Cile e Venezuela: a 44 anni dal golpe fascista contro Allende

di Leandro Grille
(Caras y caretas – Uruguay)

Nicolas Maduro non è Salvador Allende. E non è nemmeno Hugo Chavez. Il Venezuela, inoltre, non è il Cile. E fin qui le affermazioni sono talmente triviali che potrebbero essere trascurate. Tuttavia, le similitudini tra la Rivoluzione Bolivariana e il Governo di Unità Popolare, guidato dall’indimenticabile presidente martire, sono enormi. E negarlo, disconoscerlo o eluderlo è la condizione necessaria per disinteressarsi e non comprendere un processo politico contemporaneo senza la necessità di rivedere vecchi amori ancora vigenti.

Mi propongo di esporre brevemente, entro i limiti della mia formazione, alcune chiavi di questo parallelismo, tenendo presente che non esistono processi storici e politici omologabili in senso profondo, tanto più quando avvengono in società e tempi differenti.

Storicamente il Venezuela ha avuto una economia basata sull’estrazione e commercializzazione delle sue enormi riserve petrolifere. Dal canto suo, il Cile, per decenni aveva basato la sua economia sullo sfruttamento del salnitro, sino al declino dell’industria seguito alla produzione del salnitro sintetico, dopo di che visse esclusivamente dell’estrazione e esportazione di rame che, al momento dell’arrivo di Salvador Alliende alla Presidenza, significava il 75% della produzione cilena e più del 30% del gettito fiscale. Entrambe erano economie estrattive fortemente dipendenti dal prezzo internazionale di una risorsa naturale prevalente.

Una prima grande similitudine tra il governo di UP e il progetto politico inizialmente guidato da Hugo Chávez fu la manifesta volontà di costruire una via democratica al socialismo in un paese del terzo mondo, ricorrendo alle urne e non alle armi. Questo proposito comune di risolvere in maniera pacifica le contraddizioni capitale-lavoro a favore degli sfruttati, mediante la costruzione di uno stato socialista per via elettorale, non ha ancora provato la sua fattibilità in nessuna parte del mondo, non ha precedenti.

Non è straordinario quindi che i due processi politici siano stati concentrati sulla vocazione socializzante della rendita prodotta nel settore economico principale, né può sorprendere che l’artificioso crollo del prezzo del rame tra l’anno 1971-73, per il Cile, e della caduta del prezzo del petrolio al barile a partire dall’anno 2014, per il Venezuela, abbiano avuto le conseguenze economiche devastanti che si sono verificate in entrambi i paesi.

La crisi economica del Cile di Salvador Allende fu tanto grave e tanto provocata dagli Stati Uniti quanto la crisi venezuelana. Appena Allende ottenne la presidenza del Cile, gli Stati Uniti, allora governati da Richard Nixon con il genocida Henry Kissinger a capo del dipartimento di stato, presero la decisione di destituirlo e a tal fine orchestrarono un piano, conosciuto come Fubelt: per distruggere l’economia cilena, radiarla dal mondo e provocare un colpo di stato che avrebbe abbattuto quel governo marxista considerato una minaccia per propri interessi.

Le prove di queste azioni sono state svelate dopo 25 anni, dopo aver levato il segreto ai relativi documenti, ma ciò era già evidente a qualsiasi osservatore che non fosse politicamente ingenuo o complice. Se il primo anno di Allende aveva significato un sostanziale miglioramento nelle capacità di acquisto della popolazione, crescita economica, espansione dei diritti, spinta alle politiche pubbliche di avanzata, gli anni successivi, caratterizzati da una guerra economica interna e esterna condotta dagli Stati Uniti e eseguita dai settori più potenti del Cile e i suoi relativi media, più la brusca – ed eterodiretta –  caduta del prezzo internazionale del rame in seguito alla nazionalizzazione del 1971, segnarono un crollo dell’economia, due anni consecutivi di caduta del prodotto interno lordo, deterioramento dei salari reali e iper-inflazione, che negli ultimi due anni del governo Allende arrivò ad essere la più alta del mondo, superando il 600%.

La politica di controllo dei prezzi applicata dal governo per contenere l’inflazione è perfettamente paragonabile alla legge venezuelana del giusto prezzo, e uguale la riposta del potere economico: destabilizzazione e accaparramento. I cileni dovevano fare code di vari isolati per ottenere i prodotti fondamentali a prezzi regolati o pagare prezzi tremendamente alti al mercato nero, dove si eludeva il controllo statale. Lo stesso succede oggi in Venezuela. E alla scarsità indotta la risposta del governo venezuelano è identica a quella che diede il governo di UP: Allende creò la JAP (Juntas de Abastecimiento y Control de Precios), Maduro ha creato i Clap (Comité Locales de Abastecimiento y Producion) che forse hanno funzionato meglio delle Jap, tra le altre cose perché, evidentemente, le autorità venezuelane hanno analizzato quell’esperienza e hanno fatto il possibile perché, a differenza della JAP cilena, i Clap non fossero sabotati e perseguitati.

Il malcontento sociale venezuelano degli ultimi anni e quello cileno all’epoca di Allende, causato dalla guerra economica e dalle sue dure conseguenze sulla vita dei cileni, sono ugualmente comparabili. Nelle elezioni parlamentari del 1973, la Confederazione per la Democrazia (CODE, la versione cilena dell’attuale Mesa de la Unidad Democratica che raggruppa la destra venezuelana), ottenne il 56% dei voti, contro il 43% ottenuto dall’Unità Popular di Salvador Allende, ottenendo la maggioranza dei seggi, con proporzioni che sono simili alle elezioni dell’Assemblea Nazionale, che ha perso il chavismo a causa di una crisi identica, perché nel 2015 la MUD venezuelana ottenne il 56% dei voti contro il 41% del Partido Socialista Unido de Venezuela.

Che fece Allende con un Parlamento all’opposizione? L’opposizione cilena riunita della CODE voleva i 2/3 del parlamento per poter accusare e, eventualmente, destituire Allende, come è stato fatto da poco con Dilma, e come hanno tentato di fare con Maduro. Non riuscirono ad arrivare a tanto. Però controllavano il parlamento, e l’opposizione cilena tentò di usare la sua maggioranza amplia per promuovere una riforma costituzionale conosciuta come il progetto Hamilton- Fuentealba che tentò di fermare la politica socialista e di statalizzazioni di Salvador Allende. Allende pose il veto al progetto e per questo fu accusato di calpestare la legalità e passare sopra al potere legislativo. Termini simili sono stati utilizzati per accusare Nicolás Maduro e l’odio politico delle classi medio alte si espresse per le strade, con mobilitazioni sempre più violente, e anche massive, a cui partecipavano anche studenti universitari – non furono solo i camionisti – e ingenti settori sociali, tra cui settori medi e professionali, come medici, dentisti, avvocati e commercianti. Con Allende si scaldarono le strade, non si ebbero 60 morti, ma più di 100, e per questo venne accusato di essere un assassino, un tiranno, e molto altro. Nel frattempo, i settori alleati della borghesia promuovevano il colpo di stato, si concentravano alle porte delle caserme e partecipavano alle cospirazioni. Se in questi giorni la procura generale del Venezuela si è piegata all’opposizione, allo stesso modo si era piegata la Corte dei Conti in Cile quando Allende venne accusato di disconoscere la Costituzione per aver posto il veto sul progetto degli oppositori di destra, che si proponeva di impedire l’espropriazione delle terre e l’intervento nel commercio e nel settore dei trasporti.

Perché molti credono che Salvador Allende fosse un uomo democratico, pacifico e il suo governo un esempio indimenticabile mentre, contemporaneamente si permettono di denigrare il progetto bolivariano? Non è un caso di incoerenza? Fino ad ora l’unica differenza è l’esito. Salvador Allende fu vittima di un colpo di stato a cui resistette con la propria stessa vita, mentre il governo venezuelano ancora non è stato abbattuto, neanche da un colpo di stato, anche se questa strada è stata tentata. Il Venezuela si difende come può. Hugo Chávez lo aveva detto: a differenza di quella cilena, la nostra non è una rivoluzione disarmata. Fidel lo aveva anticipato a Salvador Allende, nel suo discorso di commiato nello Stadio Nazionale, alla fine di un viaggio di tre settimane in Cile, nel dicembre 1971. Dopo aver visto l’esperienza – l’unica nella storia – della costruzione del socialismo per via pacifica, avvertì il popolo del Cile che la violenza è inesorabile, perché la destra l’avrebbe imposta. “Tornerò a Cuba più rivoluzionario di prima! Tornerò a Cuba più radicale di prima! Tornerò a Cuba più estremista di prima!”. 

Quanto sta accadendo in Venezuela non è una novità in America Latina. Né l’atteggiamento dell’Osa lo è. Né la violenza lo è. Né le menzogne dei media. Né la mano nera degli Stati Uniti. Né la pianificazione della scarsità di beni. Né l’accaparramento criminale. Né le gigantesche code, né l’inflazione astronomica, né il mercato nero, né il controllo dei prezzi, né i CLAP, né le sconfitte elettorali all’interno di crisi eterodirette, né il crollo spaventoso del prezzo della risorsa principale, né le manifestazioni delle classi medie e alte. Né le accuse di incostituzionalità. Né quelle di dispotismo e tirannia. Perché quanto sta succedendo è organizzato dalle stesse forze, con lo stesso obiettivo di 44 anni fa. E’ perpetrato contro le stesse forze. Sono soltanto stati aggiornati i metodi, perché come disse Fidel quel giorno, allo stadio nazionale del Cile, la destra impara prima del popolo umile. Però anche il popolo umile impara. E poiché adesso è difficile che compaia un Pinochet in Venezuela, allora la destra chiede l’intervento internazionale. Anche in Cile si preparava una guerra civile. Di questo si parlava nel 1973. Per me, sostanzialmente non vi è nulla di diverso. Non è nemmeno diverso chi non vuole che si sviluppi la Rivoluzione Venezuelana. Né è diversa la destra che vi si oppone.

Ché le lenti di Salvador Allende non si spezzino di nuovo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Clara Statello]

Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani

da cambiailmondo.org

Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano. (Segue testo integrale)

 

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una ‘consistente comunità italiana o di origine italiana’ in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando ‘libertà!’ dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una ‘verità’ da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a ‘Clase media en positivo’, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati (veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc.) che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche ‘fonti di informazione’ privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è ‘la comunità italiana’ in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

 

Giulio Santosuosso – Caracas,
Donatella Iacobelli – Caracas,
Mario Cavani – Cumana,
Cecilia Laya – Caracas,
Angelo Iacobbi Por la Mar – Margarita,
Michelangelo Tavaglione – Maracay,
Giordano Bruno Venier – Caracas,
Mario Neri – Caracas,  
Isa Carascon – Caracas,
Franca Giacobbe – Valencia,
Alfredo Amoroso, Caracas
Evedia M. Ochoa – Caracas,
Beda Sanchez – Caracas,
Antonio Mobilia – Caracas,
Ennio Di Marcantonio V. – Caracas,  
Fulvio Merlo – Caracas,  
Pietro Altilio – Caracas,
Luca Spadageo – Caracas,
Celestino Stasi – Maracay,
Luigino Bracci – Caracas,
Sandra Emanuela Neri – Caracas,
Immacolata Diotaiuti – Caracas,
Stella Coiro – Valencia,
Nancy Guerra – Caracas,
Marco Aurelio Venier – Caracas,
Irving Francesco Sanchez – Caracas,  
Leo Zanelli – Caracas,  
Antonietta  Zanelli – Caracas,
Damaris Alcala – Barcelona,
Giovannina De Vita – Caracas,
Domenico Mosuca – Caracas,
Vittorio Altilio – Caracas,
Marina Yanes – Caracas,
Elio Gallo – Caracas,
Antonio Gerardo Di Santi – Caracas,  
Luisa Fabbro – Caracas,
Vita Napoli – Caracas,
Alfedo Tepedino – Caracas,
Donato Jose Scudiero – Lecheria,
Maria Bernieri – Valencia,
Francesco Misticoni – Caracas,
Gimar Patricia – Valencia,  
Escudiero – Puerto La Cruz,
Margy Rosina Escudiero – El Tigre,
Orietta Caponi – Caracas, 
Mario Gallo – Caracas,
Mercedes de Cavani – Cumana,
Maira Garcia – Caracas,
Arcangelo Manganelli – Valencia,
Franco Altilio – Caracas,
Giuseppe Tramonte – Caracas,
Antonieta Petroni – Guarico,
Nelson Mendez – Puerto la Cruz,
Ennio F. Di Marcantonio – Caracas,
Monica Vistali – Caracas,
Antonio Neri – Barcelona,
Tramonte Andrea – Caracas,
Biagio Scudiero – Lecheria,
Giuliana Geremia – Valencia,
Pasquale di Carlo – Maracay,
Lira Millan – Caracas,
Bruna Mijares – Caracas,
Valeria D’Amico – Caracas,
Maurizio Conforto – Barinas,
Lucia Di Natale – Acarigua,
Antonietta Rivoltella – Puerto la Cruz,
Alessandro Carinelli – Caracas,
Gianni Daverio – Morrocoy,
Giacomo Altilio – Caracas,
Mayira Leandro – Puerto la Cruz,
Marta Trappiello – Valencia,
Vincenzo Gallo – Caracas,
Alfonso Bruni – Caracas,
Claudio Manganelli – Valencia,
Maria Eugenia Tepedino – Caracas,
Luigi Puglia – Caracas,
Mariaelena De Vita – Caracas,
Rosanna Percepese – Caracas,
Gabriela Merlo – Caracas,
Vincenzo Policcello – Barquisimeto,
Ada Martínez – Maracay,
Barbara Meo Evoli – Caracas,

Valeria D’Amico – Puerto la Cruz

 

CBantoniogramsci@hotmail.com

 

 

*. Colectivo de Italovenezolanos Bolivarianos
* V.O.I. – Venezolanos de Origen Italiana;
* CEIC – Colectivo Estudiantes de Origen Italiano
* Circulo   Bolivariano Antonio Gramsci

E-Mail: CBantoniogramsci@hotmail.com

OEA y Venezuela: la pelea es peleando

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Miércoles 21 de junio de 2017

OEA y Venezuela: la pelea es peleando

En el afán de mantener en alto la moral de la base social de la conspiración, la derecha  criolla elabora sus propios argumentos para palear los posibles efectos desmoralizadores, para ese sector, del resultado de la reunión de la OEA del lunes. Los mismos van de lo ofensivo a lo ridículo. Uno de estos argumentos se basa en el mismo cuento de la “chequera petrolera”, como si las relaciones comerciales de los países no jugaran siempre un papel importante en el ajedrez geopolítico. Pero esa no es la razón única, también están las ideas solidarias y de soberanía que sembró Hugo Chávez a lo largo del continente y que no han podido ser desterradas por la contraofensiva derechista continental. El presidente pro imperialista de la Asamblea Nacional venezolana, Julio Borges, afirmó que “Lamentablemente cinco países lo que vieron fue sus negocios, cinco países lo que vieron fue la deuda que tienen de petróleo, el petróleo regalado… pero esos países al final son países que tienen su conciencia comprada”.

Bien, cada ladrón juzga por su condición, aunque en realidad Borges lo que quiere es criminalizar a cualquiera que se niegue a ponerse al servicio del imperialismo, y de paso contribuir a que el ejército guarimbero no se sienta decaído por este descalabro internacional.

Otro connotado derechista, Luis Florido, cargó igualmente contra los 8 países que se abstuvieron: “cuando eres neutral en momentos de injusticia, eliges del lado del represor y también se llenan las manos de sangre, porque mientras se realizaba la sesión, jóvenes venezolanos eran asesinados”. De paso, drenó su amargura afirmando que el pueblo venezolano evidentemente esperaba más de la OEA y que esta permanecía supuestamente en mora con ese pueblo.

También en tono de reproche, el coordinador nacional del partido fascista Voluntad Popular, Carlos Vecchio, aseveró que “Mientras en la consulta de cancilleres se contaban votos de los países, en Venezuela se contaban muertos y balas durante las diversas protestas que se registraron ayer en donde funcionarios de la Guardia Nacional atacaron a los manifestantes con armas de fuego”.

De todas maneras, la derecha trata de sacar ventaja de los cálculos cuantitativos de la reunión de Cancún. Por ejemplo, el hecho de que 20 países hayan votado por las propuestas de Estados Unidos, lo que no es del todo malo para ellos. 20 es un número redondo y representa una mayoría significativa aunque no decisiva, a qué negarlo.

Ahora bien, han sacado otra cuenta bastante bizarra, esta de la mano de los medios digitales opositores Diario de Caracas e Informe21. Según la misma, los 20 países que votaron a favor del imperialismo representan a 867 millones 607 mil habitantes, es decir, el 93,42% de la población de América. Pero omiten que más del 75% de esa cifra corresponde a solo 3 países: Estados Unidos, Brasil y México. Es una argucia aritmética para engañar a los idiotas que fungen de efectivos en las guarimbas.

Si sacas a esos tres gigantes gobernados por la ultraderecha extremista, las proporciones cambian radicalmente-
Por supuesto, es natural que los perdedores traten de controlar el daño, no se puede esperar otra cosa. También los derrotados foráneos lo hacen. Interrogado en rueda de prensa sobre la posibilidad de que el caso de Venezuela sea retomado por la Asamblea General, Almagro pidió “paciencia” pues los objetivos en política internacional “a veces demoran, pero se van a cumplir”.

Por otro lado, la derecha continental se resiste a rendirse. Ayer se dijo, en informaciones de agencias noticiosas, citando fuentes diplomáticas, que un grupo de países de la OEA, liderado por México, estaría negociando un proyecto de resolución sobre Venezuela para aprobarlo en la 47 Asamblea General, tras no lograrse el acuerdo el lunes. Esas naciones, que incluyen a Estados Unidos y a gobiernos lacayos, tratarían de convencer al menos a 3 países caribeños para que se sumen a los 20 que el lunes apoyaron su propuesta y así lograr una mayoría incontestable de dos tercios. Es claro que el imperialismo no se quiere ir de Cancún con las manos vacías y está trabajando para evitarlo.

En ese sentido, el subsecretario de Estado de EE.UU., John Sullivan, propuso ayer la conformación de un grupo de naciones para “facilitar una salida” a la “crisis venezolana”, lo que la canciller Delcy Rodríguez, rechazó por “inútil e innecesario”.

Durante su intervención en la 47 Asamblea General de la OEA, Sullivan afirmó que es un momento decisivo para que la organización “pruebe su relevancia” y autorice ese “grupo de naciones”. Delcy Rodríguez le salió al paso y se las cantó claras, cuando le replicó que la única forma en que EE.UU. podría imponer su voluntad sobre Venezuela sería “con sus marines”, y que estos tendrían “en Venezuela una respuesta contundente, si se atreve a dar ese paso en falso en nuestra región”. Así es que se gobierna.

Como se ve, todo lo que hemos venido diciendo desde hace al menos tres años, de que acá y en todo el continente se iban a profundizar las contradicciones y que en Venezuela no venía diálogo sino confrontación, se ha venido cumpliendo. Esto solo puede cambiar si una de las dos fuerzas históricas que se enfrentan por el poder en el país, es derrotada por la otra y obligada a capitular (o si aparece un outsider “despolarizado” y se impone). Aquí la pelea es peleando, como hemos dicho tantas veces.

Caracas 23jun2017: Día Mundial de AL-QUDS

Compañeras y compañeros están cordialmente invitados el próximo viernes 23 de Junio de 2017 a conmemorar con nosotros el Día Mundial de Jerusalém-AL-QUDS, el día de la libertad.

En el marco del último viernes del santo mes de Ramadán, los Movimientos de Solidaridad con Palestina invitan el viernes 23 de Junio a las 2:00pm en la Casa de las Primeras a Letras “Simón Rodríguez”, al encuentro por un abrazo multi étnico-cultural y multi religioso de humanidad universal contra el opresor imperial, contra el apartheid colonial, racista y sionista que asesina al pueblo nativo palestino y atenta contra la humanidad.
Compartiremos música, poesía, teatro, palabras y más.

Nos acompañan: Teatro Alternativo Sylvia Mendoza – Leonor Fuguet – Poetas por Palestina – Evio Di Marzo.
Fin del yugo colonial israelí.

Jerusalém, AL-QUDS, La Libertad

Con Maduro hacia la Asamblea Nacional Constituyente

OEA, Trump y guerra mundial

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Lunes 19 de junio de 2017

OEA, Trump y guerra mundial

Hoy se reúne en Cancún, México la asamblea general de la OEA teniendo como asunto principal a debatir la situación de Venezuela. Es una excelente oportunidad para volver a poner sobre el tapete el tema de la contradicción principal que vive la sociedad humana en este momento histórico, de cómo esa contradicción se manifiesta en nuestro país y qué posición política debe ser asumida por los revolucionarios en esta circunstancia.

Venezuela es uno de los puntos focales principales de la actual guerra mundial que tiene como claros beligerantes al imperialismo norteamericano y sus aliados, por un lado, y a los pueblos y naciones soberanas del mundo, por el otro. Ya lo hemos dicho y lo repetimos: quien no entiende esto, no entiende nada.

En ese contexto, la fracción extremista que está gobernando en Estados Unidos, con Donald Trump a la cabeza, está dejando todo en claro, sin mayores disimulos. Una muestra de ello es el cambio de política hacia Cuba. Trump dijo el pasado viernes en Miami, la meca de la gusanera cubana en el exilio, y ante miembros radicales de la comunidad cubana en esa ciudad, que “Es mejor para Estados Unidos tener libertad en nuestra región, tanto en Cuba como en Venezuela”. Más claro no canta un gallo: al diablo el interés de los pueblos cubano y venezolano, este capo fascista habla, sin cortapisas, de lo que es “mejor para Estados Unidos”. Para rematar el carácter injerencista y belicista de esa declaración, tómese en cuenta que la misma tuvo como escenario el teatro Manuel Artime, nombrado así en “honor” a un combatiente del Ejército Rebelde liderado por Fidel Castro, quien traicionaría después a Cuba para convertirse en uno de los líderes de la invasión a Playa Girón. Ese teatro es un lugar simbólico de la ultraderecha terrorista de Miami.

Ahora bien, ante las medidas anunciadas por Estados Unidos que dan marcha atrás a los acuerdos y acercamientos que había propiciado Obama con Cuba, no podemos sino preguntarnos ¿dónde están los fariseos que hablan en el mundo de paz y democracia? ¿Por qué Luis Almagro no ha dicho ni pío? ¿Por qué los ex presidentes neoliberales que se reúnen en IDEA no se pronuncian, siendo que el embargo a Cuba ha sido condenado por 191 países, lo cual prueba lo antidemocrático que es el imperialismo? La respuesta es sencilla: porque todos ellos son parte de esta guerra y se ubican en el campo de los aliados del Imperio. De eso se trata, a final de cuentas, este zafarrancho en el que vivimos, de que no puedes quedarte en el medio, ni que quieras.

Los pocos avances que había hecho Obama para reconocer los derechos soberanos de Cuba, ahora son liquidados por Trump y su combo fascista: “La política reafirma el embargo estadounidense impuesto por ley a Cuba y se opone a los llamados dentro de Estados Unidos y otros foros internacionales para acabar con él”, señaló la Casa Blanca en un comunicado, al tiempo que Trump anunciaba el cambio de política en la capital de la gusanera y el escualidismo, Miami, Florida ¿Y cuáles son sus argumentos? El presidente yanqui dijo estar dispuesto a negociar “un acuerdo mejor” con Cuba, pero solo si hay “avances concretos” hacia la celebración de “elecciones libres” y la liberación de “prisioneros políticos”. Es decir, tal como hace con Venezuela, el imperialismo exige a Cuba que capitule, que se rinda, y asoma el garrote intervencionista.

En ese contexto se da la reunión de la OEA en Cancún. Presurosos, los dinosaurios de IDEA que tratan de influir sobre los países que estarán en esa reunión, aseveraron el pasado viernes, en un comunicado, que “reiteramos nuestra profunda preocupación por la total ruptura del orden constitucional y democrático, la violación sistemática y generalizada de derechos humanos y la violencia provocada por las fuerzas del orden al servicio del régimen que ya ha cobrado más de 72 víctimas fatales en Venezuela… Todos los gobiernos de la región están llamados a asumir un comportamiento consistente con su adhesión a la Carta Democrática y con los más esenciales sentimientos de solidaridad y humanidad. Nadie, en este aciago momento para Venezuela, puede ser indiferente al grito de protesta de la gente en la calle”. No es coincidencia que este comunicado se presente como suscrito, precisamente, en México. Nosotros vamos a parafrasearlo diciendo que “Nadie, en este decisivo momento para nuestro continente, puede ser indiferente a la agresión del imperialismo contra Cuba y la Patria de Bolívar”.

De todas formas, las esperanzas de la derecha de que la OEA finalmente decida, por mayoría, condenar al gobierno de Maduro, parecen esfumarse una vez más. Un internacionalista de la Universidad estadounidense de Columbia, Christopher Sabatini, así lo infiere: “Va a ser muy difícil llegar a un tipo de evolución o una serie de pasos para resolver la situación”. En ese sentido, Sabatini dice solo esperar las usuales declaraciones de “preocupación”, sin ninguna decisión trascendente.

Las sospechas del nuevo fracaso del Imperio y su lacayo Almagro en la OEA, se incrementan ante el anuncio hecho el viernes por el Departamento de Estado gringo, de que el secretario de Estado de EEUU, Rex Tillerson, no asistirá a la Asamblea General de la OEA, supuestamente porque debe atender la crisis diplomática en el Golfo Pérsico. En su lugar Estados Unidos enviará al subsecretario de Estado John J. Sullivan, solo un día después de anunciar que Tillerson asistiría a la cita, la más importante del año en la OEA, según se afirma en medios de la derecha ¿Huye Tillerson por la derecha para no estar presente cuando se sepa de una nueva derrota?

Para quienes duden de la importancia de Venezuela en esta guerra que compromete a todo el mundo, es bueno saber que la cancillería rusa emitió un comunicado donde rechaza la intervención foránea en nuestros asuntos y anuncio al mismo tiempo el envío de una nave de guerra a aguas del mar Caribe, el portaviones Kuznetsov, el más poderoso de toda su flota, mientras China informó del movimiento de unidades de su armada, en igual sentido. Queda claro que Venezuela no está sola frente al imperio.

Cerraremos, sobre todo para aquellos que se afanan en restarle apoyo al Gobierno Bolivariano en este trance histórico de confrontación mundial, con las clarísimas palabras de Edgard Sánchez, dirigente del Partido Revolucionario de los Trabajadores (PRT) de México: “La prioridad en este momento en relación a la situación en Venezuela -y especialmente visto desde el exterior- es pronunciarse contra la actual ofensiva de la derecha que apoya y promueve el imperialismo. Es decir, la situación actual requiere una clara posición antiimperialista. Estoy de acuerdo en que es posible analizar e incluso criticar diversos aspectos del proceso bolivariano. Pero no es posible omitir o eludir una clara posición contra la ofensiva golpista de la derecha.

El actual es un intento de derrocar por cualquier medio al gobierno chavista legítimamente constituido, hacerlo con el apoyo del imperialismo yanqui y provocando incluso su intervención militar. Y sobre eso es lo que en primer lugar hay que definirse”. Tómese nota de estas verdades.

Imperialismo y contradicciones

por Néstor Francia 

Análisis de Entorno Situacional Político

Viernes 16 de junio de 2017

Imperialismo y contradicciones

Según las ideas del gran filósofo chino Lao-Tse, que es uno de los cimientos del budismo zen, el concepto del Tao, principio basal de la naturaleza, se fundamenta en que la única constante en el universo es el cambio y que debemos aceptar este hecho y estar en armonía con ello. El cambio es el flujo constante que se produce por la acción combinada de dos elementos complementarios y contradictorios, por ejemplo el ying y el yang, lo masculino y lo femenino, el ser y el no-ser, lo alto y lo bajo. Es decir, es una filosofía dialéctica, que es básicamente la misma que está presente en el materialismo dialéctico marxista.

¿A qué viene esta digresión filosófica? A que se trata de principios naturales, reales, que pueden ser aplicados en cualquier campo de la vida, por supuesto también en la política. Cuando vemos individualidades y grupos políticos en Venezuela darle la espalda al Gobierno Bolivariano y a la actual dirección revolucionaria venezolana, nos gustaría regalarles la hermosa obra maestra de Lao-Tse, el Tao te King, o el célebre texto Sobre la contradicción, de Mao Tse Tung.

La sociedad está siempre llena de contradicciones, es inevitable, ya que todo es así. Es precisamente esta lucha de contrarios lo que genera el cambio permanente, siempre va a existir, con distinto carácter, pero siempre allí. Cuando nosotros asumimos la crítica del Gobierno o del chavismo en general, lo hacemos con plena conciencia de la existencia de tales múltiples contradicciones, por lo que nos está vedado el pensamiento simplista o reduccionista, que es el origen del fanatismo.

Paradójicamente, por esas mismas razones nuestro apoyo al Gobierno Bolivariano se mantiene incólume. Porque en el juego mundial de las contradicciones, en esta guerra mundial entre el imperialismo y sus aliados, por un lado, y los pueblos y naciones soberanas, por el otro, Venezuela, la Revolución Bolivariana, el Gobierno de Nicolás Maduro y el chavismo representan uno de los frentes antiimperialistas principales de este momento.

En tal situación histórica, hay quienes prefieren ver los árboles que el bosque, porque privilegian sus ansias de protagonismo, y sus proyectos personales y grupales, por encima de los intereses de la Patria, que son los de la Humanidad sometida por el Imperio más destructivo de la Historia ¿Qué quieren? ¿Qué se apodere de Venezuela un gobierno que se alinee con los intereses imperiales, como los de Argentina, Perú, Chile, Paraguay, Colombia o Brasil? Porque en la actual circunstancia, esa es la alternativa ¿Acaso creen que es una opción real una izquierda tercerista, que pueda contonearse patéticamente en este cuadro de guerra mundial, como pretende hacerlo sin éxito el Frente Amplio de Uruguay?

Nosotros hemos tenido, tenemos y tendremos distintas críticas a los gobiernos chavistas y a la dirigencia del chavismo, es una manera de ser leales, puesto que uno de los más graves problemas de estos es su dificultad para asumir realmente los errores, que es el primer paso para corregirlos, y la costumbre de escuchar las críticas pero no tomarlas en cuenta. Eso no nos gusta, por supuesto. Pero cuando ponemos en la balanza las distintas contradicciones, no tenemos dudas en cuanto de qué lado estamos. Como decía el banquero aquel, aquí estamos y aquí nos quedamos.

Por cierto, este Análisis de hoy lo inspiran los grandes enemigos de nuestra Patria ¿No se dan cuenta aquellos que abandonan el barco por algún disgusto con el Capitán, que no es para nada casual la furia del imperialismo y de la burguesía mundial contra Maduro y nuestra Revolución? ¿Acaso están ciegos que no ven las claras señales de la realidad? Veamos.

En este momento, cuando se acerca una nueva reunión de cancilleres de la OEA (dentro de tres días en Cancún), en la que se debatirá una vez más el tema de Venezuela, arrecia la agresión imperialista. El vicepresidente de Estados Unidos, Mike Pence, instó ayer al resto de los países del continente a condenar “el abuso de poder” en Venezuela y a mostrar al Gobierno venezolano que la “libertad es el único camino verdadero para la prosperidad”: “Todos debemos levantar nuestra voz para denunciar el abuso de poder en Venezuela y debemos hacerlo ahora… Venezuela es víctima de un gobierno autoritario, un gobierno que está haciendo sufrir al pueblo venezolano”. Esto lo dijo Pence durante un aquelarre de la burguesía continental, la “Conferencia sobre Seguridad y Prosperidad en Centroamérica” que reúne en Miami a gobiernos y empresarios de los países de la “Alianza de la Prosperidad”, más México. Quien tenga ojos que vea, quien tenga oídos que oiga.

El propio presidente del gobierno extremista de Estados Unidos, Donald Trump, se refirió ayer a la “importancia” de la 47 Asamblea General de la OEA en Cancún y aseveró que ha instruido a su secretario de Estado, Rex Tillerson, a promover el debate sobre Venezuela en ese foro. Según una nota del portavoz de la Casa Blanca, Sean Spicer, “El presidente sigue enormemente preocupado sobre la situación que enfrenta el pueblo de Venezuela y ha instruido al secretario Tillerson a colaborar con los países de la región para que avancen las discusiones sobre Venezuela en este importante encuentro… Estados Unidos está con el pueblo de Venezuela durante estos tiempos tristes y turbulentos para su país”.

Entretanto, la Embajada de Canadá en Venezuela expresó su “preocupación” por el supuesto “uso excesivo de la fuerza” por parte del Gobierno venezolano. En un verdadero abuso injerencista de esta embajada, que representa al principal socio del imperialismo en el continente, desde allí se tuiteó que “Canadá continúa alarmado y triste por la muerte de ciudadanos venezolanos en el contexto de protestas” y también que “reprimir protestas con uso excesivo de la fuerza e invasión de hogares solo causa más conflicto y no es una solución a la crisis”. Para fingir ecuanimidad y tratar de morigerar su pretensión injerencista, la embajada añadió: “los ciudadanos también tienen la obligación de protestar pacíficamente y no usar la violencia”.

En fin, no deja de llamar la atención que todo el que se convierte en disidente del chavismo, pierde de inmediato la memoria y se olvida de que el imperialismo existe y de que está dirigiendo la guerra contra Venezuela. Ya no nombra a ese enemigo, acaso para borrarlo de su mente, en actitud vergonzante.

Napoli 18giu2017: Napoli con Maduro, Hasta la Victoria Siempre!


NAPOLI CON MADURO – HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!

Il Partito dei CARC, Galleri@rt e ALBAinformazione presentano l’iniziativa “Napoli con Maduro – Hasta la Victoria siempre”, una giornata di solidarietà internazionale con il processo bolivariano.

L’iniziativa si svolgerà in tre momenti:

– ore 17.00 Assemblea
Sarà questo un momento di dibattito, discussione e approfondimento di quanto si sta verificando in Venezuela, con gli attacchi che l’opposizione anti chavista sta compiendo contro la rivoluzione bolivariana.

– ore 18.30 – Work Shop
Realizzazione dello striscione che verrà elaborato ed esposto in tutto il mondo in solidarietà al Venezuela bolivariano e al Presidente Maduro.

– ore 19.30 – Concerto e aperitivo
Esibizione musicale del gruppo FINTI ILLIMANI e aperitivo sociale.

País en “descontrol”

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Il popolo della Rivoluzione ai fascisti dell’opposizione.

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Miércoles 14 de junio de 2017

País en “descontrol”

¿Es el objetivo de la escalada violenta de la derecha derrocar al Gobierno de Nicolás Maduro? Sí y no. Ese es su objetivo estratégico, sin duda. Quiere acceder al poder y, más precisamente, ponerle la mano al Ejecutivo, pues algún poder ya tiene en tres estados y en importantes alcaldías, así como en otras ramas del poder público, aunque sea parcial. Pero desde el punto de vista táctico, más bien apunta a ir erosionado el piso político del chavismo hasta que lo tenga listo para montarlo en la olla, bien sea por propio esfuerzo o con asistencia foránea. Y en ese sentido, sería inconveniente negar que se ha anotado algunos éxitos.

Recordemos que la ofensiva derechista no empezó hace poco más de dos meses, cuando arrancó la actual andanada terrorista. Ya en 2015 se inició la intensa agresión simultánea sobre todo en cuatro frentes: el económico, con los ataques al precio del petróleo, la agresión financiera y el sabotaje en el mercado de bienes y servicios masivos; el político-institucional, al lograr convertir la Asamblea Nacional en una cabeza de playa para esa avanzada; el internacional, sobre todo con la irrupción de la contraofensiva derechista continental encarnada en la figura de Luis Almagro (OEA): y el mediático, que es la bisagra de todos los demás. La escalada terrorista de hoy no es sino el desarrollo de esos ataques hacia una derivación terrorista, armada.

Ahora bien, cuando se juntan todos esos frentes y se observa los resultados perceptibles, no hay duda de que la derecha ha golpeado a la Revolución Bolivariana y no hemos salido indemnes. La Revolución sigue moviéndose en el ring tratando de resistir los embates del contrincante, pero la pelea es dura y aun es temprano para avizorar cuál será el desenlace. Por supuesto, cada una de las barras anima a los suyos y los dirigentes tratan de mantener en alto la moral de quienes se baten en el ensogado.

Las esquinas urden estrategias, trazan líneas para cada asalto, curan las magulladuras de sus pupilos. El combate es arduo y la sangre mancha la lona.

Es paradójico, porque los fascistas hablan de “resistencia” pero, en sentido estricto, quienes estamos en resistencia somos nosotros, no desde ahora, como hemos dicho, sino desde tiempo antes ¿Qué ha logrado el enemigo hasta ahora y qué hemos logrado nosotros?

Las ganancias de la derecha no son despreciables. Algunos de sus principales objetivos los han alcanzado, al menos en buena parte. Internamente, han generado una pesada sensación de “descontrol” nacional que avanza hacia la ingobernabilidad, sin saberse aun si llegaremos a ese estado. No ha sido posible detener la exasperante inflación, aunque ha mejorado el abastecimiento: hay mercancías, pero cuesta Dios y su ayuda adquirirlas, los reales no alcanzan. La violencia en la calle no cesa, causando no solo muerte y destrucción, sino además variados obstáculos para la vida cotidiana de los ciudadanos: estaciones del Metro de Caracas cerradas, colas en avenidas y autopistas, zozobra, sensación de inestabilidad, confusión en la mayoría, miedos, desazón. Con esas acciones, la derecha sigue erosionando nuestra base de apoyo. En estudios recientes a los cuales hemos tenido acceso, y en otros que son de conocimiento público, las minorías chavista y opositora siguen bajando mientras crece el segmento de los “no alineados”. Esto puede deberse a que esa primera y numerosa minoría (con más de 10 puntos por encima sobre cada una de las otras dos) parece no estar responsabilizando ni al Gobierno ni a la MUD por la violencia política, sino a un factor abstracto: la “polarización”, como hemos venido afirmando.

A esto se suman las fisuras que asoman en la estructura del chavismo, con defecciones que no dejan de ser importantes, la más emblemática de ellas la de la Fiscal General de la República, Luisa Ortega Díaz, además de las diferencias expresadas por otros como Juan Barreto, Eustoquio Contreras. Maripili Hernández y Gabriela Ramírez, que tienen sobre todo valor simbólico, ya que no implican alejamientos masivos, como tampoco lo fueron otros que se habían producido antes. Pero sin duda, estas diferencias refuerzan la percepción de “descontrol”.

En el plano internacional, la ventaja que parecían sacar el imperialismo y la derecha se ha venido desvaneciendo y las fuerzas han tendido a un mayor equilibrio político. Aquí habrá jugado un papel notable la larga experiencia de Nicolás Maduro como canciller de Chávez y la excelente labor de Delcy Rodríguez y sus equipos en la Cancillería.

En el plano interno, la derecha está lejos de poder cantar victoria (al igual que nosotros), pues el chavismo ha mostrado una colosal capacidad de respuesta, de moral, de combatividad, de movilización, de organización. Y eso que aun no ha puesto en juego todas sus fortalezas para la batalla, por razones obvias.

En resumen, no es posible predecir cuándo será el final de esta pelea puntual de hoy, cuyo desenlace no será en modo alguno el final de la guerra, sino la victoria parcial de uno de los bandos, o de ninguno. Esto último porque no se puede descartar que la MUD esté trabajando pa lapa, y se cuele un tercero por los palos.

El fin, el combate puede irse a 10 rounds, a 12, a 15, quién sabe, si acaso alguien no gana antes por KO. Entretanto, seguiremos con la mente, los oídos y los ojos bien abiertos.

Terrassa (Barcelona) 15giu2017: con la Venezuela Bolivariana!

Chile y Venezuela

por Leandro Grille
Caras y Caretas (Uruguay)

 

Nicolás Maduro no es Salvador Allende. Ni es Hugo Chávez. Venezuela, además, no es Chile. Hasta ahí las afirmaciones son de una trivialidad tal que podrían obviarse. Sin embargo, el paralelismo entre la revolución bolivariana y el gobierno de la Unidad Popular, encabezado por el inolvidable presidente mártir, es enorme. Y negarlo, desconocerlo o soslayarlo es condición necesaria para desentenderse y adversar un proceso político contemporáneo sin la necesidad de replantearse viejos amores todavía vigentes.

Me propongo exponer brevemente, dentro de las limitaciones de mi formación, algunas claves de este paralelismo más allá de que no existen procesos históricos y político homologables en un sentido profundo, mucho menos cuando operan sobre sociedades y tiempos distintos.

Históricamente Venezuela ha tenido una economía basada en la extracción y comercialización de sus enormes reservas petroleras. Chile, por su parte, fundó su economía durante décadas en la explotación del salitre, hasta su declive tras el desarrollo del salitre sintético, y tras ello vivió literalmente de la extracción y exportación de cobre que, al momento de ascender Salvador Allende a la presidencia, significaba el 75% de las exportaciones chilenas y más del 30% de los ingresos tributarios. Ambas eran economías extractivistas, fuertemente dependiente del precio internacional de un recurso natural preponderante.

Una primera gran similitud entre el gobierno de la UP y el proyecto político inicialmente liderado por Hugo Chávez fue la voluntad manifiesta de construir un camino al socialismo por vía democrática en un país del tercer mundo, recurriendo a las urnas y no a las armas. Este propósito común de resolver de modo pacífico la contradicción capital trabajo a favor de los explotados mediante la construcción de un Estado socialista por vía electoral, todavía no ha probado su viabilidad en ningún territorio del mundo. No hay precedentes.

No es extraordinario, entonces, que los dos procesos políticos hayan concentrado su vocación socializante en la redistribución de la renta producida por su principal rubro económico, ni puede sorprender que el derrumbe -forzado- del precio internacional del cobre entre el año 1971 y el año 1973, para Chile, y el desmoronamiento del precio del barril de petróleo a partir del año 2014, para Venezuela, hayan tenido las consecuencias económicas devastadoras que tuvieron en ambos países.

La crisis económica de la Chile de Salvador Allende fue tan grave y tan atizada por los Estados Unidos como la crisis venezolana. Desde que Allende obtuvo la presidencia de Chile, Estados Unidos, gobernado en ese entonces por Richard Nixon y con el genocida de Henry Kissinger al frente del Departamento de Estado, tomó la decisión de derrocarlo y para ello orquestó un plan, conocido como FUBELT, para destruir la economía chilena, radiarla del mundo, y producir un golpe de Estado que derrocara el gobierno marxista al que consideraban una grave amenaza a sus intereses.

Las pruebas de su accionar se conocieron 25 años después, cuando se desclasificaron los documentos, pero era evidente para cualquier observador que no fuera políticamente ingenuo o cómplice. Si el primer año de Allende significó una mejora sustantiva en la capacidad de consumo de la población, crecimiento económico, expansión de derechos, impulso de políticas públicas de avanzada, los años posteriores -condicionados por una guerra económica interna y externa conducida por Estados Unidos y ejecutada por los sectores más poderosos de Chile y sus medios afines, más la abrupta -y operada- caída del precio internacional del cobre tras la nacionalización de 1971, marcaron un derrumbe de la economía, dos años seguidos de caída del producto bruto, deterioro del salario real e inflación galopante, que llegó a ser los últimos dos años del gobierno de Allende la más alta del mundo, superando el 600%.

La política de control de precios que aplicó el gobierno de Chile para contener la inflación es perfectamente comparable a ley de precios justos venezolana, y el poder económico respondió de la misma manera: con desabastecimiento y acaparamiento. Los chilenos debían hacer colas de varias cuadras para obtener productos básicos a precio regulado, o pagar montos infernales en el mercado negro que esquivaba el control del Estado. En Venezuela sucedió lo mismo. Y al desabastecimiento inducido, la respuesta del Estado venezolano fue la misma que la respuesta del gobierno de la UP: Allende creo las JAP (Juntas de Abastecimiento y Control de Precios) y Nicolás Maduro creó los CLAP (Comité Locales de Abastecimiento y Producción) que tal vez han funcionado mejor que las JAP, entre otras cosas porque, evidentemente, las autoridades venezolanas analizaron aquella experiencia y han hecho lo posible para que, a diferencias de las JAP chilenas, los CLAP venezolanos no sean saboteados y perseguidos.

El descontento social venezolano de los últimos años y el chileno de la época de Allende trabajado por la guerra económica y sus duras consecuencias sobre la vida cotidiana de los chilenos, también fue comparable. Y en las elecciones parlamentarias de 1973, la Confederación para la Democracia (CODE, versión chilena de la actual Mesa de Unidad Democrática que agrupa a la derecha venezolana) obtuvo el 56% de los votos, contra el 43% que obtuvo la Unidad Popular de Salvador Allende, quedándose con la mayoría de las bancas, con guarismos que son singularmente parecidos a la elección de la Asamblea Nacional que perdió el chavismo en medio de una crisis idéntica, porque en 2015 la MUD venezolana obtuvo el 56% de los votos contra el 41% del Partido Socialista Unido de Venezuela.

¿Qué hizo Allende con un parlamento opositor? La oposición chilena agrupada en la CODE quería los dos tercios para poder acusar y, eventualmente, destituir a Allende como hicieron hace poco con Dilma, y como quisieron hacer con Maduro. No llegaron de casualidad. Pero controlaron el parlamento, y la oposición chilena intentó usar su mayoría parlamentaria amplia para promover una reforma constitucional con un proyecto conocido como Hamilton – Fuentealba que intentaba parar las políticas estatizadoras y socialistas de Allende. Allende vetó el proyecto y, por ello, fue acusado de avasallar la legalidad y pasar por arriba del poder legislativo. Fue acusado en parecidos términos que Nicolás Maduro y el odio político de las clases medias y altas se expresó en la calle, con movilizaciones cada vez más duras, y también masivas, donde también participaron estudiantes universitarios -no fueron solo los camioneros- e ingentes sectores sociales, entre los cuales sectores medios y profesionales, como médicos y abogados y dentistas y comerciantes. A Allende le calentaron la calle y no hubo 60 muertos, hubo más de 100, y lo acusaron de asesino, de tirano, de todo. Mientras tanto, los sectores aliados a la burguesía promovían el golpe, se concentraban en la puerta de los cuarteles, y participaban en conspiraciones. Si en estos días la fiscalía general de Venezuela se ha plegado a la oposición, también se plegó la contraloría general de la República en Chile cuando acusaron a Allende de desconocer la Constitución por vetar el proyecto de los opositores de derecha, que se proponía impedir la expropiación de tierras y la intervención en el comercio y en el rubro de los transportistas.

¿Por qué muchos creen que Salvador Allende era un hombre democrático y pacífico y su gobierno un ejemplo inolvidable, y se permiten a la vez aborrecer el proyecto de los bolivarianos? ¿No es acaso una inconsistencia? Por ahora, la gran diferencia es el desenlace. Salvador Allende fue víctima de un golpe de estado militar al que resistió con su vida y el gobierno venezolano no ha sido derrocado todavía, ni siquiera por un golpe de Estado, aunque lo intentaron. Venezuela se defiende como puede. Hugo Chávez lo dijo: a diferencia de la chilena, la nuestra no es una revolución desarmada. Fidel se lo anticipó a Salvador Allende en su discurso de despedida en el Estado Nacional, al final de un recorrido de tres semanas por territorio de Chile, en diciembre de 1971. Luego de ver la experiencia -única en la historia de construcción del socialismo por vía pacífica-, le advirtió al pueblo de Chile que la violencia era inexorable, porque la derecha la iba a imponer: “¡Regresaré a Cuba más revolucionario de lo que vine! ¡Regresaré a Cuba más radical de lo que vine! ¡Regresaré a Cuba más extremista de lo que vine!”

Lo que está sucediendo en Venezuela no es extraño a la historia de América Latina. Ni la actitud de la OEA lo es. Ni la violencia lo es. Ni la crisis. Ni los muertos. Ni la guerra económica. Ni las mentiras de los medios. Ni la intervención de la mano negra de los Estados Unidos. Ni el desabastecimiento concertado. Ni el acaparamiento criminal. Ni las colas gigantes, ni la inflación astronómica, ni el mercado negro, ni el control de precio, ni los CLAP, ni las derrotas electorales en medio de crisis operadas, ni la caída majestuosa del precio del recurso económico más importante, ni las manifestaciones de las clases altas y medias. Ni las acusaciones de inconstitucionalidad. Ni las acusaciones de despotismo y tiranía. Porque lo que está sucediendo viene organizado desde el mismo lado y con el mismo objetivo que hace cuarenta y cuatro años. Es contra los mismos. Solamente han aggiornado sus métodos, porque como también dijo Fidel aquel día en el Estadio Nacional de Chile, la derecha aprende antes que el pueblo humilde. Pero el pueblo humilde también aprende. Y como ahora es más difícil que aparezca un Pinochet en Venezuela, entonces piden la intervención internacional. También en Chile se anticipaba una guerra civil. De eso se hablaba en el 73. Para mí, nada es sustancialmente distinto. Tampoco son distintos los que no van a soltar la mano de la Revolución Venezolana. Ni es distinta la derecha que se lo opone. Qué no estallen de nuevo los cristales de los lentes de Salvador Allende.

Símbolos y máscaras de la derecha venezolana

por Alba Tv

En los 18 años de Revolución Bolivariana, la oposición, frente a sus fracasos en el plano del discurso y de las acciones políticas, se ha visto en la necesidad de afinar sus estrategias de propaganda; eso gracias al asesoramiento y financiamiento por parte de Estados Unidos y de sus laboratorios de guerra psicológica , junto al apoyo de las grandes corporaciones mediáticas a nivel mundial. Como en toda propaganda, se ha venido utilizando la fuerza de los símbolos, es decir imágenes cargadas de significados que van más allá del mero signo que los representa. Los símbolos, dependiendo del concepto al que hacen referencia, pueden llegar a tener un profundo e inmediato impacto en la psique humana.

Ver en la página de albatv.org http://bit.ly/2sfarpk

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