C’è vita oltre la Troika ed è una bella vita

foto 1di Fabrizio Verde

L’Indro.- C’è vita oltre la Trojka ed è una bella vita. Parafrasando una celebre espressione dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner, questo sembra voler lasciare intendere il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista, che in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa spagnola Efe, ha lanciato una proposta rivolta al sud Europa: Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, i Paesi maggiormente colpiti dalla devastante crisi economica che si è abbattuta sulla gran parte del mondo occidentale, dovrebbero staccarsi dall’Unione Europea e creare un blocco organizzato sul modello dei Paesi latinoamericani riuniti nell’Alba (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America).

Alba è l’Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America, è un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra le Nazioni dell’America Latina e quelle caraibiche, reso concreto nel 2004 sulla scorta dell’iniziativa presa dal Venezuela e da Cuba. Significativamente il primo e l’ultimo Paese latinoamericano a conquistare l’indipendenza. Progetto che affonda le sue radici negli intenti chiave del ‘Libertador’ Simon Bolivar: il Congresso Anfictiónico di Panama e il Piano di liberazione delle Grandi Antille dei Caraibi. La prima proposta di creazione del blocco regionale, che attualmente copre oltre 2,5 milioni di Km quadrati con una popolazione di oltre 73 milioni di abitanti, fu avanzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez che raccolse l’invito del leader cubano Fidel Castro. Durante il III Vertice dei capi di Stato e di Governo dell’Associazione degli Stati dei Caraibi, Chávez dichiarò: «E’ tempo di ripensare e reinventare i debilitati e agonizzanti progetti d’integrazione subregionale e regionale (Alca su tutti ndr) la cui crisi è la più chiara manifestazione della mancanza di un progetto politico condiviso. Fortunatamente, in America Latina e nei Caraibi spira il vento giusto per lanciare l’Alba come un nuovo schema d’integrazione regionale che non si limita al mero scambio commerciale, ma guarda al nostro contesto storico e culturale comune, punta lo sguardo verso l’integrazione politica, sociale, culturale, scientifica, tecnologica e fisica». Per raggiungere i suoi obiettivi, il blocco dei Paesi riuniti nell’Alba basa la sua attività su alcuni princìpi basilari:  

  • Gli scambi e gli investimenti non devono essere fini a se stessi, ma strumenti per raggiungere un grado di sviluppo giusto e sostenibile. Una vera integrazione latinoamericana non può essere figlia del mercato, né una semplice strategia per estendere i mercati esteri o stimolare il commercio. Per raggiungere questo obiettivo, è necessaria l’effettiva partecipazione dello Stato come regolatore e coordinatore delle attività economiche.
  • La complementarità economica e la cooperazione tra i paesi partecipanti e non la concorrenza tra i paesi e le produzioni, in modo tale che si promuova una specializzazione produttiva, efficiente e competitiva che sia compatibile con lo sviluppo economico equilibrato di ogni Paese, e con la strategia di lotta alla povertà e preservazione dell’identità culturale dei popoli.
  • Sviluppo integrato delle comunicazioni e dei trasporti tra i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, che includa piani congiunti per i collegamenti stradali, ferroviari, per le linee marittime ed aeree, oltre alle telecomunicazioni.
  • Azioni volte a garantire la sostenibilità dello sviluppo mediante regole che tutelino l’ambiente, favoriscano l’uso razionale delle risorse e impediscano la proliferazione di modelli basati sullo spreco, alieni alla realtà dei nostri popoli.
  • Integrazione energetica tra i paesi della regione, al fine di garantire la fornitura stabile di prodotti energetici a beneficio delle società latinoamericane e dei Caraibi, come promuove la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con la creazione di Petroamerica.
  • Incoraggiare gli investimenti di capitali latinoamericani in America Latina e nei Caraibi, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dei paesi della regione dagli investitori stranieri. A questo scopo verranno creati un Fondo Latinoamericano d’Investimenti e una Banca di Sviluppo del Sud.

  La proposta di Di Battista

Il progetto Alba risulta essere agli antipodi se confrontato all’attuale Unione Europea di cui l’Italia è parte integrante e membro fondatore. Tornando quindi alla proposta lanciata da Alessandro Di Battista, essa è certamente ambiziosa e di non facile attuazione.

Ad ogni modo, la stessa America Latina prima dell’Alba usciva da un duro e devastante periodo dal punto di vista economico, la “larga noche neoliberal” secondo la definizione del presidente ecuadoriano Rafael Correa, un ex economista formatosi in Belgio e negli Stati Uniti.

Pertanto il deputato italiano ha reso noto che si recherà, presumibilimente entro la fine dell’anno, in Ecuador e Bolivia per «raccogliere informazioni e vedere le conquiste che i Paesi dell’Alba hanno raggiunto» grazie alla loro alleanza. Un’alleanza formata «sotto un comune denominatore – ha spiegato Di Battista – che è la solidarietà. E’ la stessa idea che noi del Movimento 5 Stelle proponiamo a Grecia, Portogallo e Spagna per unirci». Aggiungendo che «se si parla di solidarietà tra paesi in difficoltà, per me le conquiste dei Paesi dell’Alba in materia socio-economica sono un esempio». In questo «l’Europa ha molto da imparare dall’America Latina», anche se «ovviamente l’America Latina e l’Europa hanno problematiche diverse, i loro Paesi sono diversi».

Intenzione che raccoglie il plauso della professoressa Alessandra Riccio dell’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, esperta di questioni afferenti l’America Latina nonché condirettrice con Gianni Minà della rivista Latinoamerica, che a L’indro dichiara: «Sono assolutamente d’accordo sull’opportunità di conoscere quel che sta accadendo tra i Paesi dell’Alba e non solo per la loro alleanza basata sulla solidarietà, ma perché ciascuno di questi Paesi ha intrapreso un processo di trasformazione sociale molto interessante». L’obiettivo che ha infine indicato Alessandro Di Battista, è quello di iniziare una lotta «contro il potere concentrato in poche mani. In Europa, in quelle della Trojka, dove il potere centrale composto dalla Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale, sta causando gravi danni a milioni di persone». Pertanto il deputato italiano ha auspicato «un’alleanza tra cittadini che, attraverso i movimenti e le forze politiche, condividano una visione comune per uscire dalla crisi», che può essere superata «abbandonando l’Euro e tornando alle monete nazionali, stabilendo inoltre relazioni commerciali di solidarietà tra i paesi che sono stati più colpiti dal potere centrale».

A questo punto la professoressa Riccio mette sul tavolo un problema oggettivo, che va a cozzare con la volontà espressa dal parlamentare italiano: «I Paesi dell’Alba hanno governi contrari al neoliberismo, mentre quelli di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia – fino a questo momento – sono orientati alla strenua difesa del neoliberismo». Aggiungendo che «la rinascita dell’America Latina viene prima dell’Alba, si è trattato di un processo lento e faticoso che ha capito la necessità di unirsi in presenza di un nemico troppo potente: non solo il Fondo Monetario Internazionale, ma le classi potenti, le caste, il malaffare, la corruzione, la pesante presenza degli Stati Uniti».

Analizzando, in conclusione, le possibili ripercussioni verso questo ipotetico nuovo blocco di paesi, che senza ombra di dubbio farebbe saltare il banco nel Vecchio Continente con la rottura dell’unione politica e monetaria, la condirettrice di Latinoamerica ritorna al punto di partenza, ossia ai Paesi dell’Alba: «La reazione sarebbe la stessa che abbiamo visto verso i Paesi dell’Alba. Un’alleanza che va contro il manovratore e va contro l’ordine stabilito». A testimoniarlo vi sono il tentativo fallito di golpe contro Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela del 2002, la deposizione in Honduras avvenuta per mano dell’esercito del legittimo presidente Manual Zelaya, il tentato golpe ai danni di Rafael Correa, le campagne di destabilizzazione contro il presidente boliviano Evo Morales, così come quelle poste in essere con particolare violenza nel Venezuela orfano di Chávez.

L’Espresso: concentrato di disinformazione sull’Ecuador

efe70927di Fabrizio Verde

Tra un’informazione corretta, precisa e puntuale sul progetto di sfruttamento delle risorse petrolifere presenti nell’Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), nel parco nazionale dello Yasuni, in Ecuador, dove andrà ad essere intaccato meno dell’1 per mille del territorio, e un’informazione parziale, strumentale, lacunosa e mistificatoria, ‘l’Espresso’ ha scelto la seconda opzione. Come sempre accade, d’altronde, quando i media italiani afferenti al circuito mainstream si occupano di America Latina.

In particolare di quei paesi, come l’Ecuador, dove pur tra tante contraddizioni e problematiche sono in atto dei poderosi programmi di trasformazione sociale che rigettano i dettami del neoliberismo, la «larga noche neoliberal» per dirla con le parole del presidente ecuadoriano Rafael Correa, che a quelle latitudini ha prodotto esclusivamente devastazione. Economica e sociale. Delle vere e proprie rivoluzioni, come in Venezuela e Bolivia per citare due paesi a caso, che ovviamente non sono ben “viste” – usando un eufemismo – nella parte settentrionale dell’emisfero americano dove credono ancora che l’America del sud sia il proprio cortile di casa, «el patio trasero».

L’obiettivo dell’articolo di “approfondimento” de ‘l’Espresso’ – corredato da una suggestiva quanto subdola galleria fotografica – è chiaro: screditare il presidente Correa e il progetto di Revolucion Ciudadana portato avanti nel paese andino. Il capo dello stato è infatti dipinto come una sorta di nuovo caudillo populista, il cui alto consenso poggia, essenzialmente, sui proventi derivanti dal petrolio, oltre che sul ferreo controllo esercitato nei confronti dei mezzi d’informazione.

Niente di più falso: basti pensare che la «Ley Organica de Comunicacion» in vigore in Ecuador considera l’informazione un bene pubblico, al pari dell’acqua per fare un esempio banale, ed è volta a favorire la nascita di nuove forme di democrazia nell’ambito della comunicazione. Come stabilisce la Costituzione ecuadoriana, una delle più avanzate al mondo. In un paese dove i media privati ebbero un ruolo determinante nel tentativo di golpe ai danni di un presidente evidentemente “scomodo”.

Tornando alla questione Yasuni, dove Correa viene descritto alla stregua di un trivellatore incallito oltre che smanioso di distruggere la più importante riserva di biodiversità a livello mondiale tra le proteste dei cittadini e delle comunità indigene, bisognerebbe forse ricordare ai giornalisti de ‘l’Espresso’ che – secondo un sondaggio condotto dalla Cedatos Gallup – il 56% circa degli ecuadoriani approva il progetto di sfruttamento delle riserve petrolifere. In primis perché ciò permetterà di «migliorare le condizioni di vita della popolazione», poi perché la «comunità internazionale non ha mantenuto le proprie promesse».

Nell’articolo viene inoltre espressa preoccupazione per le comunità indigene waorani, le cui tribù vivono nei luoghi interessati dall’estrazione del petrolio. Bene, i giornalisti della rivista forse non sanno che nel settembre del 2013 i waorani stessi, tramite il loro dirigente Gabamo Enquemo, hanno dichiarato al governo il loro appoggio al progetto estrattivo, a patto però, che anche le loro popolazioni possano trarre beneficio dalle risorse derivanti dalla vendita del petrolio.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo sintonizzati anche i vari sindaci dei municipi amazzonici: le comunità locali hanno bisogno di risorse per migliorare le proprie condizioni di vita, per questo appoggiano l’intento del governo.

immagine: El Telegrafo

immagine: El Telegrafo

Insomma, da una lettura più attenta dei fatti, non sembra affatto che l’Ecuador stia sacrificando l’Amazzonia al dio profitto, come titola in maniera roboante la rivista. Innanzitutto perché l’Ecuador, che è un paese in via di sviluppo, aveva lanciato una chiara proposta all’intera comunità internazionale, con in testa i paesi ricchi: l’estrazione di petrolio non sarebbe stata avviata se fosse stato garantito al paese andino una cifra pari a circa la metà degli introiti che sarebbero stati ottenuti dallo sfruttamento della materia prima. 2,5 miliardi di euro in dodici anni, necessari per migliorare le condizioni di vita della popolazione e sradicare la povertà. I fondi messi a disposizione dopo ben 6 anni saranno di soli 10 milioni di euro, una cifra assolutamente irrisoria e insufficiente. Dunque, al presidente Correa non restò che prendere atto dell’ipocrisia dei paesi ricchi, e procedere con il progetto di sfruttamento di una minuscola, ma importante quota delle riserve petrolifere, spiegando: «Non faremo morire di fame la nostra gente per supplire all’irresponsabilità dei contaminatori globali. Andiamo a sfruttare il blocco ITT con la massima responsabilità ambientale e sociale, per superare rapidamente la povertà».

Bisogna tener conto, a tal proposito, che le trivellazioni saranno effettuate utilizzando le più recenti tecnologie disponibili, per minimizzare l’impatto ambientale. Un tipo di estrazione, che potremmo definire ‘pulita’, già messa in atto da Petroamazonas per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Pañacocha. «Oggi esistono le tecnologie per effettuare perforazioni in maniera direzionale» spiega il Presidente del ‘Foro Energético y Minero del Ecuador’ Leonardo Carpio, «vale a dire fare un primo pozzo verticale e successivamente, nel sottosuolo, realizzare perforazioni orizzontali profonde per estrarre il petrolio senza danneggiare la parte superiore dove s’incontra la biodiversità».

Inoltre lo stesso Correa, recatosi in Amazzonia all’inizio di novembre per controllare lo stato di avanzamento dei lavori, ha confermato l’intenzione di utilizzare le più avanzate tecnologie in materia d’estrazione: «Voglio verificare che si stiano utilizzando tecnologie di punta – ha spiegato il presidente ecuadoriano – verremo a controllare con giornalisti nazionali e internazionali in modo che possano informare obiettivamente». L’obiettivo è quello di sfruttare la risorsa petrolifera per sconfiggere definitivamente la povertà, senza però la devastazione ambientale provocata da Chevron. Un vero e proprio crimine, ben documentato dal reportage fotografico realizzato da l’Espresso.

L’articolo, infine, poggia sul presupposto che l’Ecuador non sia mai stato interessato a preservare lo Yasuni, ma in realtà intenzionato a trivellare ed estrarre il petrolio. A tal fine, viene citato un documento pubblicato dal prestigioso quotidiano britannico ‘The Guardian’ dove viene mostrato come l’Ecuador più che interessato alla raccolta fondi, fosse impegnato a negoziare in gran segreto con la Cina lo sfruttamento delle risorse petrolifere presenti nell’area.

Ci troviamo di fronte, quindi, a un paese in via di sviluppo e di orientamento eco-socialista colto mentre tratta segretamente con l’energivoro gigante socialista asiatico – accusato dal mainstream di ogni nefandezza – lo sfruttamento di risorse petrolifere giacenti in un’area protetta. Un fatto tanto clamoroso quanto appetibile per certa informazione. Peccato però si tratti in realtà di un documento chiaramente contraffatto, tanto da costringere il quotidiano britannico a ritirare dal suo sito il documento manipolato.

L’autore della manipolazione risulta essere tale Fernando Villavicencio, ex sindacalista del settore petrolifero rifugiato negli Stati Uniti. 

In ultima analisi, possiamo affermare senza tema di smentita che il reportage de ‘l’Espresso’, più che informare, porta uno scomposto attacco frontale all’Ecuador e al suo presidente Rafael Correa. Utilizzando tesi e tecniche di un certo «ambientalismo» molto in voga in America Latina, in quei paesi dove sono in corso rivolgimenti sociali che vanno a cozzare con gli interessi dell’impero nordamericano. Entusiasmanti rivoluzioni che hanno l’ardire di mostrare che c’è vita oltre il neoliberismo. E che vita!

Ecuador: tablets per gli studenti come libri di testo

da elciudadano.gob.ec

Quito (Pichincha).-Il presidente Rafael Correa ha annunciato questo lunedì che nel 2015 il Governo consegnerà un milione di tablets agli studenti dell’Educazione Generale di Base, in modo che fin dalla tenera età i bambini acquisiscano familiarità con la tecnologia e, soprattutto, evitando lo spreco di carta.

Il Mandatario ha dato a conoscere questo progetto durante l’inaugurazione dell’anno scolastico del periodo 2014 nella la Sierra della Amazonía durante l’apertura ufficiale di un Colegio nel nordovest di Quito, che con un investimento di circa 5 milioni di dollari beneficerà 1140 studenti al giorno.

Il governante ha informato che la consegna dei tablets, che saranno prodotti nel paese, sarà finanziata con il 12% degli utili che ricevono i lavoratori delle imprese telefoniche mobili che usano un bene naturale appartenente a tutti gli Ecuatoriani.

Il Capo di Stato ha reiterato che non considera giusto che 4 500 famiglie facciano profitti con un bene pubblico: lo spettro radioelettrico che utilizzano le società telefoniche.

Correa ha ratificato la decisione che, se sarà approvata nella Assemblea il progetto di riforma di legge delle telecomunicazioni, gli operatori telefonici mobili dovranno redistribuire il 15% degli utili, 3% a favore dei lavoratori e il 12% per lo Stato, per un totale di 100 milioni di dollari che possono essere investiti in progetti sociali.

«Il mio dovere è quello di prendermi cura del bene di tutti gli Ecuatoriani», ha affermato il Mandatario sostenendo che lo spettro radioelettrico è una risorsa naturale sulla quale lo Stato esercita la propria sovranità.

Inoltre ha ribadito che quest’anno circa 10 000 docenti riceveranno l’abilitazione affinché possano optare per la riclassificazione e in base ai corsi di aggiornamento delle conoscenze e venga loro riconosciuto l’incremento salariale, che potrà essere finanziato con il 12% degli utili che ricevono i lavoratori delle società di telefonia mobile.

Ha precisato che il processo della Rivoluzione Ciudadana pensa alla educazione di qualità e all’accesso massivo, «nell’uguaglianza delle condizioni, credo nella solidarietà». Ha riferito che non c’è migliore investimento di quello che si realizza nell’educazione poiché la base della democrazia sta nella qualità dell’educazione. MNC/El Ciudadano

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Correa: «Il socialismo è la scelta giusta per l’America Latina»

guatemalacorreada Telesur

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha dichiarato che il socialismo è l’unica opzione per una regione così diseguale come l’America Latina. Le sue osservazioni hanno avuto luogo in occasione del Forum Esquipulas celebrato in Guatemala, dove il presidente ha avuto modo di spiegare i fattori chiave del modello ecuadoriano.

Nella cerimonia di apertura, Correa ha tenuto una lectio magistralis intitolata «L’essere umano prima del profitto: una differente visione economica per lo sviluppo economico».

Tra i successi ottenuti dal suo governo, il presidente ecuadoriano ha sottolineato l’acquisto di gran parte del debito estero per una cifra pari a un terzo del suo valore, la rinegoziazione dei contratti petroliferi a favore dello Stato che così ottiene profitti più elevati e le entrate fiscali triplicate che hanno permesso investimenti in opere pubbliche di cui possono beneficiare la maggioranza degli ecuadoriani.

Ha inoltre menzionato anche alcune cifre che dimostrano il successo del modello ecuadoriano. Sottolineando che l’Ecuador ha ridotto di otto punti la concentrazione del reddito (diseguaglianza), un risultato quattro volte superiore alla media in America Latina.

Egli ha sottolineato l’importanza dell’educazione «come diritto, oltre che generatrice di talento umano».

«Superare la povertà è il più grande imperativo morale che ha il pianeta. Per la prima volta nella storia dell’umanità la povertà è frutto di sistemi ingiusti ed escludenti. Questo sarà risolto per mezzo di processi politici. Per questo siamo qui – ha concluso il presidente – noi vogliamo ritornare ad avere sistemi includenti».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’informazione un bene pubblico come l’acqua per legge? Ecco come si può fare

Rafael-Lollantidiplomatico.it Tra democratizzazione e sovranità, la rivoluzione della Ley Orgánica de Comunicación ecuadoriana

di Fabrizio Verde

«I risultati della Ley de Comunicación sono molto positivi, sono davvero contento di questa legge», con queste parole il presidente ecuadoriano Rafael Correa ha promosso a un anno dall’entrata in vigore la «Ley Orgánica de Comunicación». Una legge con cui l’Ecuador ha rivoluzionato il campo della comunicazione,stabilendo che l’informazione è un bene pubblico, al pari dell’acqua.  

Riforma fortemente voluta dal presidente per scardinare un sistema imperniato su quello che Chavez definiva in maniera molto efficace il «latifondo informativo commerciale» – basti pensare che al 2006 anno della prima elezione di Correa i privati detenevano il 97% delle frequenze radiotelevisive – e volta a favorire la nascita di nuove forme di democrazia nell’ambito della comunicazione.

Così come stabilisce la Legge Fondamentale ecuadoriana – una delle più avanzate al mondo – che prevede il diritto di partecipazione ai processi di comunicazione e il diritto per i cittadini a ricevere una buona informazione. La costituzione del paese andino prescrive inoltre che accanto ai settori pubblico e privato, cresca un terzo polo no profit, definito «comunitario», il quale deve svilupparsi su di un piano di assoluta parità rispetto al pubblico e al privato. Con lo Stato che opera per concretizzare la crescita e il rafforzamento del polo comunitario, sostenendolo attraverso crediti agevolati per l’acquisto di attrezzature ed esenzioni dalle imposte. 

Ragion per cui la Ley Orgánica de Comunicación ecuadoriana ha lo scopo di «sviluppare, proteggere e regolare, l’esercizio dei diritti alla comunicazione stabiliti costituzionalmente». Come recita il primo articolo. In base a questo assunto la nuova disposizione di legge prevede (art. 106) la revisione delle frequenze concesse – in primis le numerose illegalmente assegnate – che attualmente vengono così ripartite: 34% ai media comunitari, 33% media pubblici, 33% media privati. 

Al contempo l’articolo 113 impedisce che una persona fisica o giuridica possa accumulare o concentrare concessioni di frequenze. Insomma, una concezione realmente democratica del sistema informativo: non più basato sul profitto, che scongiura la concentrazione della proprietà dei media nella mani di pochi, un sistema finalmente non più asservito agli interessi privati e dell’imperialismo. Di norma avvezzo alla calunnia più che all’informazione, come avveniva allorquando imperversava il cupo dominio neoliberale. Come sperimentato dallo stesso Correa sulla sua pelle nel 2010 in occasione del fallito golpe ordito dall’opposizione. 

Per questo motivo il presidente ecuadoriano, riflettendo sulla nuova legge ha commentato: «Così come abbiamo il diritto di controllare il potere politico e quello economico, abbiamo altresì il diritto di controllare il potere mediatico».

Risulta lampante a prima vista come la Ley Orgánica de Comunicación rifletta nel mondo della comunicazione il bisogno impellente di democratizzazione già in atto nella società ecuadoriana profondamente trasformata negli ultimi sette anni, segnati da quel processo di radicale trasformazione politica e sociale denominato Revolucion Ciudadana.
A tal fine la legge prevede che le autorità pubbliche lavorino per «creare le condizioni materiali, giuridiche e politiche, per raggiungere e approfondire la democratizzazione della proprietà e l’accesso ai mezzi di comunicazione, a creare mezzi di comunicazione, produrre spazi di partecipazione, all’accesso alle frequenze dello spettro radioelettrico assegnate per i servizi radiofonici e televisivi».
La legislazione voluta da Correa, oltre che sul concetto di democrazia insiste molto anche su quello di sovranità. Un binomio inscindibile a queste latitudini dove vi sono popoli che hanno sofferto il dramma del colonialismo dapprima, e la tracotanza dell’imperialismo in seguito. 
 
Risulta quindi naturale oltre che lungimirante la rivendicazione di sovranità (art. 6) dei mezzi di comunicazione ecuadoriani: «…i mezzi di comunicazione di carattere nazionale non potranno appartenere interamente o parzialmente, in forma diretta o indiretta, a organizzazioni o società straniere domiciliate fuori dallo Stato Ecuadoriano né a cittadini stranieri, eccetto quelli che risiedono in maniera regolare nel territorio nazionale».
 
Un concetto che si riverbera nell’art. 97 dove il legislatore stabilisce per i media audiovisivi a copertura nazionale l’obbligo di destinare almeno il 60% della programmazione giornaliera a contenuti di produzione nazionale. Analogamente (art.98) anche la pubblicità diffusa in territorio ecuadoriano dev’essere di produzione nazionale. Fatta eccezione per quelle campagne internazionali «destinate a promuovere il rispetto e l’esercizio dei diritti umani, la pace, la solidarietà e lo sviluppo umano». 

Una differenza a dir poco abissale con l’Italia – per citare un esempio afferente la vecchia Europa in deciso declino – letteralmente invasa da produzioni nordamericane e anglosassoni. Dove il settore si trova in piena crisi, segnato da delocalizzazioni e disoccupazione crescente. Si calcola che negli ultimi due anni sono stati persi oltre 2500 posti di lavoro, nella sostanziale ignavia dei governi succedutisi.

Infine l’Ecuador risulta essere il primo stato al mondo ad aver introdotto il divieto per i gruppi bancari e finanziari – dopo un referendum popolare tenutosi nel maggio 2011 - a detenere partecipazioni azionarie o essere proprietari di mezzi di comunicazione. Al contempo, invece, si allargano i diritti per la cittadinanza che può organizzare (art. 38) «udienze pubbliche, veedurias, assemblee, consigli comunali popolari, osservatori, o altre forme organizzative, per influenzare la gestione dei mezzi di comunicazione e sorvegliare sul pieno compimento dei diritti alla comunicazione da parte di qualunque mezzo di comunicazione». 

Dunque, al netto delle sciatte critiche alla legge rilanciate in maniera acritica dal circuito mainstream, l’Ecuador introduce nel campo dell’informazione e della comunicazione elementi di controllo popolare e democrazia diretta. Per evitare che, come troppo spesso è accaduto in passato, il circuito mediatico invece di adempiere al proprio lavoro d’informazione, si faccia strumento di poteri oscuri. 

 

 

La Strategia del golpe blando

di Enrique Orellana (Somos iglesia de Chile)

Il cosiddetto “golpe blando” o “golpe morbido” è una strategia di “azione non violenta” ideata dal politologo e scrittore americano Gene Sharp, verso la fine dello scorso secolo e si è estesa durante l’ultimo decennio dell’attuale.

In una opportunità Sharp indicò che «la natura della guerra del XXI secolo è cambiata (…) Noi combattiamo con armi psicologiche, sociali, economiche e politiche».

Sotto questo aspetto Sharp segnala che «nei Governi, se i soggetti non obbediscono, i leader non hanno potere. Queste sono le armi che attualmente si usano per abbattere i Governi senza ricorrere alle armi convenzionali».

Per lo scrittore americano, in questo momento le guerre che si combattono “corpo a corpo” non sono efficaci e, inoltre, implicano enormi costi economici e di spostamento. Un esempio di ciò sono le costosissime operazioni militari degli Stati Uniti in paesi quali l’Iraq e l’Afganistan che si sono protratte per più di un decennio.

Per tale motivo Sharp scommette su una serie di misure che mirano all’indebolimento del governo con l’obiettivi di realizzare la frattura istituzionale, «come stanno cercando di fare in Venezuela», secondo il presidente ecuadoriano Rafael Correa, tra altri esperti.

L’autore del polemico saggio dal titolo Dalla dittatura alla democrazia, nel quale si descrivono 198 metodi per abbattere i Governi mediante “golpe morbidi”, considera che la strategia si possa eseguire in cinque passi che l’agenzia di stampa Russia Today (RT) ha compilato:

  1. La prima tappa consiste nel promuovere azioni non violente per generare e promuovere un clima di malessere nella società. Tra queste azioni si possono annoverare le accuse di corruzione, potenziamento degli intrighi o divulgazione di rumors.
  2. La seconda tappa consiste nello sviluppare campagne per la «difesa della libertà di stampa e dei diritti umani», accompagnate da accuse di totalitarismo contro il Governo in carica.
  3. La terza tappa si fonda nella lotta attiva per le rivendicazioni politiche e sociali e nella manipolazione delle masse affinché intraprendano manifestazioni e proteste violente, minacciando le istituzioni.
  4. La quarta tappa si basa sull’esecuzione di operazioni di guerra psicologica e di destabilizzazione del Governo, creando un clima di “ingovernabilità”.
  5. La quinta e ultima tappa ha come scopo costringere alla rinuncia il Presidente di turno, mediante sommosse stradali per il controllo delle istituzioni, mantenendo nel frattempo alta la pressione nella strada. Parallelamente si prepara il terreno per un intervento militare, mentre si sviluppa una guerra civile prolungata con isolamento internazionale del paese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione – Si ringrazia Rosa Schiano per la indicazione della vignetta.]

 

Debito ecologico: l’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità

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di Fabrizio Verde

21nov2013.- Con ancora negli occhi le tremende immagini di morte e distruzione provenienti dalle Filippine, hanno raggiunto Varsavia per la 19° Conferenza degli Stati Membri della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e del Protocollo di Kyoto, le delegazioni di 195 paesi, riunitesi al fine di delineare una strategia comune di salvaguardia dell’ambiente e per giungere a una significativa riduzione dell’emissione dei gas serra entro l’anno 2020.

Un incontro non decisivo, ma propedeutico, al Summit dei Capi di Stato in programma a Lima nel settembre del 2014 e alla successiva Conferenza di Parigi (2015) dove presumibilmente verrà stretto un accordo giuridicamente vincolante sull’emissione dei gas serra. Tra le delegazioni presenti si è distinta quella ecuadoriana – guidata dal Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia – per la nettezza delle posizioni espresse e la «sfida» lanciata alle nazioni industrializzate attraverso la proposta delle Emissioni nette Evitate (ENE).

L’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità. La proposta dello stato andino prevede che vi siano compensazioni economiche e benefici oltre al trasferimento di tecnologie – per scongiurare l’aumento delle emissioni in atmosfera dei gas serra – a quei paesi in via di sviluppo che s’impegnano a ridurre le quantità di sostanze inquinanti prodotte. Insomma, l’Ecuador ripropone lo stesso meccanismo ideato per il progetto Yasuni-ITT dove si è ancora una volta evidenziata la grande ipocrisia dei paesi ricchi. Quegli stessi paesi che hanno un immenso debito ecologico da saldare con le popolazioni mondiali, ma nessuna intenzione di far seguire agli impegni e alle belle parole spese in difesa dell’ambiente i conseguenti atti necessari. A partire dallo stanziamento risorse economiche.

«L’impostazione della nostra proposta prevede, per quei paesi in via di sviluppo come il nostro – spiega il Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia secondo quanto riportato dal quotidiano ‘El Telegrafo’ – la possibilità di ricevere benefici economici e trasferimenti di tecnologia e capacità per evitare l’emissione di gas serra».

Secondo i rappresentanti dello stato guidato da Rafael Correa le risorse economiche necessarie a concretizzare la proposta dovrebbero essere attinte dal Fondo Verde per il Clima dell’Onu (Green Climate Found) istituito in seguito al Vertice di Copenhagen del 2009, dove i paesi industrializzati si erano i impegnati al suo finanziamento. Il fondo dovrebbe essere finanziato con 6 miliardi di dollari all’anno, ma a tutt’oggi le risorse disponibili sono pari a zero.

«Il cambiamento climatico – spiega il funzionario ecuadoriano Daniel Ortega – comporta una responsabilità storica, il debito ecologico è il risultato di un modello di sviluppo e accumulazione della ricchezza insostenibile, dove l’ambiente è stato percepito come un inghiottitoio».

Posizione peraltro appoggiata dalla delegazione venezuelana guidata da Claudia Salerno – facente parte insieme all’Ecuador e altri paesi in via di sviluppo del G77+China – «famosa» per aver battuto così vigorosamente la mano sul tavolo nel tentativo di farsi ascoltare, durante il vertice del 2009 a Copenhagen, fino a farla sanguinare. «Quando vedete paesi sviluppati così avventuristi – ha dichiarato la funzionaria venezuelana – da affermare di non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di una diminuzione delle emissioni, e di non voler pagare i costi che le loro omissioni in materia ambientale hanno sulle vite degli altri, questo è davvero un comportamento rozzo e molto complicato da maneggiare politicamente».

Sin pobreza ma con naturaleza. Ancora una volta l’Ecuador si conferma come un paese all’avanguardia per quanto riguarda l’ambiente e diritti della natura, che giova sempre ricordarlo lo stato andino ha inserito nella propria costituzione. Caso unico, in un mondo dominato dalla ricerca spasmodica del massimo profitto.

Ad ogni modo, come ha più volte ricordato il presidente Rafael Correa, l’Ecuador continua a lavorare alacremente per sradicare in maniera definitiva la povertà: così i proventi dallo sfruttamento dell’uno per mille del parco Yasuni, nonostante le critiche strumentali di certi settori minoritari dell’ambientalismo estremo, saranno destinati a questo scopo. «Non faremo morire di fame la nostra gente – affermò Correa – per supplire all’irresponsabilità dei contaminatori globali. Andiamo a sfruttare il blocco ITT con la massima responsabilità sociale e ambientale, per superare più rapidamente la povertà».

Inoltre bisogna ricordare che in Ecuador è in atto il cambiamento della matrice produttiva e la nazione si avvia sempre più verso un utilizzo maggiore delle fonti di energia pulita, in luogo dei combustibili di origine fossile. Nell’Ecuador della Revolucion Ciudadana i diritti sociali avanzano rapidamente, così come si fanno passi da gigante nella salvaguardia dell’ambiente, come dimostra in maniera lampante la forte campagna legale e di denuncia intrapresa contro la multinazionale Chevron che in Amazzonia ha prodotto una vera e propria devastazione ambientale.

 

Le mani sporche della multinazionale petrolifera statunitense Chevron

di Geraldina Colotti

18Set2013.- ECUADOR: Il presidente Rafael Correa ha dato inizio alla campagna contro la Chevron per danni ambientali. «La mano negra de Chevron», la mano sporca della Chevron. Si chiama così la campagna lanciata da Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, contro la multinazionale statunitense che ha acquisito la precedente Texaco.

Correa ne ha illustrato i termini durante un viaggio in Amazzonia in cui si è soffermato soprattutto nei pressi del pozzo petrolifero Aguarico 4, nella regione di Sucumbios, dove ha operato la compagnia Usa. La multinazionale, che ha spadroneggiato in quella zona tra il 1972 e il 1990 sotto il marchio Texaco, prima di essere acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato l’area e per questo è stata condannata a pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali, nel febbraio 2011. E si rifiuta di pagare, minacciando anzi pesanti ritorsioni.

Tutto si era messo in moto quando un tribunale di Sucumbios aveva riconosciuto legittime le denunce presentate dagli avvocati di 30.000 abitanti della regione, e aveva fissato a 9,5 miliardi di dollari l’ammenda. La sentenza prevedeva anche che la compagnia porgesse «pubbliche scuse alle vittime», pena l’aumento della sanzione. Chevron ha però cercato di scaricare tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador e ha presentato ricorsi su ricorsi.

Ha anche sostenuto che la controparte ha corrotto i giudici per addomesticare la sentenza e si è nuovamente appellata al Ciadi, un organismo di arbitraggio internazionale che i paesi progressisti dell’America latina disconoscono per la sua permeabilità agli interessi delle grandi corporations. Il Ciadi ha già ritenuto illegali le espropriazioni delle grandi compagnie petrolifere messe in atto nel Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e il 5 ottobre tornerà a decidere sull’Ecuador, altro paese dell’America latina che ha deciso di impiegare le risorse petrolifere per il benessere degli strati popolari. La Chevron accusa l’Ecuador di aver disatteso il Trattato bilaterale di protesione degli investimenti (Tbi) con gli Stati uniti. L’Ecuador ribatte che il Tbi è entrato in vigore nel 1997, cinque anni dopo che Texaco aveva abbandonato il paese.

L’applicazione retroattiva del trattato sarebbe «un’autentica aberrazione giuridica», ha affermato il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, e ha messo in guardia la multinazionale Usa «dallo screditare un paese come il nostro» e ad adempiere invece a «quanto prescritto dalle leggi ecuadoriane». D’altro canto – ha detto Correa – è chiaro che solo Texaco ha sfruttato Aguarico 4, «abbandonandolo definitivamente nel 1992». Una zona che non è mai stata bonificata e per questo la campagna contro la Chevron mostra una mano che si immerge nella terra e che diventa nera per il petrolio. Correa lo aveva denunciato già nel 2007 e ieri è tornato sul posto per far vedere al mondo «le menzogne di Chevron».

Per questo, Rafael Correa ha chiesto aiuto agli altri governi socialisti della regione, e alla solidarietà internazionale.

L’ALBA analizzerà il complotto degli USA contro il Venezuela

ALBA1da TeleSUR

2ott2013.- Il presidente del Venezuela, Maduro, ha annunciato che giovedi 3 ottobre ci sarà una riunione straordinaria dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), per analizzare le azioni degli Stati Uniti contro Caracas.

Il Presidente ha riferito che la decisione è arrivata dopo aver parlato con molti dei suoi omologhi della regione, che hanno espresso la loro solidarietà e il sostegno contro le azioni di destabilizzazione del governo degli Stati Uniti.

A questo proposito, ha detto che l’incontro al vertice avrà luogo nella città di Cochabamba e ad oggi hanno confermato la loro presenza il presidente ecuadoriano Rafael Correa, e l’ospite, Evo Morales.

Ha anche assicurato che utilizzerà la riunione per «continuare la revisione della strategia di consolidamento Alba in Sud America e nei Caraibi».

Da parte sua, Morales ha detto ai giornalisti che l’incontro servirà al suo paese anche per «discutere le politiche economiche e le questioni dell’integrazione regionale».

«Abbiamo bisogno di incontrarci per discutere di politiche economiche, di politiche di produzione, dell’integrazione del Sud America, come velocizzare il lavoro dei vari consigli in Sud America, come espandere il mercato per i nostri prodotti», ha dichiarato il governante boliviano.

Ha spiegato che era originariamente prevista solo la visita di Correa a La Paz (capitale), ma alla fine ha deciso di spostare la riunione di Cochabamba per avere anche la presenza di Maduro.

Incontro a Caracas la settimana scorsa, Morales e Maduro hanno discusso la necessità di scegliere presto il nuovo segretario generale dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), e di altre questioni bilaterali.

Lunedi, il presidente venezuelano ha annunciato l’espulsione di tre diplomatici cittadini degli Stati Uniti, dopo che dossier dell’intelligence avevano riportato un avvicinamento a gruppi di opposizione, con l’obiettivo di creare scene di violenza nel paese e promuovere il sabotaggio economico e la destabilizzazione politica.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Pier Paolo Palermo – si ringrazia Alfredo Viloria per la segnalazione]

Rafael Correa: «Un privilegio riunirsi con Fidel Castro»

L’Avana. 23 Settembre 2013.- Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha definito come «un immenso privilegio l’incontro con il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro», che considera una leggenda vivente.

«Abbiamo avuto l’immenso privilegio di stare per più di due ore con il Comandante Fidel Castro», ha detto Correa, commentando nel suo abituale programma  del sabato, trasmesso in catena radio e TV, la visita di lavoro che aveva appena fatto nell’Isola di Cuba.  Correa ha detto di sentirsi onorato anche per il ricevimento del presidente dell’Isola, Raúl Castro, nel  Palazzo della Rivoluzione.

«Conversare con Fidel e Raúl è sempre un onore», ha ripetuto  il capo dello Stato ecuadoriano, che ha offerto dettagli alla cittadinanza sulla fitta agenda di lavoro svolta a Cuba.

Correa ha parlato del suo incontro con i militari ecuadoriani che aiutano a riparare la Facoltà di Medicina e a costruire case per i danneggiati dall’uragano Sandy a Santiago di Cuba, ed ha aggiunto che anche a L’Avana si è riunito con le autorità locali.

«Si deve apprendere con umiltà da chi sa di più», ha detto, dopo aver segnalato gli alti indici di salute realizzati dal Governo cubano dopo il trionfo della Rivoluzione del 1959.

Correa ha sottolineato che centinaia di giovani ecuadoriani studiano medicina a Cuba e non ha scartato di portare un migliaio di medici cubani in Ecuador, per garantire la copertura di pronto soccorso per  la popolazione del suo paese.  

«Dobbiamo seguire i buoni esempi nel sistema della sanità, come quello che sviluppano a Cuba», ha dichiarato ancora Correa che si è interessato ai programmi d’attenzione agli invalidi  che le autorità dell’Isola pongono da molto tempo in pratica 

[PL/Traduzione Granma Int., si ringrazia Fabrizio Verde per la segnalazione]

Il Presidente Correa mette in guardia l’Argentina sulla Chevron

di Marco Nieli

In visita a Buenos Aires per la XXV Conferenza Scout Internazionale, il Presidente ecuatoriano Rafael Correa, ricevuto dalla Presidenta Cristina Kirchner a Olivos, ha trovato il modo di mettere in guardia – discretamente, ma in maniera incisiva – il governo argentino contro l’accordo siglato lo scorso 28 agosto tra la multinazionale USA Chevron (ex-Texaco) e la YPF nazionale. Con accenti ripresi dalla campagna “Le mani sporche della Chevron” inaugurata recentemente dal mandatario dell’Ecuador – tra l’altro con l’aiuto di alcuni video-spots mostranti l’entità dei danni ambientali prodotti dalla multinazionale nella selva amazzonica – Correa e i suoi funzionari hanno inteso mettere in guardia l’Argentina dai pericoli di una collaborazione affrettata con la impresa in questione. L’Ecuador, che ha citato in giudizio per disastro ambientale la corporazione U.S.A., ha intrapreso una campagna di boicottaggio a livello globale dei prodotti della stessa. «Se Cristina Kirchner fosse stata Presidente nel periodo in cui la Texaco – poi Chevron – distruggeva la foresta, non lo avrebbe mai permesso» sono state le garbate (e allusive) parole del capo di governo ecuadoregno, amico personale oltre che alleato strategico del governo argentino. La Ministra dell’Ambiente ecuadoregna, Tapia, ha dichiarato che l’accordo con la Chevron costituisce un pericolo ambientale per il paese alleato, di cui pur tuttavia l’Ecuador rispetta le decisioni sovrane.

L’accordo in questione, relativo allo sfruttamento dello giacimento di Vaca Muerta, nella provincia di Neuquen, è stato deciso lo scorso agosto dal Congresso locale con l’avallo del governo nazionale, in seguito alla nazionalizzazione del 51% della quota detenuta dalla spagnola Repsol lo scorso 2012, per gravi inadempienze contrattuali. Grande è stata la delusione di quella parte più critica dell’elettorato di Cristina, che aveva visto in questa misura nazionalizzatrice la speranza di un piano strategico per la ripresa della sovranità energetica del paese, magari sognando un accordo con la PDSVA venezuelana.

Invece, pare che le trivellazioni a marca Chevron con la devastante e pericolosissima tecnica del fracking (idro-frattura) avranno luogo in località Vaca Muerta, nonostante la mobilitazione di una parte consistente della società civile impegnata (movimenti e associazioni ecologiste, Confederazione dei Mapuche, sindacati dei lavoratori, lavoratori della Zanon, Partido Obrero, movimento dei Maestri e degli Educatori, semplici vecinos, etc.). Lo scorso 28 agosto, mentre nel Congresso locale si votava con una schiacciante maggioranza, 25 a 2, l’accordo con la Chevron, tra l’altro caratterizzato da clausole segrete ben poco promettenti, la mobilitazione delle forze sociali contrarie all’accordo subiva una repressione feroce, con 25 feriti da palla di gomma, diversi militanti arrestati e, come segnalato da Raul Godoy, deputato per il Partido Obrero e operaio lui stesso della Zanon – una delle storiche fabbriche recuperate del movimento argentino – almeno un ferito grave da arma da fuoco, un docente di 33 anni, Rodrigo Barreiro.

È da ricordare che proprio a Neuquen nel 2007 un’analoga repressione poliziesca portava alla morte con un colpo alla nuca del docente Carlos Fuentealba. A questo proposito, la giornalista Alba Fernández della cooperativa 8300 web – cui appartiene uno dei giornalisti fermati, Pablo Tejeda – ha dichiarato che «era dai tempi in cui uccisero Carlos Fuentealba che non si vedeva questo livello di violenza».

Difficile negare, almeno a un certo livello, il coinvolgimento delle organizzazioni kirchneriste (il locale Movimiento Popular Neuquino e la coalizione oficialista a livello nazionale Frente para la Victoria) nella decisione di forzare la mano nella firma dell’accordo, scavalcando le regole elementari della democrazia, tra cui il diritto a dissentire e manifestare pubblicamente il proprio dissenso.

Evidentemente il tanto sbandierato slogan “Democrazia o corporazioni”, utilizzato nella contrapposizione al gruppo Clarín, non si applica, nell’ottica governativa, alla collaborazione con la Chevron, le cui criminali condotte in Ecuador dovrebbero suonare come campanello d’allarme. Ben venga il monito del Presidente Correa, che conosce bene il problema e ha tutti i titoli per avvisare l’Argentina di non imbarcarsi in un’avventura simile, da tutti i punti di vista favorevole a ristrette consorterie di potere, ma decisamente contraria agli interessi complessivi della nazione.

Fonti utilizzate:

-http://lavaca.org/notas/neuquen-represion-a-los-que-se-manifiestan-contra-el-fracking-en-vaca-muerta;

-“Le contamos al mundo las malas prácticas ambientales de la empresa“, di F. F. Barrio, in Perfil, 21/09/2013

Correa chiama i paesi dell’ALBA a costruire l’ordine mondiale dei popoli

TeleSUR

30 lug2013.- Il presidente ecuadoriano ha ricordato che «i nuovi governi latinoamericani hanno bisogno di stabilire un ordine, perché adesso comanda il popolo». Il presidente Correa ha ricordato al vertice dei capi di Stato di ALBA che «adesso non comandano le élite». Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, il Martedì ha esortato i paesi dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli (ALBA), a creare un nuovo ordine mondiale in cui la supremazia sia degli esseri umani, la gente, e non del capitale.

«Dobbiamo essere in grado di creare un nuovo ordine mondiale in cui le persone abbiano la supremazia, l’uomo, non il capitale. In America Latina, le cose sono cambiate, adesso comandano le persone, non le élite e molto meno il capitale». Il presidente ecuadoriano ha aggiunto che «se è vero che non siamo riusciti a risolvere tutti i problemi, è anche vero che non comandano gli attuali paesi egemonici. In Ecuador, in Bolivia e in Venezuela comanda la sovranità popolare, e questo è il principale cambiamento nelle nostre repubbliche ed è proprio ciò che le élite non ci perdonano», ha detto in apertura del vertice XII dei capi di Stato e di governo della regione. In questo senso, Correa ha chiesto di mantenere l’unità del blocco regionale e dei loro governi contro quello che ha definito «l’entelechia del mercato e dell’imperialismo finanziario», che si sostituisce agli interventi militari.

«Certo che c’è ancora l’imperialismo, ma non si esprime su di noi con le bombe, con i missili o con gli stivali che ci schiacciano. Il nuovo imperialismo del mercato sono i dollari, l’abuso. Hanno detto che il capitale conta più che il nostro popolo e ciò non lo possiamo permettere».

Tribunali di arbitraggio regionali

Il presidente ecuadoriano ha ribadito la necessità di promuovere tribunali regionali da parte di organizzazioni di integrazione regionale come l’ALBA, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) e l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR). Correa si è riferito ai tribunali internazionali che rispondono all’interesse di minare i governi progressisti che rispondono al popolo al quale subordinano il loro principale obiettivo di crescita. «Risulta scandaloso che organismi internazionali intollerabili totalmente corrotti fingano di essere al di sopra della giustizia dei nostri paesi, della nostra sovranità», ha aggiunto. Correa ha citato il caso della compagnia petrolifera statunitense Chevron: «Questa società ha trascorso un decennio cercando di distruggere il sistema giudiziario ecuadoriano, accusandolo di corruzione con 900 avvocati e milioni di dollari. Siamo di fronte alla terza società negli Stati Uniti che vuole rendere chiaro che il ‘business’ delle società statunitensi non può essere giudicato».  «Il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), una istituzione della Banca Mondiale, ha ritenuto la legge di un paese sovrano come l’Ecuador e la legge ecuadoriana troppo dura, ciò non sarebbe mai accaduto con gli Stati Uniti ma si applica al nostro paese, con l’obiettivo di addebitare al paese due milioni e 300 mila dollari. È terribile: quello che non hanno ottenuto con l’opposizione, con i media e con i sabotaggi lo vogliono ottenere attraverso questi organi arbitrali», ha spiegato Correa.

Pertanto, il presidente ha esortato i suoi omologhi dell’ALBA a «difendere la nostra gente, mantenere la nostra sovranità. La Patria Grande, di cui nostri parlavano in nostri antenati come Bolívar, Saenz, resta una necessità. Insieme saremo coloro che dettano le condizioni al capitale. Per fare questo abbiamo ALBA, CELAC e il nostro amato UNASUR. Le sfide e pericoli interni li risolveremo insieme».

Superare la povertà senza perdere l’identità

Il presidente Rafael Correa ha sottolineato che la sfida del XXI secolo «per i nostri villaggi ancestrali e la Patria Grande è quello di superare la povertà senza perdere la nostra identità».

«Dobbiamo essere chiari, i nostri popoli indigeni non vivono bene. Dobbiamo mantenere la nostra cultura indigena, ma credo che continuare a vivere senza acqua, elettricità e altri servizi non sia cultura è piuttosto la miseria, e la miseria non può essere permessa» ha detto Correa durante il XII vertice dell’ALBA.

«L’imperativo morale è quello di superare la povertà», ha detto il presidente dell’Ecuador. Ha inoltre esortato i paesi membri dell’organizzazione regionale «a pensare come fare le cose meglio, dobbiamo trattare e discutere all’interno dell’ALBA».

«Si è fatta una cultura della resistenza e la chiave è la cultura dell’evoluzione, di migliorare giorno dopo giorno», ha dichiarato.

Unità ed Integrazione

 D’altra parte, Correa ha avvertito che forze interne ed esterna cerano di destabilizzare le nazioni progressiste perciò ha insistito nella necessità che “i nostri governi parlino chiaro ai popoli affinché non siano confusi da false sinistre».

«Per sostenere il cambio di epoca e fare fronte ai pericoli interni ed esterni è necessario l’unità e l’integrazione». Il questo senso Correa ha evidenziato l’eredità dell’unità che ha lasciato il leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, ed ha affermato che il suo spirito è più vivo che mai: «Figure come quella di Hugo Chávez è proprio di ciò di cui abbiamo bisogno, leadership che rappresentano la volontà dei popoli».

[trad. dal castigliano a cura di Danilo Della Valle]

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