La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

¿Radicalización contra el imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianapor Néstor Francia

Los últimos movimientos de Estados Unidos contra Venezuela podrían revelar signos de desesperación y desconcierto en los círculos gobernantes de la metrópoli imperial. Esto no significa en absoluto que la guerra en curso esté resuelta, más bien asoma el peligro de que el imperialismo se radicalice y pase su agresión a otro nivel, como la concreción de la amenaza de un bloqueo naval. Eso no es fácil para ellos, por supuesto, sería como inaugurar una aventura cuyo desenlace es incierto, y es seguro que no va a pasar antes de las elecciones presidenciales de noviembre. El resultado de estos comicios, por otra parte, podría marcar cambios en la política exterior de Estados Unidos  con respecto a temas como China, Corea del Norte, Cuba e Irán, probablemente también Venezuela, sobre todo si se produce una derrota de Donald Trump ¿Cambios para bien o para mal? Vaya usted a saber, habrá que esperar a ver hacia donde nos lleva la realidad.

Por lo pronto, el imperialismo sigue combinando estrategias y apelando a los hechos, las amenazas y las manipulaciones mediáticas. Sanciones más amplias, declaraciones como las del Jefe del Comando Sur Craig Faller en ocasión de las maniobras marítimas Unitas y ollas como la que está en curso en torno a Diosdado Cabello.

Sobre esto último, es indignante la impunidad con la que actúan algunas agencias de prensa internacionales en nuestro país. Es el caso de la agencia española EFE, que se suma al más reciente ataque mediático que tiene como bisagra las supuestas  egociaciones de Diosdado Cabello con Estados Unidos. Hay quienes consideran que es una manera de estimular divisiones a lo interno del chavismo. No niego de plano que al interior del Gobierno se muevan distintos grupos que compitan entre sí, pero esto solo podría referirse al reparto de posiciones y cargos, y no a la permanencia del chavismo en el Gobierno ni al liderazgo interno de Nicolás Maduro. Me inclino más a bien pensar que lo que se busca con este tipo de ollas mediáticas es reforzar las menguadas esperanzas de la base social opositora de que el pelele Guaidó pueda conducir al “cese de la usurpación”. Para el imperialismo y sus aliados de la derecha nacional e internacional, es claro que sin un conflicto social agudo al interior del país difícilmente se pueda dar al traste con el Gobierno Bolivariano.

Necesitan que la base social opositora esté moralizada y movilizada como única posibilidad de que un conflicto tal pueda sobrevenir.

A la “información” de EFE se le ven las costuras por todos lados. Se fundamenta en una aparente noticia publicada el pasado domingo en Axios, un portal de noticias lanzado apenas en 2017 y fundado por personajes todos ligados en algún momento a la Casa Blanca, y además financiado por grandes monopolios estadounidenses como JP Morgan & Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart y PepsiCo.

La “información” de EFE sobre los supuestos contactos de Diosdado con funcionarios gringos es presentada con la frase: “Estados Unidos aseguró este lunes que figuras clave del entorno del presidente venezolano, Nicolás Maduro, contactan frecuentemente para negociar la salida del mandatario, en un momento de rumores sobre un diálogo entre la Casa Blanca y el considerado ‘número dos’ del chavismo, Diosdado Cabello”. Sin embargo el mismo despacho confiesa la falsedad de atribuir los comentarios a “Estados Unidos”, al negar rango oficial a la conseja: “La Casa Blanca y el Departamento de Estado evitaron corroborar directamente esas informaciones” y la atribuyen a funcionarios anónimos de la administración gringa, un manido recurso utilizado en la guerra mediática para sus invenciones malintencionadas.

Citando dudosas fuentes como un ex asesor de Donald Trump, EFE va construyendo una realidad virtual, apelando al uso retorcido del lenguaje. Ya hacia el final, la agencia española se deja de vainas y habla del rumor como si fuera una realidad plena: “No está claro cuál es el objetivo de los contactos con Cabello, y hay quienes apuntan que la Casa Blanca podría estar intentando simplemente contribuir a una desestabilización en el entorno de Maduro, casi siete meses después de reconocer como presidente interino al líder opositor venezolano, Juan Guaidó”. Es decir, da por ciertos los rumores, la duda sería cuáles son los objetivos de los “contactos con Cabello” ¡Cuanta desvergüenza, caradurismo y ausencia total de ética periodística!

Ante una probable radicalización de la agresión imperialista, algunos se preguntan sobre qué deberíamos hacer y plantean una radicalización propia en esta lucha: declaración de estado de emergencia y de guerra, expropiación de empresas gringas, expulsión del país de canallas mentirosos como los de EFE, encarcelamiento inmediato de los traidores que invocan la intervención militar imperial, ilegalización de organizaciones terroristas como Voluntad Popular, corte del suministro petrolero a Estados Unidos y sus aliados. Yo no propongo nada, preso de las dudas como estoy, de pronto lo que conviene es seguir actuando con la paciencia del indio. Lo que sí digo es que deberían estar “todas las opciones sobre la mesa”.

Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

(FOTO) Por la repatriación de Ilich Ramírez Sánchez

L'immagine può contenere: 13 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertopor Coordinadora Simón Bolívar

El jueves 15 de Agosto de 2019, al cumplirse 25 años del secuestro del Cmte Carlos, las organizaciones del campo Popular y Revolucionario participaron en una jornada de movilización y lucha, AUTOCONVOCADA en el marco de la campaña ” YO TE QUIERO LIBRE AHORA “ en la cual se exige la libertad de las revolucionarias y los revolucionarios prisioneros o secuestrados en cárceles de potencias imperialistas o de gobiernos a su servicio.

Las organizaciones presentes en la jornada, la Coordinadora Simón Bolívar (CSB), el Movimiento Guevarista Revolucionario (MGR),BRISAS, Fuerzas Patrióticas Alexis Vive, Colectivo Fabricio Ojeda, Partido Comunista de Venezuela (PCV), Partido Patria Para todos (PPT), Unión Popular Venezolana (UPV),Movimiento Continental Bolivariano (MCB), y otras fuerzas activas del movimiento popular revolucionario venezolano.

La jornada se inicia con una concentración en la Defensoría del Pueblo, Avenida Urdaneta de de Caracas, donde una comisión integrada por las organizaciones convocantes, sostuvieron una reunión con el Defensor del Pueblo, Alfredo Ruiz, para hacer entrega de un documento donde se solicita a dicha institución realizar todas las actuaciones requeridas para velar por el cumplimiento, defensa de los Derechos Humanos de Ilich Ramírez Sánchez y de realizar las gestiones necesarias para un proceso de Repatriación.

El Dr Ruíz, escuchó los planteamientos, para luego expresar su reconocimiento a las organizaciones presentes además expresó la importancia del encuentro, reiteró las competencias de la Defensoría del Pueblo y su disposición a actuar con base a ellas, en defensa de los derechos humanos refiriéndose al caso de Ilich Ramírez Sánchez. Posteriormente se acordó una Comisión integrada por funcionarios de la Defensoría, para trabajar con las organizaciones del movimiento popular, en las investigaciones a que hubiere lugar y acciones que se deriven de ellas.

De inmediato, al finalizar la reunión con el Defensor del Pueblo, el grupo de camaradas se dirigió en una movilización al grito ILICH NO ES UN TERRORISTA, ES UN LUCHADOR ANTIIMPERIALISTA, para llegar a la sede de la Cancillería donde se consignó un documento al vicecanciller Yván Gil, exigiendo la inmediata atención para garantizar el inicio de la Repatriación del camarada Ilich consecuente luchador por la defensa de Palestina frente al genocidio del sionismo.

La jornada culminó de forma con la presentación del documental, que fue proyectado por la cinemateca nacional, para difundir, visibilizar y sensibilizar al internacionalista antiimperialista Ilich Ramírez Sánchez.

Algunos de los participantes del campo Popular y Revolucionario.

BRISA: Vladimir Ramírez Sánchez
CSB: Juan Contreras
Alexis Vive: Ana Caona
PCV: Oscar Figuera
PPT: Rafael Uzcátegui 
UPV: Adrian Araque
Musico con el cuatro Antonio Martínez 
Poeta del 23 Jimmy Avila
El camarada Yorlando Conde
MCB: Carlos Casanueva
Colectivo Fabricio Ojeda: Carlos Rodríguez 
Constituyentes: Fernando Rivero, Julio Escalona, Marelys Pérez, David Paravisini

Y una gran cantidad de pueblo de hombres y mujeres que se han convertido en heroínas y héroes resistiendo el bloque criminal yankee. 

La actividad se llevó a cabo de principio a fin, bajo un palo de agua que significó una bendición a todos los presentes.

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Cambio de ministros: ¿Solución o problema?

Risultati immagini per Chavismo maduropor Néstor Francia

En cualquier manual elemental de alta gerencia queda claro que una alta rotación de personal es siempre un factor negativo y denota fallas generales de la gerencia superior de una empresa ¿Es distinto esto en el caso del Estado? Sí, es distinto, porque es peor. La rotación de personal en una empresa normalmente se limita a aquellos cargos que son directamente afectados por las decisiones de reemplazo y se hace tratando de afectar lo menos posible la estructura general de la organización.

En Venezuela, cuando se cambia un ministro, es como si cambiara el Gobierno. Se produce inquietud en el personal de confianza, porque todo el mundo sabe que van “pa’ fuera” todos los directores generales, de línea y coordinadores y si es que queda alguno, se paraliza ante las nuevas caras, ya que no sabe qué será de él (o ella) ¿Es el que llega un individualista, un mandón, un amargado o un tonto con ascendencia política? Es un enigma, porque el nuevo ministro suele arrastrar consigo a los “suyos”, sus amigos, sus allegados o sus compañeros de ruta políticos (lo cual genera a su vez rotación de personal de alto nivel en otros entes, conformándose así una especie de círculo vicioso).

A lo dicho se suman otros males de la gestión del Estado que es necesario considerar. Uno de ellos, no el menor, es la ausencia de planificación estratégica, de políticas institucionales estables, y el hecho de que a menudo reina la improvisación, las decisiones tomadas como “puntadas de rabo” de gente que tiene poder. Igualmente suelen estar ausentes las políticas modernas de recursos humanos que tratan de intervenir positivamente en los problemas del personal, preparándolos, promoviéndolos, manteniéndoles viva la esperanza de que si trabajan con eficiencia podrán ascender en la pirámide organizacional y mejorar su perspectiva profesional y su condición de vida. Porque si estás en la oposición perseguida como muchos de nosotros en los años de la Cuarta República, lo haces todo sin esperar nada para tu persona, pero si eres un empleado del Gobierno, y como todo empleado en cualquier parte del mundo no es raro que pases roncha y hasta arrecheras de vez en cuando, al menos te alivia pensar que mañana podrás estar mejor.

Creer que un cambio de ministros resolverá los problemas de gestión es como pensar que tomando calmantes te vas a curar el cáncer. No se necesita en Venezuela tantos cambios de ministros (si así fuera, seríamos una potencia, con todos los ministros que han pasado por la escena), sino cambios profundos de la gestión, precisamente. Pero de esto se ha hablado mucho, va llegando la hora de que las ideas, que unos cuantos aportan, se conviertan en acciones. Basta de diagnósticos, vamos a los tratamientos. A muchos nos duele ya la lengua de tanto hacer señalamientos. Hemos hablado hasta el cansancio de la necesidad de estrategias, fijación de plazos y metas auditables, planificación, estabilidad administrativa, gestión inclusiva y participativa, que las políticas de selección de personal sean estrictamente definidas y aplicadas.

Un caso emblemático de los problemas de gestión es PDVSA: ¡nueve presidentes en 20 años, una guará! Y la mayoría de ellos mal seleccionados ¿o no? Solo dos de ellos se salvan de haber sido corruptos, desleales o nulidades ¿Cuál es el resultado?

Yo hablo de estas cosas porque me siento responsable de ellas, ya que tengo 20 años votando por
quienes nos gobiernan. Eso me da derecho al menos de darles de vez en cuando un inofensivo jalón de orejas. Ellos son mis mandatarios, es decir aquellos a los que he dado el mandato ¡Qué vaina conmigo, qué ladilla soy!

Comunas vs geopolítica criminal

Risultati immagini per chavismo en marchapor Julio Escalona 

Las comunas productivas y prestatarias de servicios, son fuerza que se opone al capital financiero y al comercio importador, que parasitando al Estado y expropiando al pueblo, se apoderan de la renta petrolera, la transfieren al sistema financiero internacional, que termina dominándonos y sosteniendo las agresiones de Trump enfiladas contra la Geopolítica de la Liberación impulsada por Chávez.

La corrupción, un proceso económico mediante el cual la renta petrolera se transfiere al capital privado, que luego lo coloca en la banca internacional. Así, la oligarquía financiera interna, conspira contra la Geopolítica de la Liberación que crea Petrocaribe, facilidades petroleras al Sur, al pueblo de EEUU…

Se favorece la pobreza que impulsa las migraciones desde el Sur hacia EEUU, fracturando la familia, que Trump acelera separando a los niños de los padres. La familia extendida, uno de los poderes ocultos de las familias del Sur, ha tenido en el matriarcado, una trascendente fuerza, el amor de madre, que jamás será vencido.

Ese amor, unido al de los padres que superemos el patriarcado, sea como la fuerza del agua que va penetrando todos los intersticios de la sociedad, hasta derrumbar los aparentemente poderosos muros del superpatriarcado imperialista. Mares de amor cubrirán el planeta destruyendo los enjaulamientos nucleares, disolviendo los hongos de fuego que la maldad del capital, ha creado, liquidando los enjaulamientos y torturas, instaurando un mundo inundado por el cariño y las esperanzas de una nueva humanidad. Las armas no lo deciden todo.

Como he dicho, la barbarie de Trump contra la madre tierra es el cambio climático, la destrucción de la diversidad biológica, el crecimiento de la desertificación, no sólo del planeta, sino del alma humana, dominada por el ego.

Hay que desenmascarar al criminal Milton Friedman, uno de los creadores de la doctrina del Schok, que conduce a que una población desesperada, manipulada psicológica y mediáticamente, (y digo yo, una dirección política corrupta), conduzca a que lo políticamente imposible, haga políticamente inevitables los dogmas neoliberales.

Con Maduro como líder, la significación del Foro de Sao Paulo es la importancia que tuvo como salto para unir a lo mejor de la humanidad contra el gran capital.

Bloqueo Económico Total

Risultati immagini per Bloqueo economico total Curciopor Pascualina Curcio

Lunes, 12 agosto 2019.- Llevan 20 años poniendo en práctica todas las doctrinas de la guerra no convencional para derrocar a la revolución bolivariana. Desesperados, arremeten ahora con un bloqueo económico total. Esta nueva orden ejecutiva firmada por Trump busca afectar a todo el pueblo venezolano. Es un crimen de lesa humanidad.

Según el último informe de la Organización Mundial del Comercio, del total de las exportaciones petroleras de Venezuela, el 41% tiene como destino final los EEUU. En cuanto a las importaciones, el 38% proviene de allá. Son cifras del 2017.

El 38% de los bienes importados se desagrega de la siguiente manera: 18% en combustible, tanto bienes refinados, como insumos para la producción petrolera; 6% corresponde a maquinarias, repuestos y tecnología en general; 4% son productos químicos, léase medicamentos; 3% son alimentos; 2% son bienes para el sector transporte; la diferencia está repartida en otros rubros.

Afortunadamente, el petróleo es muy demandado en los mercados internacionales. Debemos preocuparnos y sobre todo ocuparnos en solucionar la dependencia del 18% en combustible e insumos para la producción petrolera, así como del 6% en tecnología.

En medio de las dificultades son muchas las oportunidades que se abren. Fortalezcamos aún más las relaciones comerciales y financieras con los países aliados; apostemos a la producción nacional pero no en manos de los grandes monopolios trasnacionales; apoyemos la producción comunal y estadal. Para ello es imprescindible, ahora más que nunca, controlar el uso de las divisas. Permitir que los grandes capitales, los que nos bloquean, se las lleven libremente, es por decir lo menos, una torpeza.

Atendamos el asunto del ataque a la moneda, que en orden de prioridades, causa más daños que el propio bloqueo económico. Fortalezcamos el bolívar, respaldémoslo en oro, deslindémoslo del dólar, aumentemos las reservas en oro, que al estar en las bóvedas del BCV no podrán ni robarlas, ni bloquearlas. Empeñémonos en la recuperación de la producción petrolera.

Los bloqueos no derrocan revoluciones, mucho menos si éstas cuentan con la mayor reserva de petróleo y oro del planeta, pero sobre todo cuando cuentan con un pueblo consciente y en unión cívico militar que, ni en la peor de las tormentas, desvía su rumbo.

El sol del 25…

Risultati immagini per Revolucion de Mayo Argentinapor Julio Escalona

13ago19.- Este título evoca La Revolución de Mayo, vinculada a la independencia de Argentina, con respecto a España. Un mes antes, en abril de 1810, Venezuela había dado ese paso y nuestro himno nacional proclamó, “Seguid el ejemplo que Caras dio”. Caracas, ciudad de la revuelta latinoamericana y caribeña, viene escribiendo la historia de nuestra región desde la época de Guaicaipuro. Desde ahí se fue estampando el nombre de las batallas más significativas: Gámeza, Pantano de Vargas y Boyacá, que liberan Colombia y el territorio que luego fue Panamá; Pichincha, que libera Ecuador, y Ayacucho, que libera al Perú y el territorio que luego fue Bolivia. Proceso que abrió la posibilidad de liberar a Cuba y Puerto Rico y ocupar La Florida.

El pueblo argentino ha sabido comprender quién contribuyó a mejorar su situación material y espiritual y quién la fue deteriorando y tratando de colocar una vez más los grilletes de la esclavitud neoliberal.

Macri ha recibido una paliza. Trump, el amo de Macri, tiene dos meses para tratar de revertir estos resultados. Ahora tiene que tratar de derrocar al gobierno bolivariano de Venezuela y revertir la derrota que el pueblo argentino le ha propinado. Será más agresivo y criminal. Por lo tanto, hay que reforzar la defensa-ofensiva de nuestros pueblos y de nuestras direcciones políticas.

Los argentinos sabrán qué hacer y lo acaban de demostrar. Pero hay que reforzar las coordinaciones conjuntas en las iniciativas diplomáticas, políticas, incluso militares. La acción en los organismos multilaterales, lo que incluye a la ONU, el MNOAL, el Foro de Sao Paulo y las iniciativas con los pueblos del mundo, son decisivas y el presidente Maduro lo sabe.

Trump no está loco y sabe bien lo que está haciendo. No creo que sea cierto que carece de una política. En verdad, independientemente de su estilo personal, que resulta claramente calculado y las lagunas e ignorancias que muestre, hay una política elaborada e implementada por los poderes imperiales. En este sentido hay que tomar en cuenta la magistral intervención que hizo Judith Valencia en el programa La Hojilla. Lo que por ahora le recomiendo, muy fraternalmente y con respeto, es que problematice el planteamiento sobre una izquierda en general.

Eso dejó de existir. La izquierda hoy es muy diversa y hay corrientes que se han alejado bastante de las generalizaciones que ella hace, independientemente de que sus observaciones tienen mucho valor, pues esas visiones siguen vivitas y coleando. Por supuesto, Judith seguirá hablando de lo que a ella le parece. Eso yo lo respeto.

Trump va a seguir caotizandolo todo. Particularmente en Venezuela, que seguirá siendo el objetivo principal. Pero, la urgencia con Argentina es el reto de cómo lograr que los resultados electorales se reviertan o que se caoticen. La acción contra Argentina se puede facilitar si Venezuela cae. Ello implica que la ofensiva contra nuestra patria será bestial, como los acontecimientos políticos en desarrollo lo están mostrando ¿Podríamos estar enfrentando una ofensiva final?

Apostando a que en estado de Shock lo políticamente imposible se hace políticamente inevitable (máxima de Friedman). El Schok puede hacerse más complejo radicalizándolo particularmente en lo psicológico y mediático, combinándolo más intensamente con el soborno y la violencia contra funcionarios públicos, militares y líderes sociales, particularmente en los espacios comunales.

Debemos registrar que esa máxima fracasó en argentina y viene fracasando en Venezuela.

Anexo: El sol del 25
Ya el sol del veinticinco 
viene asomando… 
Ya el sol del veinticinco 
viene asomando… 
y su luz en el Plata 
va reflejando… 
y su luz en el Plata 
va reflejando…
¡Oíd! Ya lo anuncia la voz del cañón. 
Icemos al tope nuestro pabellón…
Y las campanas 
mezclan sus alborotos 
al de las dianas…
¡Viva la Patria!, se oye 
y el clamoreo… 
¡Viva la Patria!, se oye 
y el clamoreo… 
Y nos entra en la sangre 

cierto hormigueo… 
y nos entra en la sangre 
cierto hormigueo…
Al pueblo, al gauchaje 
hace el entusiasmo 
temblar de coraje.
Y hasta parece 
que la estatua ‘e Belgrano 
se estremeciese…
Al blanco y al celeste 
de tu bandera… 
contempla victoriosa la cordillera… 
contempla victoriosa la cordillera…
… Pa’ traerte laureles cruzaron los Andes 
San Martín, Las Heras, Soler y otros grandes… 
Y ya paisanos… ¡fueron libres los pueblos americanos!

Como señalé letra hace referencia a los eventos del 25 de mayo de 1810, cuando
tuvo lugar en Buenos Aires la Revolución de Mayo. Fue compuesto por Domingo
Lombardi y Santiago Rocca en 1910, con fragmentos de la poesía “La Media
Caña” que Lombardi escribiera en 1896.

¿Se acabó Macri?

Nessuna descrizione della foto disponibile.por Néstor Francia

Como todos los revolucionarios venezolanos, estoy muy contento con el triunfo peronista en el PASO argentino. Recuerdo que en enero, estando en La Habana, fui ponente en un foro que se titulaba “América Latina: ¿y después del ascenso de la derecha qué?” Lo primero que dije es que ese título contenía una petición de principio, ya que daba por sentado que la derecha estaba en ascenso en nuestro continente, cosa que considero falsa. Quien puso ese título confunde el momento con la época. Lo que está en ascenso en estos años primeros del siglo XXI es el sector de los progresistas, lo que genéricamente podríamos llamar la “izquierda”. Puntualicé que en los
países en los que la derecha había recuperado el gobierno, y señaladamente Argentina y Brasil, se
trataba de victorias circunstanciales y básicamente reversibles, pero que la calle seguía siendo de los progresistas. En Argentina quienes toman las calles a cada rato son los peronistas y en Brasil el PT y las fuerzas aliadas. Bolsonaro trató de montar una manifestación callejera a su favor y resultó un fiasco. Es la época que marca el principio del fin para la hegemonía imperial y para el reino de la burguesía, todas las señales apuntan a eso. Señalé en el foro que la pregunta más acuciante y difícil era otra: ¿y después del ascenso de la izquierda qué? ¿Hacia dónde vamos? ¿Qué vamos a construir después del triunfo? ¿Cómo resolveremos el magnífico caos de las contradicciones agudas y acumuladas?

La victoria del peronismo en Argentina ha sido espléndida. Nadie imaginaba un revolcón tal para
Macri y la derecha nacional e internacional, y para el imperialismo, por supuesto. La probabilidad
de una victoria definitiva de la fórmula Fernández-Fernández en octubre es alta. Sin embargo, yo
les recomendaría a los compañeros argentinos no contar los pollos antes de que nazcan, no caer
en triunfalismo. La derecha no se va a quedar de brazos cruzados, el recrudecimiento de la guerra
contra el peronismo ya se inició: esta mañana del lunes hubo una fuerte devaluación del peso
frente al dólar y empiezan los cantos de sirena sobre el retiro o la interrupción de inversiones. Ya
Macri ha hablado de que teme “una reacción adversa de los mercados”. Vendrán otra matrices y
manipulaciones, alentadas y apoyadas por el imperialismo y sus aliados, y por su inmenso aparato
mediático.

La estrategia inmediata de Macri ha de ser evitar que el peronismo se imponga en primera vuelta,
así tendrá un mes más para intentar lograr la dificilísima tarea de escamotear el triunfo popular.
Confiamos en que las fuerzas de la derecha pierdan en octubre mismo su carrera contra el tiempo.
Pero como decía el recordado comentarista deportivo Carlitos González, “yo las he visto más feas
y se han casado”. No estaré tranquilo hasta que no vea a Alberto Fernández investido Presidente.
Finalmente, Alberto Fernández es definido como un “moderado”. Es lo mismo que se decía de
Lenin Moreno, por más odiosa que luzca la comparación. Esperemos que en este caso se trate de
un hombre leal, de hecho su larga relación política con Néstor Kirchner y Cristina Fernández pudiera ser una garantía. No obstante, no olvidemos que para la derecha siempre “todas las
opciones están sobre la mesa”.

Dittatura mondiale

Nessuna descrizione della foto disponibile.di Néstor Francia

Dio sa che non sono servile con il governo. La gente sa che sostengo il governo di Nicolás Maduro, essendo un avversario critico attivo di tutti i batteri che infettano alcune parti del suo corpo e causano dolore: burocrazia, corruzione, inefficienza, indolenza, settarismo, dogmatismo.

Mali che è possibile curare, quando siamo in grado di fare la giusta diagnosi e con coraggio applicare il trattamento adeguato. Ho scritto una poesia in cui affermo: “Prima tirare il collo all’aquila / poi avvelenare i topi / Prima rompere il becco all’aquila / poi estirpare le zanne al serpente”. Mi spiego qui di seguito.

Da molto tempo non cado nel falso dilemma tra democrazia e dittatura. Innanzitutto, ciò che considero l’unica democrazia possibile, una democrazia socialista profonda e diffusa, non esiste in nessuna parte del mondo. Tutti i paesi sono governati da dittature: di un gruppo, di un partito, di una classe sociale. Nessuno dovrebbe sentirsi allarmato per ciò che affermo. Carlo Marx si riferiva già alla dittatura del proletariato come forma di governo consustanziale al socialismo. Secondo questo concetto, il proletariato diventerebbe la classe dominante esercitando la sua dittatura sulla borghesia mentre completa la transizione dal socialismo alla società senza classi, alla società superiore, al comunismo.

Certo, ci sono dittature e dittature. Le dittature di Cuba e Venezuela sono esercitate da rappresentanze che sostanzialmente esprimono gli interessi generali dei lavoratori, almeno per buona parte delle loro azioni. La dittatura della Colombia è diretta da una classe politica legata al grande capitale, al traffico di droga e al paramilitarismo.

Tuttavia, la transizione verso una vera democrazia socialista (con la maggiore partecipazione che sia possibile e con solo la quantità di rappresentanza che sia necessaria) in paesi come Cuba e il Venezuela sarà lunga e avrà luogo tra grandi contraddizioni e lotte.

Poi c’è la dittatura delle dittature, la grande dittatura mondiale, la dittatura del grande capitale transnazionale, la dittatura di una manciata di famiglie che prendono le grandi decisioni economiche e politiche che pesano su tutta l’umanità, la dittatura capitalista, la dittatura universale della borghesia. La massima rappresentazione politica di questa dittatura è il governo degli Stati Uniti d’America, l’imperialismo statunitense, con tutta la congerie di leccaculo che lo accompagnano, quelli che si sono riuniti martedì a Lima sotto il comando di John Bolton, senza mettere in questo pacchetto Messico e Uruguay, che se ne sono andati prima che fosse troppo tardi, e senza smettere di mostrare le contraddizioni interne dell’alleanza imperiale, come dimostrato dalla dichiarazione simultanea dell’Unione Europea contro l’uso di sanzioni unilaterali.

Di fronte alla dittatura mondiale oppressiva, che grava ferocemente e odiosamente contro il popolo venezuelano, in me non vi è dubbio alcuno. Oltre ogni differenza, sostengo il governo bolivariano e il presidente Nicolás Maduro, uno dei fattori fondamentali nella lotta antimperialista globale, senza se e senza ma. La sconfitta della Rivoluzione Bolivariana sarebbe una sconfitta dolorosa e molto dannosa per tutta l’umanità. La responsabilità dei venezuelani oggi ha un significato storico. Unirsi in difesa della Patria, della Rivoluzione e del governo Maduro di fronte alla brutale aggressione imperiale è un dovere imprescindibile di tutti gli antimperialisti.

Sabato 10 agosto, che tutte le voci si alzino contro la dittatura fascista degli Stati Uniti.

E per concludere in bellezza, qui di seguito la mia poesia “Prima l’aquila”:

Prima l’aquila

Prima tirare il collo all’aquila
poi avvelenare i topi

Prima rompere il becco all’aquila
poi estirpare le zanne al serpente

Prima strappare il cuore all’aquila
poi schiacciare i parassiti

Prima spennare l’aquila
poi uccidere le pulci al cane

Guardare la linea dell’orizzonte distante con la strada da percorrere
sapendo che non la raggiungeremo

perché il mondo è rotondo e il camminante non si ferma
Prima l’aquila, poi continuare a remare

_

* Membro dell’Assemblea Nazionale Costituente della Repubblica Bolivariana del Venezuela

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Come Ho Chi Minh rispose al Presidente USA Johnson

Risultati immagini per Ho Chi MinhRISPOSTA DI HO CHI MINH AL PRESIDENTE LYNDON B. JOHNSON

15 FEBBRAIO 1967 (*)

A Sua eccellenza Lyndon B. Johnson, presidente degli Stati Uniti.

Eccellenza,

il 10 febbraio 1967 ho ricevuto il Suo messaggio. Ecco la mia risposta.

Il Vietnam si trova a mille miglia dagli Stati Uniti. Il popolo vietnamita non ha mai minacciato gli Stati Uniti. Ma, contrariamente agli impegni assunti dal suo rappresentante alla Conferenza di Ginevra del 1954, il governo degli Stati Uniti non ha mai smesso di intervenire in Vietnam, ha scatenato e intensificato la guerra di aggressione al Sud Vietnam in vista di perpetuare la divisione del paese e di trasformare il Sud Vietnam in una neocolonia e in una base militare americana. Da più di due anni, con l’aviazione e con la marina militare, bombarda la Repubblica Democratica del Vietnam, un paese indipendente e sovrano.

Il governo degli Stati Uniti ha commesso crimini di guerra, crimini contro la pace e crimini contro l’umanità. Nel Sud Vietnam, mezzo milione di soldati americani e satelliti hanno fatto ricorso alle armi più disumane e ai metodi di guerra più barbari, quali il napalm, i prodotti chimici e i gas tossici, per massacrare i nostri compatrioti, per distruggere i raccolti e radere al suolo i villaggi. Nel Nord Vietnam migliaia di apparecchi americani hanno rovesciato centinaia di migliaia di tonnellate di bombe, distruggendo città, villaggi, officine, strade, ponti, dighe, sbarramenti e perfino chiese, pagode, ospedali, scuole. Nel Suo messaggio, Lei si mostra afflitto dalle sofferenze e dalle devastazioni inflitte al Vietnam. Mi permetta di domandarle: chi ha commesso quei crimini mostruosi? I soldati americani e i loro satelliti. Il governo degli Stati Uniti è interamente responsabile della gravissima situazione nel Vietnam.

La guerra di aggressione americana contro il popolo vietnamita costituisce una sfida ai paesi del campo socialista, una minaccia per il movimento di indipendenza dei popoli e un grave pericolo per la pace in Asia e nel mondo.

Il popolo vietnamita ama profondamente l’indipendenza, la libertà, e la pace. Ma di fronte all’aggressione americana si è sollevato unito come un sol uomo, non temendo né i sacrifici né le privazioni; è deciso a condurre la resistenza fino a quando non abbia conquistato l’indipendenza e la libertà reali e una pace vera. La nostra giusta causa gode dell’approvazione e dell’appoggio dei popoli del mondo intero e di larghi strati del popolo americano.

Il governo degli Stati Uniti ha scatenato una guerra di aggressione contro il Vietnam. Deve fermare quest’aggressione: è questa la sola via che possa portare al ristabilimento della pace. Il governo degli Stati Uniti deve cessare definitivamente e incondizionatamente i bombardamenti e ogni altro atto di guerra contro la Repubblica Democratica del Vietnam, ritirare dal Sud Vietnam tutte le truppe americane e satelliti, riconoscere il Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam e lasciare che sia il popolo vietnamita a regolare da solo i propri affari. Tale è il contenuto fondamentale della posizione in quattro punti del governo della Repubblica del Vietnam, che è l’espressione dei principi e delle disposizioni essenziali degli Accordi di Ginevra del 1954 sul Vietnam. È a base di ogni soluzione politica corretta del problema vietnamita.

Nel suo messaggio, Lei suggerisce colloqui diretti fra la Repubblica Democratica del Vietnam e gli Stati Uniti. Se il governo degli Stati Uniti desidera realmente questi colloqui, deve dapprima smettere incondizionatamente i bombardamenti e tutti gli altri atti di guerra contro la Repubblica Democratica del Vietnam. Soltanto dopo la cessazione incondizionata dei bombardamenti e di tutti gli altri atti di guerra contro la Repubblica Democratica del Vietnam, quest’ultima e gli Stati Uniti potrebbero avviare colloqui e discutere questioni interessanti le due parti.

Il popolo vietnamita non cederà mai davanti alla forza; non accetterà mai colloqui sotto la minaccia delle bombe.

La nostra causa è giusta. È da auspicare che il governo degli Stati Uniti agisca conformemente alla ragione.

(*) Pubblicata nel libro Ho Chi Minh. Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-
1969, a cura di Andrea Catone e Alessia Franco, Marx Ventuno edizioni, Bari, 2019.

[Trascrizione in italiano per ALBAinformazione di Marinella Correggia]

La dictadura mundial

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio all'apertopor Néstor Francia*

Sabe Dios que no soy gobiernero. Sabe la gente que apoyo al Gobierno de Nicolás Maduro siendo activo opositor crítico de todos las bacterias que afectan algunas partes de su cuerpo y causan dolor: burocratismo, corrupción, ineficiencia, indolencia, sectarismo, dogmatismo.

Males acaso curables, si somos capaces de diagnosticarlos con coraje y aplicarles tratamiento. He escrito un poema donde digo “Primero torcerle el pescuezo al águila/después envenenar a las ratas/Primero romperle el pico al águila/después sacarle los colmillos a la serpiente”. Me explico de aquí en adelante.

Desde hace mucho tiempo no soy dado al falso dilema de democracia y dictadura. Primero que nada, lo que considero la única democracia posible, la democracia socialista profunda y generalizada, no existe en ninguna parte del mundo. Todos los países son gobernados por dictaduras: de un grupo, de un partido, de una clase social. Nadie debe alarmarse por lo que afirmo. Ya Carlos Marx hablaba de la dictadura del proletariado como la forma de gobierno consustancial al socialismo. Según este concepto, el proletariado se convertiría en clase dominante y ejercería su dictadura sobre la burguesía mientras se completaba la transición del socialismo a la sociedad sin clase, la sociedad superior, el comunismo.

Por supuesto, hay dictaduras de dictaduras. Las dictaduras de Cuba y Venezuela son ejercidas por representaciones que básicamente expresan los intereses generales del pueblo trabajador, al menos en buena parte de sus ejecutorias. La dictadura de Colombia es dirigida por una clase política vinculada al gran capital, al narcotráfico y al paramilitarismo.

Sin embargo, el tránsito hacia una real democracia socialista (con tanta participación como sea posible y solo tanta representación como sea necesaria) en países como Cuba y Venezuela será largo y se dará en medio de grandes contradicciones y luchas.

Ahora bien, existe hoy la dictadura de las dictaduras, la gran dictadura mundial, la dictadura del gran capital transnacional, la dictadura del puñado de familias que toman las grandes decisiones económicas y políticas que afectan a toda la Humanidad, la dictadura capitalista, la dictadura universal de la burguesía. La máxima representación política de esa dictadura es el gobierno de los Estados Unidos de América, el imperialismo norteamericano, con toda la sarta de lameculos que lo acompañan, los que ese reunieron el martes en Lima bajo el comando de John Bolton, sin meter en ese paquete a México y Uruguay, que se fueron antes de que se les hiciera demasiado tarde, y sin que dejaran de asomarse las contradicciones internas de la alianza imperial, como se demostró con la declaración simultánea de la Unión Europea contra el uso de sanciones unilaterales.

Frente a la dictadura mundial opresora, que carga con saña y odio contra el pueblo venezolano, no hay en mí ni ápice de dudas. Por encima de cualquier diferencia apoyo sin cortapisas al Gobierno Bolivariano y al presidente Nicolás Maduro, uno de los factores fundamentales de la lucha antiimperialista mundial. La derrota de la Revolución Bolivariana sería una dolorosa y muy dañina derrota de toda la Humanidad. La responsabilidad de los venezolanos hoy día es de trascendencia histórica. Unirnos en defensa de la Patria, de la Revolución y del gobierno de Maduro frente a la brutal agresión imperial es un deber insoslayable de todos los antiimperialistas.

El sábado 10 de agosto, que se escuchen todas las voces contra la dictadura fascista de Estados Unidos.

Para finalizar en buena onda, va mi poema “Primero el águila”:

Primero el águila

Primero torcerle el pescuezo al águila
después envenenar a las ratas

Primero romperle el pico al águila
después sacarle los colmillos a la serpiente

Primero arrancarle el corazón al águila
después aplastar a las alimañas

Primero desplumar al águila
después matarle las pulgas al perro

Mirar el horizonte lejano con el camino por delante
sabiendo que nunca terminaremos de llegar

porque el mundo es redondo y el caminante no se detiene
Primero el águila, después seguir remando

_
* Miembro de la Asamblea Nacional Constituyente de la República Bolivariana de Venezuela 

___

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