas, dove ha studiato disegno grafico, menzione Arte Grafiche, che ha messo in pratica fin dalla sua laurea nel 1995.

Dipingere ciò che siamo per forgiare l’identità

L’illustrazione di Bolívar, come molte altre opere dell’artista, è uno dei modi per evidenziare tutto ciò che ci identifica e ci inorgoglisce per ciò che tali opere rappresentano.

Qui la massima espressione di ciò che siamo è presentata in un volto che è inciso nelle viscere di chiunque sia nato in questo paese.

Con l’immagine di Bolívar si riflette la grandezza di un popolo che non si fa intimidire dagli oppressori e, a sua volta, riflette la certezza che il popolo venezuelano ha il coraggio di affrontare qualsiasi attacco che minaccia la sua integrità e il suo diritto a vivere in pace sotto le proprie leggi e dinamiche.

I colori patriottici e lo splendore che l’artista dà all’immagine, gli conferiscono un’aria di festa che rievoca quell’anno bicentenario che nel 2011 ha ricordato e celebrato le azioni compiute dal Libertador del popolo venezuelano e con cui ha voluto costruire un paese libero e sovrano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Nel Brasile golpista tornano le esecuzioni politiche

Francoda Brasil de fato

La consigliera comunale di Rio Marielle Franco (PSOL) e l’autista Anderson Pedro Gomes sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, la notte dello scorso mercoledì (14 marzo), nel quartiere do Estácio, al centro di Rio de Janeiro.

Marielle era appena uscita dall’iniziativa “Giovani nere che muovono la struttura” e quando stava passando davanti al Municipio, un’auto si è accostata al veicolo, ha fatto fuoco numerose volte ed è fuggita di corsa. Un’addetta alla comunicazione che era nell’auto è stata ferita ma non è grave.

La polizia di Rio de Janeiro ancora sta investigando il caso, ma lavora sull’ipotesi dell’esecuzione. Sono stati identificati per lo meno nove colpi d’arma da fuoco nella carrozzeria e nei vetri dell’auto. A partire da giovedì 15, in varie città del Brasile, si sono organizzate veglie di protesta e manifestazione per ricordare l’attivista e per esigere pronta giustizia verso esecutori e mandante dell’efferato omicidio. In poche ore, il caso di Mireille già ha conquistato il mondo e mette in luce l’attuale congiuntura politica che sta vivendo il paese.

Nata nel complesso della Maré, Marielle era impegnata  nella difesa dei diritti umani dei neri e delle nere, nonché nella denuncia del genocidio di giovani nelle favelas da parte della Polizia Militare. A febbraio, era passata a integrare la Commissione che accompagna l’intervento militare a Rio. Tre giorni prima del delitto, Marielle aveva denunciato il coinvolgimento di poliziotti nell’uccisione di giovani in città.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

NOTA AGGIUNTIVA

di Marco Nieli

Il coinvolgimento delle forze di sicurezza nell’esecuzione della Franco è stato provato lo scorso venerdì da una perizia forense che ha individuato la provenienza dei proiettili da 9 mm usati dai sicari da un lotto venduto a Brasilia nel 2016 alla Polizia Federale.

L’attivista e militante politica del PSOL era da tempo impegnata a monitorare e denunciare abusi e violenze della polizia e dell’esercito sui giovani neri delle favelas, uccisi in vere e proprie esecuzioni extra-giudiziarie o terrorizzati in raids improvvisi come nella favela Acarì lo scorso 10 marzo.  Nel Brasile di Temer, si stima che circa 155 favelados neri vengano uccisi ogni giorno e che su 100 omicidi, 71 hanno come vittime neri e mulatti. Inoltre, gli 8500 soldati, dispiegati a sostegno delle forze di polizia dal governo Temer con il decreto Garanzia delle Legge e dell’Ordine (GLO) del luglio 2017, sono indice di una crescente militarizzazione del territorio, in un paese in cui il consenso al governo golpista è ai minimi storici.

Come in ogni contesto storico-politico in cui l’egemonia in crisi viene sostituita dal dominio diretto e repressivo delle classi possidenti, l’unica opzione sul tappeto rimane la forza brutale e il gorillismo. Di fatto, l’assassinio politico sta ritornando in auge nei paesi sudamericani che hanno svoltato recentemente a destra, per via elettorale (l’Argentina di Macri) o golpista (il Brasile di Temer), come pratica repressiva del dissenso, in modi che ricordano per molti versi l’epoca del famigerato Plan Condor. In Argentina, le forze dell’ordine, mai completamente epurate dall’epoca della Dittatura (1976-1982), sono tra le più corrotte del continente. Le recenti misure adottate dal governo Macri in termini di detenzione preventiva dei sospetti e di sostanziale impunità di agenti e soldati di fronte ai manifestanti e agli attivisti/militanti sociali portano quotidianamente a episodi di tortura, maltrattamenti e perfino sparizioni/uccisioni come quella del militante pro-Mapuche Santiago Maldonado lo scorso ottobre. La spietata esecuzione di Marielle Franco a Rio porta oggi alla ribalta internazionale un’analoga situazione esistente nel Brasile golpista di M. Temer.

L’ONU, come anche il Social Forum di Bahia, hanno già preso una chiara posizione sull’esecuzione della consigliera, esigendo indagini rapide, trasparenti e giustizia certa verso mandanti ed esecutori. Chissà se le organizzazioni diritto-umanitarie alla Amnesty o alla Human Rights Watch, sempre pronte a fustigare paesi scomodi per l’Impero come il Venezuela, Cuba o la Siria, si faranno sentire stavolta, prendendo in considerazione la violazione sistematica dei diritti umani in questi paesi latino-americani, neo-alleati degli Stati Uniti. Fatto sta che, all’epoca dell’integrazione continentale promossa dal compianto Presidente del Venezuela Hugo Chávez, queste pratiche barbariche, retaggio di un’epoca che si sperava ormai passata, sebbene non del tutto inesistenti a livello locale, venivano comunque osteggiate e scoraggiate dai governi dei rispettivi paesi. La deriva attuale verso destra riporta indietro di decenni i popoli brasiliano e argentino e la reazione in termini di mobilitazione sociale e denuncia deve essere pronta ed efficace.

Giovani in visita al Consolato venezuelano a Napoli

di Romina Capone, Paola De Girolamo, Fabiana Sacco

13mar2018.- La questione Venezuelana è sotto gli occhi del mondo. I media internazionali trasmettono però una realtà molto lontana da ciò che realmente sta accadendo; il presidente Nicolás Maduro vive un vero e proprio golpe mediatico.

In visita al Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, il 9 marzo 2018, abbiamo ascoltato le parole della console generale Amarilis Gutierrez Graffe, accolti dal calore dell’America latina nella persona di Indira Pineda Daudinot responsabile della sezione stampa e pubbliche relazioni.

Quando si parla dell’attuale situazione del Venezuela ecco proiettarsi davanti ai nostri occhi un’immagine al limite del catastrofico: “una dittatura sanguinaria, quella del presidente Maduro, che sta mettendo in ginocchio il suo popolo e la sua economia”.

Ministro degli Affari Esteri sotto il precedente governo Chávez, Nicolas Maduro, esponente della sinistra, è stato eletto dal popolo nel 2013. Nel 2017 il suo partito ha avuto la schiacciante maggioranza alle elezioni regionali.

Stando ai dati e a ciò che tv e giornali mostrano, ci viene da riflettere sull’incongruenza: ma perché un popolo scontento dovrebbe, in una repubblica presidenziale, far vincere sempre quello che sembra essere un tiranno?

La risposta in due parole. Golpe mediatico: il pilotaggio dei media privati da parte della borghesia
imperialista. All’estero, grazie anche all’appoggio e al sostegno che gli Usa forniscono
all’opposizione antimaduro, a passare sono notizie che sembrano la cronaca di un regime dittatoriale, di forte povertà e tensione sociale.

Il Venezuela rappresenta la costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in forte ripresa già
dall’ascesa di Chávez, nel 2002; sono stati portati avanti progetti contro analfabetismo e malnutrizione, realizzati con successo; si tende ad un’economia mista, volta alla nazionalizzazione delle grandi imprese per tutelare i lavoratori; esiste un reddito per le casalinghe e asili pubblici che vengono in aiuto alle donne che lavorano; si attuano programmi per la tutela di animali e ambiente.

Ma – spiegano dal Consolato – attualmente l’opposizione ricorre ad espedienti molto dannosi per la popolazione, per infangare il governo, come ad esempio quantità inaudite di beni sottratti e nascosti, tra cui anche medicinali, in combutta con le aziende private produttrici che ricevono finanziamenti pubblici per distribuire i beni tra la popolazione; o ancora atti violenti verso civili e militari, dei quali viene accusato il governo e puntualmente ripresi dalle telecamere che diffondono tutto ai media mondiali.

Durante il nostro incontro in via Depretis, apprendiamo che, essendo il Venezuela un paese ricco di risorse, specie petrolifere, è entrato nel mirino degli interessi economici del mondo imperialista; da qui “l’alleanza” con l’opposizione. Trump minaccia l’embargo, ma per Maduro viene prima il benessere del popolo. Fu proprio con la partecipazione e l’approvazione di quest’ultimo che nel 1999 Chávez riscrisse la Costituzione oggi in vigore, è il popolo ad essere messo al primo posto nella guida del Paese.

L’America latina è terra di felicità. Ed è proprio questo sentimento che emerge dai racconti entusiasti e speranzosi di un Paese che, con la guida del presidente Chávez prima e Maduro poi, sta vogando verso diritti e democrazia. Chi è responsabile della falsa credenza? Perché sentire che nella Repubblica Bolivariana del Venezuela le decisioni, anche quelle apparentemente più semplici come l’architettura di nuovo palazzo del quartiere, sono prese in sede assembleare cercando la più ampia partecipazione popolare, ci stupisce? Per quale ragione risulta difficile credere che le università siano gratuite, in quanto l’istruzione è un diritto fino al più alto grado non come qui in Italia dove le tasse esorbitanti rendono il sistema scolastico sempre più classista e le casalinghe sono stipendiate poiché l’educazione dei figli è un lavoro degno?

Un mondo sempre in lotta, dove a farla da padrone sono la falsa informazione e il controllo delle menti. “La menzogna diventa realtà e passa alla storia” scrive George Orwell in 1984. Per capire qual è la verità bisogna corazzarci contro le bugie che ogni giorno mastichiamo e ingurgitiamo, guardando con spirito critico il mondo.

Napoli 17mar2018: Donbass e Palestina, sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!

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17 marzo 2018 Sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!/1

Pranzo sociale di autofinanziamento per il Donbass antifascista ed incontro con il compagno Stanislav Retinskiy, Segretario Generale del Partito comunista della Repubblica Popolare di Donetsk. Dalle 12,30 alle 16,30.


17 marzo 2018 Sabato Internazionalista in GAlleЯi@rt!/2

L’Apartheid dimenticato ed il Giro D’Italia: quando lo sport serve solo a nascondere il crimine.

 

 

Napoli 16mar2018: 162 anni di Venezuela a Napoli!

Chávez vive nel cuore dei popoli

Chavezdi Ángel Guerra

8 marzo 2018

da Telesur

Caracas. Sono passati cinque anni dalla scomparsa fisica di Hugo Chávez. Da allora, l’amore per il comandante e la comprensione della sua fondamentale eredità americana da parte di Venezuelani, Latino-americani e Caraibici sono più grandi che mai. Inoltre, Chávez è stato un uomo universale, solidale con le lotte popolari in tutte le parti del mondo.

Alla sua morte, Washington e una coalizione della destra internazionale stavano già sviluppando una grande offensiva contro la Rivoluzione Bolivariana e contro tutti i governi rivoluzionari e progressisti della Grande Patria. Ma da quale momento, l’assalto si è intensificato, in particolare in seguito al cambiamento di governo nella patria di Bolivar, ora oggetto a un tal grado di interferenze e di tentativi di colpi di stato, da costituire pretestuosamente il preludio a un intervento straniero. Questo progetto spudorato è stato messo in pratica a costo di imporre al popolo venezuelano la manipolazione dei media, la violenza più irrazionale, la speculazione, l’inflazione provocata intenzionalmente e la scarsità di beni. Tutto conforme ai canoni della guerra ibrida o di quarta generazione.

Le batterie delle corporazioni mediatiche si sono concentrate sul presidente Nicolás Maduro, che cercano di screditare con le calunnie più basse e volgari fin dalla sua elezione. Gli Stati Uniti e le destre, che conoscono l’importanza dei leader nei movimenti popolari e rivoluzionari, mentre attaccano Maduro, hanno lanciato una feroce caccia legale e mediatica contro leader come Lula e Cristina Fernandez de Kirchner.

Un chiaro segnale del pericolo esterno in cui si trova il Venezuela l’ha fornito la dichiarazione del XV vertice dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), tenuta in quel paese il 5 marzo. Fortemente segnata dalla solidarietà con il Venezuela e con un’evidente allusione alle parole del Segretario di Stato Americano, Rex Tillerson, all’Università del Texas ad Austin, punto di partenza del suo giro interventista e destabilizzante nella regione, la dichiarazione legge: “Condanniamo i tentativi di rilanciare la Dottrina Monroe e la minaccia militare e le esortazioni a un colpo di stato militare contro il governo costituzionale del Venezuela …”. Capi di Stato e di governi dell’ALBA, o i loro rappresentanti, hanno anche espresso “disaccordo con il pronunciamento di un gruppo di paesi africani, emesso il 13 febbraio 2018 a Lima, Perù, che costituisce un’interferenza negli affari interni della Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Hanno criticato “l’esclusione della sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela e del suo Presidente, Nicolas Maduro Moros, dall’ottavo Summit delle Americhe, perché crediamo che questo vertice deve essere un punto di incontro per tutti gli stati del continente e uno spazio in cui tutti possiamo esprimere le nostre idee, raggiungere il consenso, il dissenso e il dibattito rispettando la nostra diversità”.

Il vertice dell’ALBA ha chiesto “rispetto per gli aspetti legali dell’organizzazione del Summit delle Americhe”, ha invocato il diritto di partecipazione del Venezuela e ha annunciato che adotterà misure diplomatiche e politiche per garantirlo. “Esortiamo  – sottolinea –  la comunità internazionale ad astenersi da coercizioni di qualsiasi tipo contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale del Venezuela, come pratica incompatibile con i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e contraria alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace. Rifiutiamo le misure coercitive unilaterali e le sanzioni imposte contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che influenzano la vita e lo sviluppo del nobile popolo venezuelano e il godimento dei suoi diritti”.

Parallelamente al summit ALBA, sempre qui ha avuto luogo, fino a oggi, l’incontro Siamo Tutti Venezuela. Oltre alle sessioni di lavoro, i partecipanti hanno avuto il privilegio di assistere all’emozionante cerimonia religiosa per il quinto anniversario della morte di Hugo Chávez, officiata da sciamani e ministri del culto cristiano, musulmani e afro-venezuelani. Una vera e propria lezione per atei e agnostici, da parte di chi conosce l’importanza della religiosità nell’anima popolare. Abbiamo anche potuto apprezzare un’indimenticabile spettacolo con straordinari cantanti e attori di Barinas, la terra natía di Chávez. Spontaneo e commovente, con note allegre di musica llanera. Chávez vive nel cuore del suo popolo e di tutti i popoli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Juramento antiimperialista del combatiente Ubevista

JURAMENTO ANTIIMPERIALISTA DEL COMBATIENTE UBEVISTA

Una delegación de obreros, trabajadores, estudiantes y profesores de la Universidad Bolivariana de Venezuela (UBV) realizó el JURAMENTO ANTIIMPERIALISTA DEL COMBATIENTE UBEVISTA, ANTE EL COMANDANTE SUPREMO HUGO CHÁVEZ, en el Cuartel de la Montaña. En esta fecha decretada por el Presidente Nicolás Maduro como Día del Antiimperialismo Bolivariano en Venezuela, fecha honorífica que se celebra en el país cada 9 de marzo, desde el 2016.

6c86e77c-44ea-4dcd-ad55-ce9a741fb2ceLa juramentación es una iniciativa de los trabajadores de la Dirección General de Promoción y Divulgación de Saberes, que laboran en la Editorial UBV y la Imprenta Universitaria, así como de la Dirección General de Cultura. En el caso de la Imprenta, se trata de un colectivo de alto compromiso patriótico y revolucionario que ha publicado más de 300 títulos y trabaja en la edición de obras dedicadas a la batalla de ideas como resultado de la investigación y el trabajo en las comunidades, dando respuesta a los grandes desafíos del país.

El juramento está inspirado en el principio de lealtad absoluta a los postulados de Hugo Chávez inspirados en el humanismo bolivariano, socialista y un reconocimiento a la necesidad de la unidad revolucionaria ante los tiempos que vivimos sumidos en la guerra económica que plantea también retos en el plano de las ideas. El juramento es un compromiso a luchar y rechazar las amenazas y pretensiones imperialistas de destruir a cualquier precio el proyecto bolivariano socialista.

En el texto, los trabajadores juraron llevar adelante la obra y el legado del comandante Chávez y el apoyo incondicional a nuestro presidente Nicolás Maduro Moros:

e4a352dc-c824-4419-86aa-c496f1e444daNosotras y nosotros, hijas e hijos de esta tierra de sangre vital y libertaria, de esta tierra noble y madura, plena de luz y florecida, conscientes de esta heredad forjada con fuego y mar, sal y arcilla, maíz y lluvia, juramos convertirnos en el cóndor justiciero que derribará la alada insolencia del invasor. Juramos ser cada cual el soldado que marchará presuroso a combatir y expulsar a la canalla imperial. Juramos, hermano fiel y amoroso, escalar los riscos más elevados para defender los prístinos aires andinos del vaho fétido del extranjero hostil. Con nuestro arrojo remontaremos, como fieros caribes, las olas de nuestro sagrado mar para hundir la soberbia del usurpador en el lodo abisal de la ignominia. Como fuego voraz del verano, recorreremos las llanuras que abraza el portentoso Orinoco para reducir a cenizas la barbarie y derrotar el pavoroso fascismo. Aunque la lucha sea desigual, estamos dispuestos a sacrificarlo todo y morir mil veces por el futuro de nuestra descendencia. Seremos el río impetuoso que dibujó con el alma los ramales de este gran delta patrio, el mismo que durante centurias ha arrastrado las pesadas rocas de la Historia y visto nacer las más grandes tempestades transformadoras, las revoluciones huracanas que han contagiado de libertad a muchas naciones del Sur del planeta. Estamos hechos de la misma piedra que contiene tu épica osamenta pero, al mismo tiempo, somos tan fecundos y ligeros como el polen de esa Rosa de los Cuatro Elementos que te cobija. Por ello, juramos elevar tu ideario hasta lo más alto del cielo de América Latina y el Caribe, para luego dejar llover tu visión luminosa sobre las sienes de los más oprimidos. No daremos descanso a nuestro brazo ni reposo a nuestra alma hasta romper para siempre las cobardes cadenas del neocolonialismo.

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